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La Chiesa cattolica, che
abbraccia tutti gli uomini con carità di madre, quasi nulla ebbe più a cuore,
fin dalle sue origini, come tu sai, Venerabile Fratello, che di vedere abolita
e totalmente eliminata la schiavitù, che sotto un giogo crudele teneva
moltissimi fra i mortali. Infatti, diligente custode della dottrina del suo
Fondatore, che personalmente e con la parola degli Apostoli aveva insegnato
agli uomini la fratellanza che li stringe tutti insieme, come coloro che hanno
una medesima origine, sono redenti con lo stesso prezzo, e sono chiamati alla
medesima eterna beatitudine, la Chiesa prese nelle proprie mani la causa
negletta degli schiavi, e fu la garante imperterrita della libertà, sebbene,
come richiedevano le circostanze e i tempi, si impegnasse nel suo scopo
gradualmente e con moderazione. Cioè, procedeva con prudenza e discrezione,
domandando costantemente ciò che desiderava nel nome della religione, della
giustizia e della umanità; con ciò fu grandemente benemerita della prosperità e
della civiltà delle nazioni.
Nel corso dei secoli non
rallentò mai la sollecitudine della Chiesa nel ridonare la libertà agli schiavi;
anzi, quanto più fruttuosa era di giorno in giorno la sua azione, tanto più
aumentava nel suo zelo. Lo attestano documenti inconfutabili della storia, la
quale per tale motivo designò all’ammirazione dei posteri parecchi Nostri
antecessori, fra i quali primeggiano San Gregorio Magno, Adriano I, Alessandro
III, Innocenzo III, Gregorio IX, Pio II, Leone X, Paolo III, Urbano VIII,
Benedetto XIV, Pio VII, Gregorio XVI, i quali posero in opera ogni cura perché
l’istituzione della schiavitù, dove esisteva, venisse estirpata, e là dove era
stata sterminata non rivivessero più i suoi germi.
Una così gloriosa eredità,
lasciataci dai Nostri predecessori, non poteva essere ripudiata da Noi, per cui
non abbiamo tralasciato alcuna occasione che Ci si offrisse di biasimare
apertamente e di condannare questo flagello della schiavitù; espressamente ne
abbiamo trattato nella epistola scritta il 5 maggio 1888 ai Vescovi del
Brasile, con la quale Ci siamo congratulati per quanto essi avevano con
lodevole esempio operato pubblicamente in quel paese per la libertà degli
schiavi, e insieme abbiamo dimostrato quanto la schiavitù si opponga alla
religione ed alla dignità dell’uomo.
Invero, quando scrivevamo
tali cose, Ci sentivamo fortemente commossi per la condizione di coloro che
sono soggetti all’altrui dominio; e molto più raccapriccio provammo al racconto
delle tribolazioni da cui sono oppressi tutti gli abitanti di alcune regioni
del centro dell’Africa. È cosa dolorosa ed orrenda constatare, come abbiamo
saputo da sicure informazioni, che quasi quattrocentomila Africani, senza
distinzione di età e di sesso, ogni anno sono violentemente rapiti dai loro
miseri villaggi, dai quali, legati con catene e percossi con bastoni durante il
lungo viaggio, sono portati ai mercati dove, come bestie, sono messi in mostra
e venduti.
Di fronte alle
testimonianze di coloro che videro queste cose e alle recenti conferme di
esploratori dell’Africa equatoriale, Ci siamo accesi dal vivo desiderio di
venire, secondo le Nostre forze, in aiuto di quegli infelici e di recare
sollievo alla loro sventura. Perciò, senza indugio, abbiamo incaricato il
diletto Nostro figlio Cardinale Carlo Marziale Lavigerie, di cui Ci sono noti
l’energia e lo zelo Apostolico, di andare per le principali città dell’Europa a
far conoscere l’ignominia di questo turpissimo mercato e ad indurre i Principi
e i cittadini a portare soccorso a quelle infelicissime popolazioni.
Noi dobbiamo rendere grazie
a Cristo Signore, Redentore amantissimo di tutte le genti, il quale nella sua
benignità non permise che le Nostre sollecitudini andassero perdute, ma volle
che riuscissero quasi come seme affidato a suolo fecondo, che promette una
copiosa raccolta. Infatti i Reggitori dei popoli e i cattolici di tutto il
mondo, e tutti coloro che rispettano i diritti delle genti e della natura,
gareggiarono nell’indagare quali mezzi soprattutto siano necessari per
sradicare del tutto quel commercio inumano. Un solenne Congresso tenuto testé a
Bruxelles, al quale convennero i Legati dei Principi d’Europa, e una recente
assemblea di privati, che col medesimo intento e con generosi propositi si
radunarono a Parigi, dimostrano chiaramente che la causa dei Negri sarà difesa
con quella energia e quella costanza che richiede la mole delle sciagure da cui
quei miseri sono oppressi. È per questo che non vogliamo trascurare la nuova
occasione che si presenta di rendere le meritate lodi e i ringraziamenti ai
Principi d’Europa e agli altri personaggi di buona volontà: al sommo Dio
domandiamo fervidamente che voglia dare felice riuscita ai loro disegni ed
all’impianto di una così grande impresa.
Ma, oltre alla cura di
difendere la libertà, un’altra cura più grave, più da vicino riguarda il Nostro
ministero Apostolico, quella cioè che impone di adoperarci perché nelle regioni
dell’Africa si propaghi la dottrina del Vangelo, che con la luce della verità
divina illumini quelle popolazioni giacenti nelle tenebre e oppresse da cieca superstizione,
affinché diventino con noi partecipi dell’eredità del regno di Dio. Questo
impegno poi lo curiamo con tanto maggior zelo, in quanto quei popoli, ricevuta
la luce evangelica, scuoteranno da sé il giogo della schiavitù umana. Infatti,
dove sono in vigore i costumi e le leggi cristiane; dove la religione insegna
agli uomini a rispettare la giustizia e a onorare la dignità umana; dove
ampiamente si diffuse quello spirito di carità fraterna, che Cristo c’insegnò,
quivi non può esistere né schiavitù, né ferocia, né barbarie; ma fioriscono la
soavità dei costumi e la libertà cristiana accompagnata dalla civiltà.
Già parecchi uomini
Apostolici, quasi avanguardia di Cristo, sono andati in quelle regioni dove,
per la salute dei fratelli, diedero non solo il sudore, ma anche la vita.
Tuttavia la messe è molta, ma gli operai sono pochi; per cui è necessario che
moltissimi altri, animati dallo stesso spirito di Dio, senza timore alcuno né
di pericoli, né di disagi, né di fatiche, vadano in quelle regioni dove si
esercita quel vergognoso commercio, per recare ai loro abitanti la dottrina di
Cristo congiunta alla vera libertà.
Però un’impresa di tanta
gravità domanda mezzi pari alla sua ampiezza. Infatti non si può provvedere
senza grandi disponibilità all’Istituto dei missionari, ai lunghi viaggi, alla
costruzione delle residenze, alla erezione e alla dotazione delle chiese e ad
altre simili cose necessarie: dovremo sostenere tali spese per alcuni anni,
finché, in quei luoghi dove si saranno fissati, i predicatori del Vangelo
possano provvedere autonomamente. Dio volesse che Noi avessimo i mezzi con cui
poter sostenere questo peso! Ma ostando ai Nostri voti le gravi angustie nelle
quali Ci troviamo, con paterna voce Ci appelliamo a te, Venerabile Fratello, a
tutti gli altri Vescovi e a tutti i cattolici, e raccomandiamo alla vostra e
alla loro carità una così santa e salutare opera. Infatti desideriamo che tutti
partecipino, anche con una piccola offerta, affinché il peso, diviso fra molti,
diventi più leggero e tollerabile da tutti, e perché in tutti si diffonda la
grazia di Cristo, trattandosi della propagazione del suo regno, e a tutti
arrechi la pace, il perdono dei peccati e qualunque dono più prezioso.
Decidiamo pertanto che ogni
anno, nel giorno e dove si celebrano i misteri dell’Epifania, venga raccolto
denaro come offerte a favore dell’Opera ora ricordata. Scegliamo questo giorno
solenne a preferenza degli altri, perché, come bene intendi, Venerabile
Fratello, in quel giorno il Figlio di Dio per la prima volta si palesò alle
genti, mentre si fece conoscere ai Magi, i quali perciò da San Leone Magno,
Nostro antecessore, sono appunto chiamati le primizie della nostra vocazione e
della fede. Speriamo pertanto che Cristo Signore, commosso dalla carità e dalle
preci dei figli, i quali ricevettero la luce della verità con la rivelazione
della sua divinità, illumini pure quella infelicissima parte del genere umano e
la tolga dal fango della superstizione e dalla dolorosa condizione, in cui da
tanto tempo giace avvilita e trascurata.
Vogliamo poi che il denaro
raccolto in detto giorno nelle chiese e nelle cappelle soggette alla tua
giurisdizione, sia trasmesso a Roma alla Sacra Congregazione di Propaganda.
Sarà poi compito di essa ripartire questo denaro tra le Missioni che esistono o
verranno istituite nelle regioni Africane, soprattutto per estirpare la
schiavitù; il riparto sarà fatto in modo che le somme di denaro provenienti
dalle nazioni che hanno proprie Missioni cattoliche per redimere gli schiavi,
come ricordammo, vengano assegnate a mantenere e a promuovere le stesse. La
rimanente elemosina sia poi ripartita con prudente criterio fra le più bisognose
dalla stessa Sacra Congregazione, la quale conosce i bisogni delle Missioni.
Non dubitiamo che Dio,
ricco in misericordia, accolga benignamente i voti che formuliamo per gli
infelici Africani, e che tu, Venerabile Fratello, ti adopererai spontaneamente
con la volontà e con il tuo lavoro perché siano abbondantemente soddisfatti
questi propositi. Confidiamo inoltre che con questo temporaneo e speciale
soccorso, che i fedeli daranno per abolire la piaga del traffico disumano e per
sostentare i banditori del Vangelo nei luoghi dove essa esiste, non diminuirà
la liberalità con la quale si sogliono promuovere le Missioni cattoliche con
l’elemosina raccolta dall’Istituto che, fondato a Lione, fu detto della
Propagazione della Fede. Quest’opera salutare, che già raccomandammo ai fedeli,
presentandosene l’opportunità elogiamo nuovamente, desiderando che largamente
estenda i suoi benefici e fiorisca in lieta prosperità.
Intanto, Venerabile Fratello, a te, al clero
e ai fedeli affidati alla tua pastorale vigilanza, affettuosissimamente
impartiamo la Benedizione Apostolica.
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