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Memorie apostoliche di Abdia

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[7] Sebbene il santo apostolo avesse detto tutto questo in modo grave, quale esortazione per provocare gli animi dei fratelli e desiderare le cose eterne e disprezzare le temporali, il giovane che amava Drusiana seguitava ad alimentare in petto una segreta ferita e ogni giorno di più era consumato dal suo fuoco, che non poté estinguersi neppure con la morte della donna. E non c'è da meravigliarsi se non attingeva alcuna medicina dalle parole di Giovanni, poiché non curandosi di ascoltare, non cercava il rimedio alla ferita, ma ogni giorno desiderava di fomentare l'immane delitto.

Accadde dunque che dopo la morte e la sepoltura di Drusiana, Callimaco la amasse ancora perdutamente, nonostante fosse morta. Con denaro si fece amico il procuratore di Andronico, perché gli aprisse la tomba, dove era stata messa Drusiana e potesse così fare una copia dell'amata; avendo facilmente ottenuto ciò, tentò di perpetrare una nefandezza sul corpo defunto; e portato verso di esso non da un certo moto improvviso, ma da una furiosa e meditata pazzia esclamò: "Da viva non hai voluto unirti con me, ti farò questa ingiuria da morta!".

Così con l'aiuto del procuratore infame, il giovane entrò furibondo nel sepolcro e cominciò a spogliare il corpo involto nei panni. Il procuratore dell'immane nefandezza soggiunse: "Che cosa ti è servito, infelice Drusiana, negare da viva, ciò che da morta dovrai subire?". E così il delitto si sviluppava a parole e a fatti. Dopo aver tolto quasi tutti i panni funebri, rimaneva ormai solo il velo che copriva la parte genitale: il giovane era acceso da furiosa libidine per l'unione illecita. Ed ecco, non si sa da dove, arrivò un grande serpente; il giovane ferito da un suo morso e percorso soprattutto da orribile spavento a motivo del furioso serpente, cadde a terra e, con il gelo del veleno, sparì subito ogni sua energia; il serpente salì sopra di lui, ormai stremato, e si riposò.




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