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Memorie apostoliche di Abdia IntraText CT - Lettura del testo |
[16] Né cessava l'apostolo, anche se in carcere, dal confermare i fedeli, dicendo: "Credete nel Dio che predico; credete in Gesù che vi evangelizzo, che è l'aiuto dei suoi servi e il ristoratore degli affaticati; in lui esulta l'anima mia, perché ho concluso il tempo e porto in me colui che ho bramato ardentemente di vedere. La sua bellezza mi sprona a dire chi egli sia: ma la sua grandezza supera i sensi, oltrepassa l'intelligenza, sicché io non sono capace di comprendere e di esprimere ciò che bramo dire di lui. Ma tu, o Signore, che sei solito riempire l'anima povera, riempila di ciò che mi manca e sii con me fino a quando verrò da te e ti vedrò".
Appena Zuzane udì queste cose, avvertendo che l'apostolo diceva che il suo tempo era compiuto, ed egli sembrava prossimo a partire da questo mondo, prima che abbandonasse il corpo desiderava chiedergli una medicina per sua moglie Manazara, ammalata di artrite, e chiese che gli permettesse di recarsi da lei. Dopo avere eluso il custode e promesso che sarebbero ritornati, decise di andare a casa sua insieme all'apostolo. In quella occasione gli voleva anche presentare la domanda del diaconato, e quindi della benedizione levitica. Rammentò che lui pure voleva servire Dio, che già da tempo ne aveva fatto voto nel suo animo, ma che dal padre era stato poi costretto a prender moglie a vent'anni, che pur essendo stato con lei per tre anni non ebbe figli e non conobbe mai altra donna tranne sua moglie, che già da tempo si asteneva dal dormire con lei, anche perché ella pure s'impegnava a essere casta e desiderava ascoltare le parole di Tomaso, senza però averne la possibilità a causa della sua infermità; se l'apostolo avesse voluto guarirla, egli si sarebbe interessato per ottenere il permesso di andare Tomaso gli rispose: "Se hai fede vedrai le meraviglie di Dio e come egli cura i propri servi".