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Dall’alto dell’Apostolico
seggio, dove la Provvidenza divina Ci ha collocato per vegliare alla salvezza
di tutti i popoli, il Nostro sguardo sovente si posa sopra l’Italia, nel cui
seno Iddio, per atto di singolare predilezione, ha posto la sede del suo
Vicario, e dalla quale peraltro Ci vengono al presente molteplici e
sensibilissime amarezze.
Non Ci constristano le
personali offese, non le privazioni e i sacrifici impostici dall’attuale
condizione di cose, non le ingiurie e i dileggi, che una stampa procace ha
piena balìa di lanciare ogni giorno contro di Noi. Se si trattasse solo della
Nostra persona, se non fosse la rovina alla quale vediamo andare incontro
l’Italia minacciata nella sua fede, porteremmo in silenzio le offese, lieti di
ripetere anche Noi ciò che diceva di sé uno dei più illustri Nostri
Predecessori: "Se la schiavitù della mia terra non crescesse di giorno in
giorno, rimarrei muto, lieto del mio disprezzo e dello scherno" .
Ma oltreché
dell’indipendenza e dignità della Santa Sede, trattasi della stessa religione e
della salute di tutta una nazione, e di tal nazione, che fin dai primi tempi
aprì il seno alla fede cattolica e conservolla in ogni tempo gelosamente.
Sembra incredibile, ma è pur vero: siam giunti a tanto da dover temere per
questa nostra Italia la perdita della fede. Più volte abbiam dato l’allarme
perché si avvisasse al pericolo: ma non per questo crediamo di aver fatto
abbastanza. Di fronte ai continuati e ognor più fieri assalti, sentiamo più
potente la voce del dovere che Ci sprona a parlare di nuovo a Voi, Venerabili
Fratelli, al vostro clero e al popolo Italiano. Come non fa tregua il nemico,
così non conviene rimanere silenziosi od inerti né a Noi né a Voi, che per
divina mercé fummo costituiti custodi e vindici della religione dei popoli alle
nostre cure affidati, Pastori e scolte vigili del gregge di Cristo, pel quale
dobbiamo esser pronti, se fia d’uopo, a tutto sacrificare, anche la vita.
Non diremo cose nuove,
perché i fatti, quali accaddero, non si mutano; e di essi abbiamo dovuto
parlare altre volte, secondo che Ce ne venne il destro. Ma qui intendiamo
ricapitolarli in certa guisa ed aggrupparli come in un sol quadro, per
ricavarne a comune ammaestramento le conseguenze che ne derivano. Sono fatti
incontestabili, accaduti alla gran luce del giorno; non isolati, ma connessi
fra loro per forma che nella loro serie rilevano con piena evidenza un sistema,
di cui sono l’attuazione e lo sviluppo. Il sistema non è nuovo: ma è nuova
l’audacia, l’accanimento, la rapidità con cui si va ora attuando. È il piano
delle sette, che si svolge ora in Italia, specialmente nella parte che tocca la
Chiesa e la religione cattolica; collo scopo finale e notorio di ridurla, se
fosse possibile, al niente. Ora è superfluo fare il processo alle sette che diconsi
massoniche: il giudizio è già fatto; i fini, i mezzi, le dottrine, l’azione,
tutto è conosciuto con certezza indiscutibile. Invasate dallo spirito di
satana, di cui sono strumento, ardono, come il loro ispiratore, di un odio
mortale e implacabile contro Gesù Cristo e l’opera sua; e fanno ogni loro
potere d’abbatterla od incepparla. Questa guerra al presente si combatte più
che altrove in Italia, dove la religione cattolica ha gittato più profonde
radici, e soprattutto in Roma, dove è il centro della cattolica unità e la Sede
del Pastore e Maestro universale della Chiesa.
Giova riprendere fin dalle
prime le diverse fasi di questa guerra. Si cominciò col rovesciare sotto colore
politico il principato civile dei Papi: ma la caduta di esso nelle intenzioni
segrete dei veri capi, apertamente poi dichiarate, doveva servire a distruggere
o almeno tenere in servitù il supremo potere spirituale dei romani Pontefici. E
perché non rimanesse alcun dubbio sullo scopo vero a cui si mirava, venne
subito la soppressione degli Ordini religiosi, che assottigliò di molto il
numero degli operai evangelici per il sacro ministero e per l’assistenza
religiosa, come pure per la propagazione della fede tra gl’infedeli.
Più tardi si volle esteso
anche ai chierici l’obbligo del servizio militare, colla necessaria conseguenza
di ostacoli gravi e molteplici frapposti alla recluta e alla conveniente
formazione anche del clero secolare. Si misero le mani sul patrimonio ecclesiastico,
parte confiscandolo assolutamente, e parte caricandolo delle più enormi
gravezze, a fine d’impoverire il clero e la Chiesa, e privar questa dei mezzi
di cui abbisogna quaggiù per vivere e promuovere istituzioni ed opere in aiuto
del suo divino apostolato. Lo hanno apertamente dichiarato gli stessi settarî.
"Per diminuire l’influenza del clero e delle associazioni clericali, un
solo mezzo efficace è da impiegare: spogliarli di tutti i loro beni e ridurli
ad una povertà completa". D’altra parte l’azione dello Stato è tutta
diretta per sé a cancellare dalla nazione l’impronta religiosa e cristiana:
dalle leggi e da tutto ciò che è vita officiale ogni ispirazione ed ogni idea
religiosa è per sistema sbandita, quando non sia direttamente osteggiata: le
pubbliche manifestazioni di fede e di pietà cattolica o sono proibite, o sotto
vani pretesti in mille modi intralciate. Alla famiglia si è sottratta la sua
base e la sua costituzione religiosa col proclamare quello che chiamano
matrimonio civile, e coll’istruzione che si vuole al tutto laica, dai primi
elementi fino all’insegnamento superiore delle Università; di guisa che le
nuove generazioni, per quanto dipende dallo Stato, sono come obbligate a
crescere senza alcuna idea di religione, digiune affatto delle prime ed
essenziali nozioni dei loro doveri verso Dio. È questo un mettere la scure alla
radice, né saprebbe immaginarsi mezzo più universale e più efficace per
sottrarre all’influenza della Chiesa e della fede la società, la famiglia, gl’individui.
"Scalzare con tutti i mezzi il clericalismo (ossia il cattolicesimo) nelle
sue fondamenta e nelle stesse sue sorgenti di vita, cioè nella scuola e nella
famiglia", è la dichiarazione autentica di scrittori massonici.
Si dirà che ciò non avviene
solo in Italia, ma che è un sistema di governo, al quale gli Stati generalmente
si conformano. Rispondiamo che questo non distrugge, ma anzi conferma quanto
Noi diciamo degl’intendimenti e dell’azione della massoneria in Italia. Sì,
quel sistema è adottato e messo in uso dovunque la massoneria esercita la sua
empia e nefasta azione; e poiché questa è largamente diffusa, così quel sistema
anticristiano è pur largamente applicato. Ma l’applicazione ne addiviene più
rapida e generale e si spinge più agli estremi in quei paesi, i cui governi
sono più sotto l’azione della setta e meglio ne promuovono gli interessi. E per
mala sorte nel numero di questi paesi è presentemente la nuova Italia. Non è da
oggi che essa soggiace all’influsso empio e malefico delle sette: ma da qualche
tempo queste, addivenute assolutamente dominanti e strapotenti, la
tiranneggiano a loro talento. Qui l’indirizzo della pubblica cosa, per ciò che
concerne la religione, è tutto conforme alle aspirazioni delle sette; le quali,
per attuarle, trovano nei depositari del pubblico potere fautori dichiarati e
docili strumenti. Le leggi avverse alla Chiesa e le misure per essa offensive
sono prima proposte, decretate, risolute in seno alle adunanze settarie; e
basta che una cosa qualunque abbia una cotale, sebbene lontana, apparenza di
far onta o danno alla Chiesa, per vederla incontanente favorita e promossa. Tra
i fatti più recenti ricorderemo l’approvazione del nuovo codice penale; in cui
quello che si è voluto con maggior pertinacia, nonostante tutte le ragioni in
contrario, furono gli articoli contro il clero, che costituiscono per esso come
una legge di eccezione, e vanno fino a considerare come criminosi alcuni atti
che sono per lui sacrosanti doveri di ministero. La legge sulle Opere pie, per
la quale tutto il patrimonio della carità, accumulato dalla pietà e dalla
religione degli avi all’ombra e sotto la tutela della Chiesa, venne sottratto
ad ogni azione ed ingerenza di essa; quella legge era stata già da più anni promossa
nelle adunanze della setta, appunto perché doveva infliggere una nuova offesa
alla Chiesa, diminuirne l’influenza sociale, e sopprimere d’un tratto una
grande quantità di lasciti a scopo di culto. Si aggiunse a questo l’opera
eminentemente settaria, l’erezione cioè del monumento al famigerato apostata di
Nola, promossa, voluta, attuata coll’aiuto e il favore dei governanti dalla
Frammassoneria, che per la bocca degli stessi più autorevoli interpreti del
pensiero settario non arrossì di confessarne lo scopo e di dichiararne il
significato: lo scopo fu di far onta al Papato; il significato è che si vuole
ora sostituire alla fede cattolica la libertà più assoluta di esame, di
critica, di pensiero e di coscienza: e si sa bene ciò che significhi in bocca dei
settarî un tal linguaggio. Vennero a mettere il suggello le dichiarazioni più
esplicite fatte pubblicamente da chi è a capo del governo, dichiarazioni che
suonano appunto così: la lotta vera e reale, che il governo ha il merito di
aver compreso, è la lotta tra la fede e la Chiesa da una parte, il libero esame
e la ragione dall’altra. Che la Chiesa cerchi pure di reagire, di incatenar di
nuovo la ragione e la libertà del pensiero e di vincere. Quanto al governo, in
questa lotta, si dichiara apertamente in favore della ragione contro la fede, e
si attribuisce come compito proprio di far sì, che lo stato Italiano sia
l’espressione evidente di questa ragione e libertà: triste compito, che udimmo testé
in occasione analoga audacemente riaffermato.
Alla luce di tali fatti e
di queste dichiarazioni torna più che mai evidente che l’idea maestra, la
quale, per ciò che tocca la religione, presiede all’andamento della cosa
pubblica in Italia, si è l’attuazione del programma massonico. Si vede quanta parte
ne fu già attuata; si sa quanto ancora ne rimanga ad attuare; e si può preveder
con certezza che, fino a tanto che i destini d’Italia saranno in mano di
reggitori settarî o ligi alle sette, se ne spingerà l’attuazione più o meno
rapidamente, secondo le circostanze, fino al più completo sviluppo. La loro
azione ora è diretta a raggiungere i seguenti scopi, secondo i voti e le
risoluzioni prese nelle loro assemblee più autorevoli, voti e risoluzioni tutte
ispirate da un odio a morte contro la Chiesa. Abolizione nelle scuole di
qualsiasi istruzione religiosa, e fondazione d’istituti, in cui anche la
gioventù femminile sia sottratta ad ogni influenza clericale, qualunque essa
sia; giacché lo Stato, che deve essere assolutamente ateo, ha il diritto e il dovere
inalienabile di formare il cuore e lo spirito dei cittadini, e nessuna scuola
deve essere sottratta né alla sua ispirazione né alla sua vigilanza. Applicazione
rigorosa di tutte le leggi in vigore dirette ad assicurare l’indipendenza
assoluta della società civile dalle influenze clericali. Osservanza rigorosa
delle leggi che sopprimono le corporazioni religiose ed uso di tutti i mezzi
per renderle efficaci. Sistemazione di tutto il patrimonio ecclesiastico,
partendo dal principio che la proprietà di esso appartiene allo Stato, e
l’amministrazione ai poteri civili. Esclusione d’ogni elemento cattolico o
clericale da tutte le amministrazioni pubbliche, dalle opere pie, dagli spedali,
dalle scuole, dai consigli nei quali si preparano i destini della patria, dalle
accademie, dai circoli, dalle associazioni, dai comitati, dalle famiglie;
esclusione da tutto, dovunque, per sempre. Invece l’influenza massonica deve
farsi sentire in tutte le circostanze della vita sociale, e divenire padrona e
arbitra di tutto. Con questo si spianerà la via all’abolizione del Papato; così
l’Italia sarà libera dal suo implacabile e mortale nemico, e Roma che fu in
passato il centro della Teocrazia universale, sarà nell’avvenire il centro
della secolarizzazione universale, d’onde deve essere proclamata in faccia al
mondo intero la Magna Charta della libertà umana. Sono altrettante
dichiarazioni, aspirazioni e risoluzioni autentiche di frammassoni o delle loro
assemblee.
Senza esagerar punto, è
questo lo stato presente e l’avvenire che si prevede per la religione in
Italia. Dissimularne la gravità sarebbe un errore funesto. Riconoscerlo qual è,
ed affrontarlo con evangelica prudenza e fortezza, dedurne i doveri, che esso
impone a tutti i cattolici, e a noi specialmente, che come Pastori dobbiamo
vegliar su di essi e condurli a salvezza, egli è entrare nelle mire della
Provvidenza, e fare opera di sapienza e di zelo pastorale. Per quello che
riguarda Noi, l’Apostolico officio C’impone di protestare altamente di nuovo contro
tutto ciò che a danno della religione si è fatto, si fa o si attenta in Italia:
difensori e tutori quali siamo dei sacri diritti della Chiesa e del
Pontificato, apertamente respingiamo ed a tutto il mondo cattolico denunziamo
le offese che la Chiesa e il Pontificato ricevono del continuo, specialmente in
Roma, e che rendono a Noi più malagevole il governo della cattolicità, più
grave ed indegna la Nostra condizione. Del resto abbiamo fermo nell’animo di
nulla omettere per parte Nostra, che possa valere a mantenere viva e vigorosa
in mezzo al popolo italiano la fede, e a proteggerla contro gli assalti nemici.
Facciamo perciò appello, Venerabili Fratelli, anche al vostro zelo e al vostro
amore per le anime affinché, compresi della gravità del pericolo che esse
corrono, avvisiate ai rimedi e tutto poniate in opera per iscongiurarlo. Nessun
mezzo è da trascurare che sia in poter nostro: tutte le risorse della parola,
tutte le industrie dell’azione, tutto l’immenso tesoro di aiuti e di grazie,
che la Chiesa pone in nostra mano, sono da adoperare per la formazione di un
clero istruito e pieno dello spirito di Gesù Cristo; per la cristiana
educazione della gioventù, per l’estirpazione delle ree dottrine, per la difesa
delle verità cattoliche, per la conservazione del carattere e dello spirito
cristiano nelle famiglie.
Quanto al popolo cattolico,
è necessario innanzi tutto che sia istruito del vero stato delle cose in Italia
in fatto di religione, dell’indole essenzialmente religiosa che ha in Italia la
lotta contro il Pontefice, e dello scopo vero a cui costantemente si mira,
affinché vegga coll’evidenza dei fatti in quante guise è insidiato nella sua
religione, e si persuada quanto rischio corredi essere derubato e spogliato del
tesoro inestimabile della fede. Formatasi negli animi tale persuasione, e certi
d’altra parte che senza la fede è impossibile piacere a Dio e salvarsi,
comprenderanno che trattasi di assicurare il massimo, per non dir unico,
interesse che ciascuno quaggiù ha il dovere di porre in salvo innanzi tutto, e
a costo di qualunque sacrificio, sotto pena della sua eterna infelicità.
Comprenderanno altresì facilmente che, essendo questo un tempo di lotta
accanita e manifesta, sarebbe viltà disertare il campo e nascondersi. Il loro dovere
è di rimanere al posto, di mostrarsi a viso aperto veri cattolici per credenze
ed opere conformi alla loro fede, e ciò tanto a onor di quella e a gloria del
sommo Duce, di cui seguono le insegne; come per non aver la somma disgrazia di
essere sconfessati nel dì finale e non riconosciuti per suoi dal Giudice
supremo, il quale ha dichiarato che chi non è con lui è contro di lui. Senza
ostentazione e senza timidezza, diano prova di quel vero coraggio che nasce
dalla coscienza di compiere un sacrosanto dovere innanzi a Dio e agli uomini.
Con questa franca professione di fede i cattolici devono unire una perfetta
docilità e un filiale amore verso la Chiesa, un sincero ossequio ai Vescovi, e una
assoluta devozione ed obbedienza al romano Pontefice. Insomma riconosceranno
quanto sia necessario cessarsi da tutto ciò che è opera delle sette o che dalle
sette ha favore ed impulso, perché certamente contaminato dallo spirito
anticristiano che le anima: e darsi invece con attività, coraggio e costanza
alle opere cattoliche, alle associazioni ed istituzioni benedette dalla Chiesa,
incoraggiate e sostenute dai Vescovi e dal romano Pontefice. E poiché il
principale strumento di cui si servono i nemici è la stampa, in gran parte
ispirata e sostenuta da loro, conviene che i cattolici oppongano la buona alla
cattiva stampa per la difesa della verità, per la tutela della religione, e a
sostegno dei diritti della Chiesa. E come è compito della stampa cattolica
mettere a nudo i perfidi intendimenti delle sette, aiutare e secondare l’azione
dei sacri Pastori, difendere e promuovere le opere cattoliche, così è dovere
dei fedeli di sostenerla efficacemente, sia negando o ritirando ogni favore
alla stampa perversa; sia direttamente concorrendo, ciascuno nella misura che
può, a farla vivere e prosperare: nella qual cosa crediamo che finora non siasi
in Italia fatto abbastanza. Da ultimo i documenti da Noi dati a tutti i
cattolici, specialmente nell’enciclica "Humanum genus" e
nell’altra "Sapientiae christianae" debbono essere particolarmente
applicati ed inculcati ai cattolici d’Italia. Che se per restar fedeli a questi
doveri avranno qualche cosa da patire o da sacrificare, si rincorino pensando
che il regno dei cieli patisce violenza, e che sol con farsi violenza si
conquista; e che chi ama sé e le cose sue più di Gesù Cristo, non è degno di
lui. L’esempio di tanti invitti campioni, i quali per la fede tutto
generosamente in ogni tempo sacrificarono, gli aiuti singolari della grazia che
rendono soave il giogo di Gesù Cristo e leggiero il suo peso, debbono valere
potentemente a ritemprare il loro coraggio e a sostenerli nel glorioso
combattimento.
Non abbiamo considerato fin
qui della presente condizione di cose in Italia che il lato religioso, come
quello che per Noi è principalissimo ed eminentemente proprio, per ragione
dell’officio Apostolico che sosteniamo. Ma è pregio dell’opera considerare eziandio
il lato sociale e politico, affinché veggano gl’italiani, che non è solo l’amor
della religione, ma altresì il più sincero e il più nobile amor di patria che
deve muoverli ad opporsi agli empi conati delle sette. Basta osservare, per
convincersene, quale avvenire si prepari all’Italia, nell’ordine sociale e
politico, da gente che ha per iscopo, e non lo dissimula, di guerreggiare senza
tregua il cattolicismo e il Papato.
Già la prova del passato è
per se stessa molto eloquente. Ciò che in questo primo periodo della sua nuova
vita sia addivenuta l’Italia per moralità pubblica e privata, per sicurezza, ordine
e tranquillità interna, per prosperità e ricchezza nazionale, è più noto per
fatti di quello che Noi potremmo dire a parole. Quelli stessi che pur avrebbero
interesse di nasconderlo, costretti dalla verità, non lo tacciono. Noi diremo
solo, che nelle condizioni presenti, per una triste ma vera necessità, le cose
non potrebbero andare altrimenti: la setta massonica, per quanto ostenti uno
spirito di beneficenza e di filantropia, non può esercitare che un’influenza
funesta: ed appunto funesta perché combatte e tenta distruggere la religione di
Cristo, vera benefattrice dell’umanità.
Tutti sanno quanto e per
quanti capi influisca salutarmente la religione nella società. È
incontestabile, che la sana morale pubblica e privata fa l’onore e la forza
degli Stati. Ma è incontestabile egualmente che senza religione non vi è buona
morale né pubblica né privata. Dalla famiglia solidamente costituita sulle
naturali sue basi piglia vita, incremento e forza la società. Ora, senza
religione e senza moralità il consorzio domestico non ha stabilità, e i vincoli
di famiglia si indeboliscono e si dissolvono. La prosperità dei popoli e delle
nazioni viene da Dio e dalle sue benedizioni. Se un popolo non solo non la
riconosce da lui, ma contro di lui si solleva, e nella superbia del suo spirito
tacitamente gli dice di non aver bisogno di lui, quella non è che una larva di
prosperità destinata a svanire, non appena piaccia al Signore di confondere la
superba audacia dei suoi nemici. La religione è quella che, penetrando nel
fondo della coscienza di ciascuno, gli fa sentire la forza del dovere e lo
spinge a seguirlo. La religione è quella che dà ai Principi sentimenti di
giustizia e di amore pei loro sudditi, che rende i sudditi fedeli e
sinceramente ad essi devoti, che fa retti e buoni i legislatori, giusti ed
incorrotti i magistrati, valorosi fino all’eroismo i soldati, coscienziosi e
diligenti gli amministratori. La religione è quella che fa regnare la concordia
e l’affezione tra i coniugi, l’amore e la riverenza tra i genitori ed i figli;
che ispira ai poveri il rispetto pei beni altrui e ai ricchi il retto uso delle
loro sostanze. Da questa fedeltà ai doveri e da questo rispetto ai diritti
altrui nasce l’ordine, la tranquillità, la pace, che sono tanta parte della
prosperità di un popolo e di uno Stato. Tolta la religione, tutti questi beni
immensamente preziosi in un colla religione sparirebbero dalla società.
Per l’Italia la perdita
sarebbe altresì più sensibile. Le sue maggiori glorie e grandezze, per cui tra
le più colte nazioni ebbe per lungo tempo il primato, sono inseparabili dalla
religione; la quale o le produsse, o le ispirò, o certo le favorì, le aiutò e
diede ad esse incremento. Per le pubbliche franchigie parlano i suoi Comuni; per
le glorie militari parlano tante imprese memorande contro nemici dichiarati del
nome cristiano; per le scienze parlano le Università che fondate, favorite,
privilegiate dalla Chiesa, ne furono l’asilo e il teatro; per le arti parlano
infiniti monumenti d’ogni genere, di cui è seminata a profusione tutta Italia;
per le opere a vantaggio dei miseri, dei diseredati, degli operai parlano tante
fondazioni della carità cristiana, tanti asili aperti ad ogni sorta d’indigenza
e d’infortunio, e le associazioni, e corporazioni cresciute sotto l’egida della
religione. La virtù e la forza della religione è immortale, perché viene da
Dio: essa ha tesori di soccorso, ha rimedi efficacissimi per i bisogni di tutti
i tempi, e di qualsivoglia epoca, ai quali sa mirabilmente adattarli. Quello
che ha saputo e potuto fare in altri tempi, è capace di fare anche adesso con
una virtù sempre nuova e rigogliosa. Togliere pertanto all’Italia la religione
è inaridire d’un colpo la sorgente più feconda di tesori e di soccorsi inestimabili.
Inoltre, uno dei più grandi
e dei più formidabili pericoli che corre la società presente sono le agitazioni
dei socialisti, che minacciano di scompaginarla dalle fondamenta. Da tanto
pericolo l’Italia non va immune; e sebbene altre nazioni sieno più dell’Italia
infestate da questo spirito di sovversione e di disordine, non è men vero però
che anche nelle sue contrade va largamente serpeggiando quello spirito e ogni
giorno si afforza. E tale è la sua rea natura, tanta la potenza della sua
organizzazione, tanta l’audacia dei suoi propositi, che fa mestieri riunire
tutte le forze conservatrici per arrestarne i progressi, ed impedirne con
felice successo il trionfo. Di queste forze prima e principalissima tra tutte è
quella che può dare la religione e la Chiesa: senza di essa, riusciranno vane
od insufficienti le leggi più severe, i rigori dei tribunali, la stessa forza
armata. Come già contro le orde barbariche non valse la forza materiale, ma la
virtù della religione cristiana, che penetrando nei loro animi, ne spense la
ferocia, ne ingentilì i costumi, li rese docili alla voce delle verità e della
legge evangelica, così contro l’infuriare delle moltitudini sfrenate non vi
sarà riparo efficace senza la virtù salutare della religione; la quale facendo
balenare nelle menti la luce della verità, e stillando nei cuori i santi precetti
della morale di Gesù Cristo, faccia loro sentire la voce della coscienza e del
dovere, e prima che alla mano ponga freno all’animo e smorzi l’impeto della
passione. Osteggiare pertanto la religione è privare l’Italia dell’ausiliare
più potente per combattere un nemico che diviene ogni giorno più formidabile e
minaccioso.
Ma non è tutto. Come
nell’ordine sociale la guerra fatta alla religione riesce funestissima e
sommamente micidiale all’Italia, così nell’ordine politico l’inimicizia colla
Santa Sede e col romano Pontefice è per l’Italia sorgente di grandissimi danni.
Anche qui la dimostrazione non è più da fare; basta, a compimento del Nostro pensiero,
riassumerne in brevi parole le conclusioni. La guerra fatta al Papa vuol dire
per l’Italia, al di dentro, divisione profonda tra l’Italia officiale e la gran
parte d’italiani veramente cattolici, e ogni divisione è debolezza; vuol dire
privarla del favore e del concorso della parte più schiettamente conservatrice;
vuol dire alimentare nel seno della nazione un conflitto religioso che non
approdò mai a pubblico bene, ma porta anzi sempre in se stesso i germi funesti
di mali e di castighi gravissimi. Al di fuori, il conflitto colla Santa Sede,
oltre che privare l’Italia del prestigio e dello splendore, che le verrebbe
infallibilmente dal vivere in pace col Pontificato, le inimica i cattolici di
tutto il mondo, le impone immensi sacrifici, e ad ogni occasione può fornire ai
nemici un’arma da rivolgere contro di lei.
Ecco il benessere e la
grandezza che apparecchia all’Italia chi, avendone in mano le sorti, fa quanto
può per abbattere, secondo l’empia aspirazione delle sette, la religione
cattolica e il Papato! Si ponga invece che, rotta ogni solidarietà e connivenza
colle sette, sia lasciata alla religione e alla Chiesa, come alla più gran
forza sociale, vera libertà e il pieno esercizio dei suoi diritti. Qual felice
cambiamento non avverrebbe nelle sorti d’Italia! I danni e i pericoli che lamentavamo
qui sopra come frutto della guerra alla religione e alla Chiesa, cesserebbero
al cessar della lotta: non solo, ma tornerebbero altresì a fiorire sull’eletto
suolo dell’Italia cattolica le grandezze e le glorie, di cui la religione e la
Chiesa fu sempre altrice feconda. Dalla loro divina virtù germoglierebbe
spontanea la riforma dei pubblici e dei privati costumi; si rafforzerebbero i
vincoli della famiglia; e in ogni ordine di cittadini sotto l’influsso
religioso si desterebbe più vivo il sentimento del dovere e della fedeltà
nell’adempierlo. Le questioni sociali, che ora tengono tanto preoccupati gli
animi, si avvierebbero verso la migliore e la più completa soluzione, mercé la
pratica applicazione dei precetti di carità e di giustizia evangelica; le
pubbliche libertà, impedite di degenerare in licenza, servirebbero unicamente
al bene e addiverrebbero veramente degne dell’uomo; le scienze, per la verità
di cui la Chiesa è maestra, e le arti, per l’ispirazione potente che la
religione deriva dall’alto e che ha il segreto di trasfondere negli animi,
salirebbero presto a nuova eccellenza. Fatta la pace colla Chiesa, sarebbe vie
più cementata la unità religiosa e la concordia civile; cesserebbe la divisione
tra i cattolici fedeli alla Chiesa e l’Italia, la quale acquisterebbe così un
elemento potente di ordine e di conservazione. Fatta ragione alle giuste
domande del romano Pontefice, riconosciuti i sovrani suoi diritti, e ripostolo
in condizione di vera ed effettiva indipendenza, i cattolici delle altre parti
del mondo non avrebbero più motivo di considerare l’Italia come nemica del loro
Padre comune: essi che non per alieno impulso, né inconsapevoli di quel che
vogliono, ma sì per sentimento di fede e dettame di dovere, alzano ora
concordemente la voce a rivendicare la dignità e libertà del Pastore supremo
delle anime loro. Che anzi crescerebbe all’Italia rispetto e considerazione
presso gli altri popoli dal vivere in armonia colla Sede Apostolica; la quale,
come fece sperimentare in particolar modo agl’italiani i benefici della sua
presenza in mezzo a loro, così coi tesori della fede che si diffusero sempre da
questo centro di benedizione e di salute, fece che si diffondesse presso tutte
le genti grande e rispettato il nome italiano. L’Italia, riconciliata col
Pontefice e fedele alla sua religione, sarebbe avviata ad emular degnamente le
avite glorie, e da tutto ciò che è vero progresso dell’età nostra non potrebbe
che ricevere novello incitamento ad avvantaggiarsi nel suo glorioso cammino. E
Roma, città cattolica per eccellenza, preordinata da Dio a centro della
religione di Cristo e Sede del suo Vicario, il che fu cagione della sua
stabilità e grandezza a traverso di tante età e di sì svariate vicende, riposta
sotto il pacifico e paterno scettro del romano Pontefice, tornerebbe ad essere
ciò che la fecero la Provvidenza e i secoli, non rimpicciolita alla condizione
di capitale di un regno particolare, né divisa tra due diversi e sovrani
poteri, dualismo contrario alla sua storia; ma capitale degna del mondo
cattolico, grande di tutta la maestà della religione e del sommo sacerdozio,
maestra ed esempio di moralità e di civiltà ai popoli.
Non sono queste, Venerabili
Fratelli, vane illusioni, ma speranze poggiate sul più solido e verace
fondamento. L’asserzione che si va da tempo divulgando, essere i cattolici ed
il Pontefice i nemici d’Italia, e quasi altrettanti alleati dei partiti
sovversivi, non è che gratuita ingiuria e spudorata calunnia, sparsa ad arte
dalle sette per palliare i loro rei disegni e non incontrare intoppo nell’opera
esecranda di scattolicizzare l’Italia. La verità che discende chiarissima da
quanto abbiamo detto finora, è che i cattolici sono i migliori amici del proprio
paese: e che danno prova di forte e verace amore non solamente verso la
religione avita, ma anche verso la patria loro distaccandosi interamente dalle
sette, avversandone lo spirito e le opere, facendo ogni sforzo acciocché
l’Italia non perda, ma conservi vigorosa la fede; non combatta la Chiesa, ma le
sia fedele qual figlia, non osteggi il Pontificato, ma si riconcili con lui.
Adoperatevi a tutt’uomo, o Venerabili Fratelli, affinché la luce della verità
si faccia strada in mezzo alle moltitudini, sicché queste abbiano finalmente a
comprendere dove si trova il loro bene e il loro verace interesse, ed a
persuadersi che solo dalla fedeltà alla religione, dalla pace con la Chiesa e
col romano Pontefice si può sperar per l’Italia un avvenire degno del suo glorioso
passato. Alla qual cosa vorremmo che ponessero mente, non diremo gli affigliati
alle sette, i quali di proposito deliberato s’argomentano di assodare sulle
rovine della religione cattolica il nuovo assetto della Penisola, ma gli altri
che, senza accogliere sì biechi intendimenti, aiutano l’opera di quelli col
sostenerne la politica: e particolarmente i giovani, sì facili a errare per
effetto d’inesperienza e predominio di sentimento. Ognuno vorremmo si
persuadesse come la via che si sta percorrendo, non possa essere che fatale
all’Italia: e se Noi denunziamo ancora una volta il pericolo, non altro Ci
muove che coscienza di dovere e carità di patria.
Ma ad illuminare le menti e
rendere efficaci i nostri sforzi, è d’uopo d’invocare soprattutto gli aiuti del
cielo. E però alla nostra comune azione, Venerabili Fratelli, vada unita la
preghiera, e sia una preghiera generale, costante, fervorosa, che faccia dolce
violenza al cuore di Dio, lo renda propizio a questa nostra Italia, sì che allontani
da essa ogni sciagura, quella in specie che sarebbe la più terribile di tutte,
la perdita della fede. Mettiamo per mediatrice appresso Dio la gloriosissima
Vergine Maria, l’invitta Regina del Rosario, che tanta potenza ha sopra le
forze d’inferno e tante volte ha fatto sentire all’Italia gli effetti della sua
materna dilezione. Facciamo altresì fiducioso ricorso ai santi Apostoli Pietro
e Paolo che questa terra benedetta conquistarono alla fede, santificarono colle
loro fatiche, bagnarono del loro sangue.
Auspice intanto degli aiuti che domandiamo, e
pegno del Nostro specialissimo affetto vi sia l’Apostolica Benedizione, che
dall’intimo del cuore impartiamo a Voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e
al popolo italiano.
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