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Pius PP. VI
Super soliditate

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Capp. XVI-XVIII

XVI.

1. Anzi, gli stessi Basileesi nella risposta sinodale al vescovo di Taranto dichiarano apertamente che essi confessano e credono che il Romano Pontefice è capo e primate della Chiesa, vicario di Cristo e scelto da Cristo, non dagli uomini o da altri Sinodi, quale pastore dei Cristiani: a lui sono state date le chiavi dal Signore; a lui solo è stato detto "Tu sei Pietro"; egli soltanto è stato chiamato alla pienezza del potere; altri furono chiamati a partecipare del dovere. Pertanto egli [Eybel] dovrebbe vergognarsi della propria audacia impotente, con la quale s’appresta a colpire quella pienezza di potere che i Basileesi espongono fra i fondamenti della dottrina, tanto noti e divulgati che non sarebbe necessario enumerarli.

2. Per la verità, quanto sopra riferito è stato detto da Agostino: nella Sede Romana è sempre stato in pieno vigore il primato della Cattedra apostolica, e questo primato dell’apostolato è da anteporre a qualsiasi episcopato, come si vede – con molti altri – dallo straordinario segno in forza del quale il successore di Pietro, per il fatto che succede al posto di Pietro, trova assegnato a se stesso, per diritto divino, il gregge universale di Cristo, e contemporaneamente all’episcopato, riceve il potere del governo universale. In seguito, è necessario che agli altri vescovi sia assegnata la propria peculiare parte di gregge, non per diritto divino, ma per diritto ecclesiastico, non per bocca di Cristo, ma attraverso l’ordinazione gerarchica, in modo che attraverso questa ciascuno possa esplicare l’ordinaria potestà di governo. Chiunque vorrà togliere al Romano Pontefice la suprema autorità di tale assegnazione, necessariamente colpirà in tutto il mondo la legittima successione dei vescovi, i quali governano le Chiese fondate integralmente dall’autorità apostolica: essi ricevettero dal Romano Pontefice la missione di governarle, siano queste separate da altre o siano vicendevolmente unite. Pertanto, non si può attentare a questo mirabile consorzio di potenza attribuito alla Cattedra di Pietro per divina degnazione, senza recare grave turbamento alla Chiesa e senza pericolo dello stesso governo episcopale, così come fu detto da Leone Magno, cioè che Pietro governa esattamente coloro che anche Cristo fondamentalmente governa. E se Cristo volle che qualcosa di comune ci fosse fra Pietro e gli altri Principi, giammai diede alcunché agli altri se non per mezzo di lui.

XVII.

1. [Eybel] loda i presuli e i dottori Gallicani, del tutto inutilmente. Pensa dunque che da essi possano derivare sostenitori per lui? Forse i più antichi, o coloro che nel medio evo o in tempi più recenti risplendettero in quella illustre Chiesa con lodi di pietà o di dottrina? Ma fra quei vecchi, per ricordarne alcuni fra molti, non gli rincresca di ascoltare un Cesario Arelatense, un Avito Viennese, il primo dei quali s’indirizza al papa Simmaco con un supplichevole scritto: "Come l’episcopato ebbe inizio dalla persona del beato Pietro, così è necessario che la Vostra Santità esponga con chiarezza alle singole Chiese che cosa debbono osservare".

2. Avito poi ad Ormisda:"Chiediamo che mi istruiate come debbo rispondere ai vostri figli e miei fratelli, cioè ai Galli, se mi consultano, perché io, già sicuro, non dica soltanto della devozione dei Viennesi ma di tutta la Gallia, e possa promettere che tutti accetteranno la vostra sentenza sullo stato della fede".

3. I Padri Aureliani ripetono che le modalità canoniche da osservare per l’elezione dei metropolitani sono fissate dai decreti della Sede apostolica.

XVIII.

1. Ascolti dal medio evo Incmaro da Reims quando attesta che egli è sempre stato fedele e soggetto in tutte le cose alla Sede apostolica, madre e maestra di tutte le Chiese, e ai suoi reggitori: con ciò stesso volle si vedesse quanto si deve alla Sede apostolica e dichiara apertamente quanto egli senta che questo è dovuto.

2. Ascolti anche Ivone Carnotense che severamente condanna l’ardire di coloro che alzano il capo contro la Sede apostolica: "Opporsi ai suoi giudizi e alle sue costituzioni significa chiaramente incorrere in una manifestazione di perversità eretica; ad essa principalmente e fondamentalmente compete confermare o riprovare la consacrazione tanto dei metropolitani quanto degli altri vescovi, correggere le costituzioni e i giudizi altrui, mantenere salde le proprie decisioni e non permettere che nessun inferiore le rimaneggi o corregga". Ciò egli prova anche con l’autorità di Gelasio.




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