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Memorie apostoliche di Abdia

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Libro VII - Gesta del beato Matteo apostolo ed evangelista

 

[1] Matteo, soprannominato Levi, figlio di Alfeo, apparteneva alla classe dei pubblicani. Chiamato al suo servizio dal Signore nostro Gesù Cristo, entrò nel numero dei suoi discepoli e da ultimo ebbe il supremo ufficio dell'apostolato. Prima dell'Ascensione del Signore al cielo, non fece nulla di più di tutti gli altri compagni dell'ufficio apostolico. Dopo aver ricevuto insieme agli altri lo Spirito santo illuminatore, si volse a predicare il Vangelo nel mondo, e nella ripartizione gli toccò la provincia dell'Etiopia. E quivi andò.

Mentre dimorava nella grande città di Naddaver, ove era re Eglippo, vi si trovavano anche i due maghi Zaroen e Arfaxat Con forme strane costoro si burlavano del re affinché egli credesse che essi erano dèi. E il re credeva loro in ogni cosa, e con lui tutto il popolo della città; e dalle regioni lontane dell'Etiopia ogni giorno veniva gente per adorarli. A loro piacimento, facevano infatti arrestare subito i piedi degli uomini rendendoli immobili; impedivano la vista e l'udito degli uomini; comandavano ai serpenti di mordere, cosa che sono soliti fare pure i Marsi, e curavano molti con l'incantesimo. Come suol dirsi, si dimostra più rispetto ai cattivi per timore, che ai buoni per amore; così anche quelli erano venerati presso gli Etiopi, e tenuti a lungo in gran conto.




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