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Pius PP. VI
Ancorché antichissimo

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Capitolo III

In questo stato di cose, in cui da una parte il sovrano legittimo reclamava di fronte a tutta l’Europa i propri legittimi domini e rivendicava i proprii diritti contro i ribelli; dall’altra l’Assemblea nazionale aveva reso ufficiale e pubblica la giusta disapprovazione del progetto d’invasione, sembrava che non ci fosse più nulla da sospettare o da temere da parte del dispotismo e della violenza. Gli Avignonesi però moltiplicarono i delitti e gli assassinii e questo bastò a far rinascere il piano d’occupazione già tante volte rifiutato. Con il pretesto di riportare la quiete in quelle province, l’Assemblea nazionaleviolando palesemente i diritti del sovrano territorialeosò inviare ad Avignone la milizia francese, che invece di calmare la rivolta moltiplicò ed aggravò i disordini, propagando la guerra civile e la devastazione anche nel contado. Dopo questi atti di violenza, travestiti col nome di mediazione di pace, la mina architettata dai sediziosi arrivò infine a scoppiare: il giorno 14 dello scorso mese di settembre comparve un nuovo, inaspettato decreto dell’Assemblea nazionale, in cui si dichiarava che "In virtù dei diritti della Francia sugli stati riuniti d’Avignone e del contado Venesino; in conformità del voto liberamente e solennemente espresso dalla maggioranza delle comunità e dei cittadini di questi due paesi per essere incorporati alla Francia, i citati due stati riuniti d’Avignone e del Contado sono da questo momento parte integrante della Francia". Accumulando errori su errori e malizia su malizia, il decreto precisa inoltre che il re debba aprire la trattativa con la corte di Roma, per discutere le indennità ed i compensi che legittimamente le competano. Questo decreto, beatissimo Padre, che offende i diritti di tutte le genti e dev’essere considerato in tutt’Europa come un pessimo esempio non si fonda su alcun principio di ragione o di giustizia. Esso si basa sui pretesi diritti della Francia e sull’asserito libero consenso solenne dei ribelli. Ma la santità dei trattati, la religione dei contratti, la veneranda autorità di un possesso durato cinque secoli escludono ogni preteso diritto della Francia su queste province. Il trattato di Parigi del 1228 fece acquisire alla santa Sede il contado Venesino; non molto tempo dopo, i rappresentanti del Papa, scortati dagli stessi rappresentanti del Re, ricevettero il giuramento di fedeltà di quei sudditi. La città di Avignone, che era in Provenza quando la Provenza non apparteneva ancora alla Francia, fu a sua volta acquisita alla santa Sede con legittimo contratto di compravendita del 1348. Gli imperatori, il cui alto dominio riconosceva quasi tutta quella provincia, confermarono l’acquisizione, e tutti gli abitanti di Avignone prestarono a loro voltasolennemente e liberamente – il giuramento di fedeltà. Luigi XI, che acquisì la Provenza alla Francia, non osò toccare la sovranità del Papa su Avignone e – da Luigi XI in poi – altri tredici Re di Francia non hanno mai posto in dubbio la sovranità della santa Sede su quelle province. I trattati che di volta in volta sono intercorsi tra le corti di Roma e di Francia, per vicende che riguardavano quegli Stati (ragioni di confini, di sale, di tabacco e di tele indiane) testimoniano la conoscenza ed il possesso della sovranità. Le due occupazioni temporanee attuate, nel 1662 e nel 1688, da Luigi XIV e l’altra, voluta nel 1768 da Luigi XV, non furono mai motivate per rivendicare questi Stati alla corona di Francia, che non poteva vantare alcun diritto; esse furono semplici rappresaglie, sfociate in una sollecita restituzione e nella ricollocazione dei sovrani Pontefici nel possesso precedente, senza alcuna riserva e senza alcuna eccezione. In questo modo, in definitiva, ciò confermava anzi il legittimo ed antico possesso che la santa Sede deteneva. L’Assemblea nazionale non poteva avere alcuna base nel formulare pretesi diritti della Francia per spogliare dei suoi Stati il legittimo sovrano; né tanto meno poteva individuarla nel preteso consenso di quelle popolazioni ribelli. Sarebbe un pessimo esempio lasciar credere ai sudditi che sia lecito cambiar padrone a proprio piacimento; men che meno lo poteva essere agli Avignonesi e ai cittadini del Contado, che fin da quel primo legittimo contratto avevano giurato fedeltà alla santa Sede; che più volte avevano implorato ed ottenuto da Gregorio XI. Nicola V, Calisto III e Paolo II di non essere mai sottratti alla soggezione ed all’ubbidienza della santa Sede. Per di più, sul finire di novembre 1789, udendo la prima proposta avanzata all’Assemblea nazionale per invadere tali province, tutta la città di Avignone (in data 10 dicembre dello stesso anno) e tutti gli abitanti del Contado (il giorno 25 dello stesso novembre) ribadirono solennemente di voler rimanere sotto il dominio dei sovrani Pontefici; inoltre, di fronte alla ribellione ed allo spergiuro di quegli sciagurati, Vostra Santità affermò con forza di fronte a tutta Europa di non acconsentire assolutamente alla rinuncia del possesso e del dominio su quelle province. L’infedeltà ed i falsi giuramenti hanno segnato quel voto che l’Assemblea chiama libero e solenne. L’iniquo voto con cui la città di Avignone si è voluta unire alla Francia è stato espresso da un popolo oppresso dai faziosi, spaventato dagli assassinii e dalle ruberie, indotto a manifestare i propri sentimenti di fronte ai patiboli; circondato non più dai propri concittadini ma da bande di vagabondi, stranieri, sgherri e sicarii. Il capriccio e l’iniquità d’un migliaio di cittadini – o forse di malandrini, stranieri, fanciulli o scellerati, che speravano di sfuggire al patibolo commettendo un ulteriore delitto – sono stati fatti passare come il consenso d’una città intera, composta di trentamila abitanti. Né più libero è stato il voto di alcuni cittadini del Contado, che è stato fatto passare come il volere dell’intera provincia. Quattro assedi alla città di Carpentras, le stragi di Cavaglione, l’incendio di Sarrians, i saccheggi dell’Isola e di Serignan, le incursioni delle bande armate in tutta la parte meridionale del Contado, la masnada di scellerati nota col nome di esercito di Valchiusa, hanno estorto un consenso basato sul terrore e sulla disperazione; contemporaneamente, gli emigranti avignonesi e le comunità del forese più libere dall’oppressione dei ribelli – e che costituiscono la maggior parte della popolazione di quel territorio – si sono sentiti travisati e gareggiano nel tributare alla Santità Vostra gli omaggi della più costante fedeltà ed obbedienza. Stando così le cose, beatissimo Padre, io sottoscritto commissario generale della Camera apostolica, in quanto difensore legittimo dei diritti della Sede apostolica e della sua Camera, protesto solennemente e dichiaro ingiusto, temerario ed offensivo dei diritti e della legittima sovranità della santa Sede il decreto dell’Assemblea nazionale pubblicato il 14 settembre 1791, col quale si definiscono incorporati alla Francia gli Stati riuniti d’Avignone e del contado Venesino; perciò tale decreto deve considerarsi senza conseguenze e di nessun valore, così come già espresso anche nelle proteste avanzate da monsignor Casoni, vice-legato di Avignone, nella stessa città d’Avignone il 5 giugno 1790 e ripetute a Carpentras il 12 luglio dello stesso anno. Ciò si collega anche alle altre proteste fatte dal procuratore generale del Fisco il 31 dello stesso mese di luglio e ripetute il 13 del novembre seguente, ammesse ed inserite nei due chirografi segnati da Vostra Santità il 2 agosto ed il 10 novembre dello stesso anno 1790.

Io protesto solennemente e dichiaro che – nonostante tale decreto e nonostante qualunque altro atto di violenza o di usurpazione che l’Assemblea nazionale abbia perpetrato o intenda perpetrare nelle province d’Avignone e del contado Venesino – non è stato recato alcun pregiudizio ai diritti ed al legittimo possesso della santa Sede in quegli Stati, e si deve sempre tenere presente l’intenzione di Vostra Santità e della santa Sede di voler mantenere nello stato attuale il possesso di tutti i diritti, senz’alcuna diminuzione o senza alcun pregiudizio, come se il citato decreto non fosse mai stato pubblicato, né i sudditi ribelli avessero mai espresso alcun voto, né compiuta alcuna azione contro la sovranità. L’Assemblea nazionale, nel medesimo nullo e violento decreto del 14 settembre scorso, ha suggerito al Re cristianissimo il progetto di iniziare trattative con la corte di Roma per i pretesi indennizzi e compensi; ciò è stato scritto esclusivamente per giustificare in apparenza la violenza e l’usurpazione. Per dovere d’ufficio e a sostegno dei sacri diritti del principato e della santa Sede, io protesto, dichiaro e supplico umilmente Vostra Santità: non è lecito supporre che il Re cristianissimo vorrà acconsentire a tale incarico; tuttavia, se per caso dovesse accadere che venisse proposto qualche trattato, Vostra Santità non accetti d’intavolare alcun discorso d’indennizzo e di compensi, perché in nessun modo potrebbe mai essere giustificata l’alienazione della legittima sovranità da quelle province, che costituiscono patrimonio peculiare della santa Sede e che la Santità Vostra – sulle orme dei suoi gloriosi predecessori, e specialmente di Pio II – ha giurato solennemente di non alienare mai. Dichiarando tutto ciò, e ribadendo che il decreto dell’Assemblea nazionale dev’essere considerato nullo ed iniquo, così come qualunque altro atto pregiudizievole dei diritti della santa Sede; sottolineando ancora che questa protesta è ferma e va ripetuta stabilmente ogni volta che ce ne sia bisogno, inserendola in ogni documento, di modo che la decisione dell’Assemblea nazionale rimanga sempre senza esito e di nessun valore, supplico nuovamente la Santità Vostra affinché ammetta la seguente protesta e dichiari che il decreto varato il 14 settembre scorso dall’Assemblea nazionale è nullo, ingiusto, violento e perturbante dei legittimi diritti della santa Sede, così come è nullo, fonte di disordine ed estorto il consenso fornito dai sudditi ribelli di quelle province alla incorporazione di quei territori. Faccio istanza perché questi sentimenti, che Vostra Santità ha già dichiarato a tutte le corti d’Europa, siano universalmente noti a tutti, a conferma del fatto che l’animo Vostro è stabilmente disposto a rivendicare le ragioni della sede apostolica; così dichiaro, supplico e faccio istanza. Oggi, 27 ottobre 1791. Io, Giacomo Borsari, commissario generale della R.C.A.".




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