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Memorie apostoliche di Abdia IntraText CT - Lettura del testo |
[21] Allora tutti fecero ritorno: Tomaso alla sua cella, Trepzia, Migdonia e Narchia anch'esse al loro carcere. Ma prima che uscissero, l'apostolo parlò loro così: "Ascoltate le mie ultime parole, perché non resterò più a lungo in questo corpo: sono chiamato verso il Signore Gesù, verso colui che mi ha redento, verso colui che s'umiliò oltre ogni limite, al fine di risollevare tutti fino all'ultimo: in lui ho imparato a sperare. Se, infatti, ha chiamato me, indegno, al sacro ministero, tanto più ora, dopo averlo servito nella verità, posso sperare la ricompensa. Egli è buono e giusto; il Signore sa la ricompensa da dare secondo i meriti di ognuno. Ricco di doni, largo di grazie, non è affatto parco di benefici. Egli s'è degnato di elargire a me, indegno, molti doni al di là del mio merito. I suoi miracoli devono spingervi a lodarne l'autore. Ché io non li compivo per mia propria virtù. E' in nome del Signore mio Gesù Cristo ch'io li impetravo, non li esigevo. Poiché io non sono Cristo, ma servo di Cristo; né sono io l'arbitro, bensì il ministro di colui che mi ha mandato. Perciò terminata la mia corsa, vi ammonisco, affinché quando mi vedrete in potere degli uomini e tra i tormenti, non venga meno la vostra fede. Io infatti adempio la volontà del mio Signore, ed è giusto che io voglia ciò che comanda il Signore. Infatti, se egli ha accettato di morire per noi, tanto più noi, contro la volontà del Signore, non dobbiamo temere la morte di questo corpo. Tanto più poi che questa morte non è una rovina, bensì la liberazione del corpo.
Perciò non prego che sia differita la morte. Credete, infatti, che io potrei differirla, se volessi; ma al contrario, prego di esserne assolto al più presto affinché, andatomene, possa contemplare colui che è splendido e misericordioso, colui che in ricompensa delle opere e delle fatiche, per le quali non mi sono risparmiato, qual Signore liberalissimo, mi darà il premio".