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Rocco Chinnici
Processo al processato

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PREFAZIONE

Ho ritenuto opportuno scriverla io la prefazione a questa commedia in quanto il tema che tratta il testo mi sta molto a cuore, ed essendo di grande interesse, merita una saggia riflessione, e quindi ecco la scelta mia di farlo. Avrei potuto farlo facendo una ricerca su trattati di psicologia, o il dottrinante del pensiero di Jung, o scrivere sul psicodramma, psicoterapia che molti dovremmo fare e senza che lo psichiatra si sforzi di descrivercene le scene, sono tanti i drammi che ci circondano. Ho preferito invece prendere spunto di quanto accade nella vita di tutti i giorni e metterlo in scena, parlandovene con parole semplici per cercare di intenderci tutti. Fu un vecchio saggio, mio compaesano ed amico, che per tanti giorni io ebbi la fortuna di ascoltare, che mi disse: “Caru Roccu, parrari è facili, è sapiri parrari ca è difficili”. Non poteva non essere la realtà quanto mi diceva; tante persone parlano per sentito dire, parlano ripetendo alcune formule memorizzate e che non riescono più a trovare le parole per rinnovarle, parlano per l’abitudine di farlo, nello stesso modo in cui molti cattolici anche praticanti fanno il segno della croce… così, per abitudine, solo perché lo hanno già memorizzato, qualcheduno ancora oggi fa il gesto di segnarsi guardando un’immagine di Santi, strada facendo. Si parla anche d’affidamento, e tanti chiedono bambini cui poter badare, non importa poi (per fortuna, non tutti), se molta di questa gente non è in grado di saper provvedere ai propri figli, o


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di accorgersi, avendo questo grande spirito di solidarietà, che anche in ogni nostro paese esistono realtà di bambini bisognosi di grossi interventi solidali che li aiutino ad inserirli in una realtà ambientale diversa da quella in cui vivono nelle loro famiglie. La nostra è una piccola comunità dove ancora tutti conoscono l’appartenenza d’ogni singolo, una grossa famiglia composta da tanti figli e che molti di questi hanno bisogno d’essere seguiti di più. O forse è proprio per il fatto di saperne la provenienza che c’impedisce di dar loro una mano? Certo è che neanche di quelli provenienti d’altri stati possiamo dire che appartengono a famiglie migliori. Bisognerebbe, secondo me, avere chiaro, prima di tutto, il concetto di comunità e di famiglia. Io, a molti di questi signori chiederei: ma vale proprio la pena fare simili gesti? Gesti, per alcuni, vuoti di sentimenti, di significati, o iniziative di cui la nostra comunità ne ha gran priorità? Io credo sia opportuno trovare la forza di spogliarsi definitivamente di quel po’ di razzismo che inconsciamente ci hanno tramandato le vecchie generazioni, e avvicinarci di più ai bisogni dell’uomo: culturali, morali ed economici. Non bisogna andare in altri stati per vedere e capire quelli che sono i veri bisogni dell’uomo, basta andare nelle nostre scuole per rendersi conto di quanti bambini non hanno la possibilità di comprarsi la merendina, di quanti bambini hanno bisogno di essere aiutati culturalmente; dispiace che in molti di quegli stati ancora oggi c’è la guerra, ma se guardiamo attentamente anche da noi, giorno dopo giorno siamo in guerra, una guerra diversa fatta solo di rivalità, dove ancora si educano i propri figli a non frequentare ragazzi appartenenti a famiglie meno abiette; “Pari ca fussimu malati cuntaggiusi” dice Ignazio alla mamma nel vedersi discriminato proprio da suoi coetanei; non si può pretendere d’avere un terreno colto se continuiamo a zappettare quello del vicino. Questo continuo nostro cammino verso destini incerti; questa continua perdita d’ideali, questo facile lasciarsi prendere da stupide mode, questo continuo scopiazzare gli altri, e così via; in tutto questo non ci siamo resi conto che abbiamo perso la cosa migliore: il gusto di vivere la vita, il “dialogo”, quello vero, quello che si usava fare un tempo con i nostri figli accanto ad un braciere, in quel bisogno di stare vicini e scaldarsi; ora abbiamo i riscaldamenti dove il caldo arriva ovunque… e quel dolce calore umano? Quel dialogo, quello che si faceva anche nelle sezioni di partito, in chiesa, quando allora, giovani, ci si riuniva per discutere, parlare di problemi inerenti la parrocchia e problemi che riguardavano la comunità belmontese. Ora anche in parrocchia (senza


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voler fare polemica) s’inizia sin da piccoli a far corsi, e si finisce già grandi facendo ancora corsi; e il dialogo? Le iniziative culturali? Quella raffinatissima tecnica umana di una volta, anche un po’ sgrammaticata, di raccontare ai piccoli grandi esempi di vita? Da lasciarli con la boccuccia aperta sbalorditi nel sentire quel parlare semplice, creato , volta per volta, con la pazienza e la calma di quei tempi andati. L’uomo, contrariamente a quanto pensano i signori del “parla, parla”, si forma e si tempra in ambienti sani e civili, in luoghi dove le macchine non fanno lunghe file aspettando i comodi di tanti signori che con i loro cavalli intralciano con prepotenza la viabilità. In ambienti dove per pagare un semplice bollettino alla posta bisogna attendere mattinate intere. In ambienti dove si continua, con gran naturalezza, a buttare la carta o altri oggetti in mezzo la strada. In luoghi dove i rumori e gli inquinamenti, aumentano, giorno dopo giorno. In luoghi dove non si sa se ritornando a casa, la si trova sottosopra o saccheggiata. In ambienti dove la prepotenza di molti automobilisti, che si fermano a parlare in doppia o tripla fila, costringono a fare lunghe code d’auto creando ingorghi a mai finire. In luoghi dove basta guardare in alcune viuzze per rendersi conto che buttata per terra ci trovi qualche siringa, dove i piccoli, passando hanno modo di vedere, rischiando inconsciamente di abituarsi a quel degrado. In luoghi dove si continuano a spendere soldi pubblici in strutture, senza che poi se ne capisca l’utilità, e che rischiano di non essere mai portate a termine. In luoghi, dove la gente è stufa di sentire solo parlare, parlare di cose che non si realizzano o non si realizzeranno mai, e qua, in questo nostro sud, ora, il Principe di Macchiavelli avrebbe solo potuto fare il semplice uomo di corte; avrebbe detto Pirandello: “COSI’ E’ SE VI PARE”. Sono tutte queste cose che aiutano a trovare l’humus alla criminalità minorile. Ai poveri nasceranno figli poveri, come ai ricchi nasceranno i figli ricchi; ma una cosa è certa, quando si nasce, abbiamo una gran cosa in comune: la vita, una breve vita, contrariamente a quanti pensano “d’essere immortali”, e questa vita bisogna che tutti la rispettiamo, sforzandoci di ritornare ad essere bambini, a quando ci accomunava la gran gioia di vivere, al di delle appartenenze d’ognuno. Provate ad entrare in una villa (quella vera), i bimbi giocano con i loro coetanei senza pensare ai titoli che possano avere i loro genitori: dottore, ingegnere, scienziato o povero, disoccupato e così via; siamo noi che poi li educhiamo allo stare nel chivalà; “Dda, jetti quattru favinto crivu e cerni; oh! Asparinu! L’omu consideratu merci, schifiu!” Dice Ignazio al


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fratello Gaspare nel vedere l’uomo che rischia di perdere il suo giusto valore. Io (e ringrazierò sempre quei Presidi e Direttori che mi hanno dato, e continuano a farlo, il permesso di potere accedere a scuola ed insegnare ai ragazzi quel poco di teatro che conosco), quando parlo con i ragazzi, la prima cosa che dico loro è di fare i bravi, di volersi bene gli uni con gli altri e rispettarsi, e di chiamarmi per nome, “Rocco;” perché il rispetto non è nel farsi chiamare di voi o di “voscenza”, ma scaturisce dalla buona educazione comportamentale che noi insegniamo loro; solo dopo iniziamo il lavoro di drammatizzazione, e per mia esperienza devo dire che i bambini o ragazzi peggiori della classe, alla fine, riesco a coinvolgerli, con la meraviglia di qualche insegnante, in  questa attività di discipline che è il teatro. Ho capito che i piccoli hanno un grande bisogno di far vedere che esistono, che sono presenti, in questa società che non offre loro più un dialogo, un impegno verso qualcosa di creativo che li renda partecipi e liberi di sprigionare quella gran gioia di vivere che hanno dentro. E… non vorrei prolungarmi; se veramente vogliamo, senza che ancora si continui a far polemica, che non si parli più di devianza minorile, allora dobbiamo per una volta e per sempre essere tutti vicini ai piccoli, ai giovani, impegnandoci in prima persona, strappando la tessera di socio al circolo delle deleghe, di aiutare a far capire a chi ci governa che: per come le chiese servono per andarci a pregare, vi sono anche strutture che servono per far cultura, sport, e tante altre cose che aiutano a crescere, non certo solo in lunghezza, i piccoli, i giovani, futuro del nostro domani.

Ricordiamocelo”: I bambini non sono del padre e della madre, ma di chi invece li vuole veramente bene.

 

                                                                                  rocco

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 



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