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PREFAZIONE
Ho ritenuto opportuno scriverla io la prefazione a questa
commedia in quanto il tema che tratta il testo mi sta molto a cuore, ed essendo
di grande interesse, merita una saggia riflessione, e quindi ecco la scelta mia
di farlo. Avrei potuto farlo facendo una ricerca su trattati di psicologia, o
il dottrinante del pensiero di Jung, o scrivere sul psicodramma, psicoterapia
che molti dovremmo fare e senza che lo psichiatra si sforzi di descrivercene le
scene, sono tanti i drammi che ci circondano. Ho preferito invece prendere
spunto di quanto accade nella vita di tutti i giorni e metterlo in scena,
parlandovene con parole semplici per cercare di intenderci tutti. Fu un vecchio
saggio, mio compaesano ed amico, che per tanti giorni io ebbi la fortuna di
ascoltare, che mi disse: “Caru Roccu, parrari è facili, è sapiri parrari ca è
difficili”. Non poteva non essere la realtà quanto mi diceva; tante persone
parlano per sentito dire, parlano ripetendo alcune formule memorizzate e che
non riescono più a trovare le parole per rinnovarle, parlano per l’abitudine di
farlo, nello stesso modo in cui molti cattolici anche praticanti fanno il segno
della croce… così, per abitudine, solo perché lo hanno già memorizzato,
qualcheduno ancora oggi fa il gesto di segnarsi guardando un’immagine di Santi,
strada facendo. Si parla anche d’affidamento, e tanti chiedono bambini cui poter
badare, non importa poi (per fortuna, non tutti), se molta di questa gente non
è in grado di saper provvedere ai propri figli, o - 2 -
di accorgersi,
avendo questo grande spirito di solidarietà, che anche in ogni nostro paese
esistono realtà di bambini bisognosi di grossi interventi solidali che li
aiutino ad inserirli in una realtà ambientale diversa da quella in cui vivono
nelle loro famiglie. La nostra è una piccola comunità dove ancora tutti
conoscono l’appartenenza d’ogni singolo, una grossa famiglia composta da tanti
figli e che molti di questi hanno bisogno d’essere seguiti di più. O forse è
proprio per il fatto di saperne la provenienza che c’impedisce di dar loro una
mano? Certo è che neanche di quelli provenienti d’altri stati possiamo dire che
appartengono a famiglie migliori. Bisognerebbe, secondo me, avere chiaro, prima
di tutto, il concetto di comunità e di famiglia. Io, a molti di questi signori
chiederei: ma vale proprio la pena fare simili gesti? Gesti, per alcuni, vuoti
di sentimenti, di significati, o iniziative di cui la nostra comunità ne ha
gran priorità? Io credo sia opportuno trovare la forza di spogliarsi
definitivamente di quel po’ di razzismo che inconsciamente ci hanno tramandato
le vecchie generazioni, e avvicinarci di più ai bisogni dell’uomo: culturali,
morali ed economici. Non bisogna andare in altri stati per vedere e capire
quelli che sono i veri bisogni dell’uomo, basta andare nelle nostre scuole per
rendersi conto di quanti bambini non hanno la possibilità di comprarsi la
merendina, di quanti bambini hanno bisogno di essere aiutati culturalmente;
dispiace che in molti di quegli stati ancora oggi c’è la guerra, ma se
guardiamo attentamente anche da noi, giorno dopo giorno siamo in guerra, una
guerra diversa fatta solo di rivalità, dove ancora si educano i propri figli a
non frequentare ragazzi appartenenti a famiglie meno abiette; “Pari ca fussimu
malati cuntaggiusi” dice Ignazio alla mamma nel vedersi discriminato proprio da
suoi coetanei; non si può pretendere d’avere un terreno colto se continuiamo a
zappettare quello del vicino. Questo continuo nostro cammino verso destini
incerti; questa continua perdita d’ideali, questo facile lasciarsi prendere da
stupide mode, questo continuo scopiazzare gli altri, e così via; in tutto
questo non ci siamo resi conto che abbiamo perso la cosa migliore: il gusto di
vivere la vita, il “dialogo”, quello vero, quello che si usava fare un tempo
con i nostri figli accanto ad un braciere, in quel bisogno di stare vicini e
scaldarsi; ora abbiamo i riscaldamenti dove il caldo arriva ovunque… e quel
dolce calore umano? Quel dialogo, quello che si faceva anche nelle sezioni di
partito, in chiesa, quando allora, giovani, ci si riuniva per discutere,
parlare di problemi inerenti la parrocchia e problemi che riguardavano la
comunità belmontese. Ora anche in parrocchia (senza - 3 -
voler fare
polemica) s’inizia sin da piccoli a far corsi, e si finisce già grandi facendo
ancora corsi; e il dialogo? Le iniziative culturali? Quella raffinatissima tecnica
umana di una volta, anche un po’ sgrammaticata, di raccontare ai piccoli grandi
esempi di vita? Da lasciarli con la boccuccia aperta sbalorditi nel sentire
quel parlare semplice, creato lì, volta per volta, con la pazienza e la calma
di quei tempi andati. L’uomo, contrariamente a quanto pensano i signori del
“parla, parla”, si forma e si tempra in ambienti sani e civili, in luoghi dove
le macchine non fanno lunghe file aspettando i comodi di tanti signori che con
i loro cavalli intralciano con prepotenza la viabilità. In ambienti dove per
pagare un semplice bollettino alla posta bisogna attendere mattinate intere. In
ambienti dove si continua, con gran naturalezza, a buttare la carta o altri
oggetti in mezzo la strada. In luoghi dove i rumori e gli inquinamenti,
aumentano, giorno dopo giorno. In luoghi dove non si sa se ritornando a casa,
la si trova sottosopra o saccheggiata. In ambienti dove la prepotenza di molti
automobilisti, che si fermano a parlare in doppia o tripla fila, costringono a
fare lunghe code d’auto creando ingorghi a mai finire. In luoghi dove basta
guardare in alcune viuzze per rendersi conto che buttata lì per terra ci trovi
qualche siringa, dove i piccoli, passando hanno modo di vedere, rischiando
inconsciamente di abituarsi a quel degrado. In luoghi dove si continuano a
spendere soldi pubblici in strutture, senza che poi se ne capisca l’utilità, e
che rischiano di non essere mai portate a termine. In luoghi, dove la gente è
stufa di sentire solo parlare, parlare di cose che non si realizzano o non si
realizzeranno mai, e qua, in questo nostro sud, ora, il Principe di
Macchiavelli avrebbe solo potuto fare il semplice uomo di corte; avrebbe detto
Pirandello: “COSI’ E’ SE VI PARE”. Sono tutte queste cose che aiutano a trovare
l’humus alla criminalità minorile. Ai poveri nasceranno figli poveri, come ai
ricchi nasceranno i figli ricchi; ma una cosa è certa, quando si nasce, abbiamo
una gran cosa in comune: la vita, una breve vita, contrariamente a quanti
pensano “d’essere immortali”, e questa vita bisogna che tutti la rispettiamo,
sforzandoci di ritornare ad essere bambini, a quando ci accomunava la gran
gioia di vivere, al di là delle appartenenze d’ognuno. Provate ad entrare in
una villa (quella vera), i bimbi giocano con i loro coetanei senza pensare ai
titoli che possano avere i loro genitori: dottore, ingegnere, scienziato o
povero, disoccupato e così via; siamo noi che poi li educhiamo allo stare nel
chivalà; “Dda, jetti quattru favi ‘nto crivu e cerni; oh! Asparinu! L’omu
consideratu merci, schifiu!” Dice Ignazio al - 4 -
fratello Gaspare nel
vedere l’uomo che rischia di perdere il suo giusto valore. Io (e ringrazierò
sempre quei Presidi e Direttori che mi hanno dato, e continuano a farlo, il
permesso di potere accedere a scuola ed insegnare ai ragazzi quel poco di
teatro che conosco), quando parlo con i ragazzi, la prima cosa che dico loro è
di fare i bravi, di volersi bene gli uni con gli altri e rispettarsi, e di
chiamarmi per nome, “Rocco;” perché il rispetto non è nel farsi chiamare di voi
o di “voscenza”, ma scaturisce dalla buona educazione comportamentale che noi
insegniamo loro; solo dopo iniziamo il lavoro di drammatizzazione, e per mia
esperienza devo dire che i bambini o ragazzi peggiori della classe, alla fine,
riesco a coinvolgerli, con la meraviglia di qualche insegnante, in questa attività di discipline che è il
teatro. Ho capito che i piccoli hanno un grande bisogno di far vedere che
esistono, che sono presenti, in questa società che non offre loro più un
dialogo, un impegno verso qualcosa di creativo che li renda partecipi e liberi
di sprigionare quella gran gioia di vivere che hanno dentro. E… non vorrei
prolungarmi; se veramente vogliamo, senza che ancora si continui a far
polemica, che non si parli più di devianza minorile, allora dobbiamo per una
volta e per sempre essere tutti vicini ai piccoli, ai giovani, impegnandoci in
prima persona, strappando la tessera di socio al circolo delle deleghe, di
aiutare a far capire a chi ci governa che: per come le chiese servono per
andarci a pregare, vi sono anche strutture che servono per far cultura, sport,
e tante altre cose che aiutano a crescere, non certo solo in lunghezza, i
piccoli, i giovani, futuro del nostro domani.
“Ricordiamocelo”: I bambini non sono del padre e della
madre, ma di chi invece li vuole veramente bene.
rocco
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