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II
Dal conseguimento della verità,
piena, integra, sincera, deve necessariamente scaturire l’unione delle menti,
degli animi e delle azioni. Infatti ogni contrasto e disaccordo trova la sua
prima causa nel fatto che la verità o non è conosciuta o, peggio ancora,
quantunque conosciuta, viene impugnata per i vantaggi che spesso si spera di
ricavare da false opinioni, ovvero per quella biasimevole cecità che spinge gli
uomini a giustificare i loro vizi e le cattive azioni.
È dunque necessario che tutti,
sia i privati cittadini, sia coloro che hanno in mano le sorti dei popoli,
amino sinceramente la verità se vogliono godere quella concordia e quella pace,
dalle quali soltanto può derivare la vera prosperità pubblica e privata.
In modo particolare esortiamo a
siffatta concordia e pace i supremi reggitori delle nazioni. Posti al di sopra
delle contese fra gli stati, Noi che abbracciamo tutti i popoli con pari carità
e non siamo mossi da nessun intento di dominazione politica e da nessun
desiderio di beni terrestri, nel parlare di un argomento così estremamente
importante, crediamo di poter essere serenamente giudicati e ascoltati dagli
uomini di ogni nazione.
Dio ha creato gli uomini non
nemici, ma fratelli. Ha dato loro la terra da coltivare con il lavoro e la
fatica, perché tutti ne godano i frutti e ne traggano il necessario per il
sostentamento e i bisogni della vita. Le diverse nazioni altro non sono che
comunità di uomini, cioè di fratelli, che devono tendere in unione fraterna,
non solo al fine proprio di ciascuna, ma altresì al bene comune dell’intero
consorzio umano.
Del resto il corso di questa
vita mortale non deve essere considerato soltanto in se stesso o come avente
finalità puramente edonistiche. Esso, se conduce al dissolvimento del corpo
dell’uomo, prepara e avvia altresì alla vita immortale, alla patria dove
vivremo in eterno.
Tolta dall’animo dell’uomo
questa dottrina, questa consolante speranza, crollano tutte le ragioni della
vita. Insorgono negli animi, fatalmente, le passioni, le lotte e le discordie,
che nessun freno potrà efficacemente contenere. Non splende più l’olivo della
pace, ma divampa la fiamma della discordia. La sorte dell’uomo diviene quasi
simile a quella degli esseri privi di intelletto; anzi - e ciò è ancora peggio
- abusando della ragione egli può precipitare negli abissi del male, cosa che
purtroppo spesso avviene, e giungere, come già Caino, a macchiare la terra di
sangue fraterno e di delitti.
Se si vuole quindi - e chi non
dovrebbe volerlo? - ricondurre le umane azioni nel sentiero della giustizia è
necessario anzitutto richiamare la ragione e l’animo a questi retti principi.
Se ci diciamo e siamo fratelli,
se siamo chiamati ad una medesima sorte nella vita presente e nella futura,
come è mai possibile che alcuno tratti gli altri da avversari e da nemici?
Perché invidiare gli altri, suscitare odio e rivolgere armi micidiali contro i
fratelli? Abbastanza si è combattuto fra gli uomini. Troppi giovani nel fiore
dell’età hanno versato il loro sangue. Già troppi cimiteri di caduti in guerra
esistono, e ci ammoniscono, con voce severa, a raggiungere una buona volta la
concordia, l’unità, una giusta pace.
Pensi quindi ognuno, non a ciò
che divide gli animi, ma a ciò che li può unire nella mutua comprensione e
nella reciproca stima.
Soltanto se si cerca veramente
la pace e non la guerra, come è doveroso, se si tende con comune e sincero
sforzo alla fraterna concordia tra i popoli, soltanto allora, diciamo, sarà
possibile armonizzare gli interessi e comporre felicemente tutte le divergenze.
E si potrà così addivenire di comune intesa e con mezzi opportuni a quella
sospirata e concorde unione per cui i diritti di ogni singolo stato alla
libertà, lungi dal venire conculcati da altri, sono invece del tutto posti al
sicuro. Coloro infatti che opprimono gli altri e li spogliano della loro
libertà, non possono certamente apportare il loro contributo a questa unità. E
qui si presenta quanto mai opportuna l’affermazione del Nostro predecessore di
f.m. Leone XIII: «Per frenare l’ambizione, la cupidigia dei beni altrui, la
rivalità, che sono i più validi incentivi alla guerra, nulla val meglio delle
virtù cristiane, della giustizia in primo luogo». (5)
Del resto, se le nazioni non
arriveranno a questa unione fraterna, fondata necessariamente sulla giustizia e
alimentata dalla carità, la situazione mondiale rimarrà assai grave. Gli uomini
sensati deplorano perciò giustamente una situazione così incerta, che lascia in
dubbio se ci si avvii verso una pace solida e vera, oppure si corra con estrema
cecità verso una nuova spaventosa guerra. Con estrema cecità, abbiamo detto; se
infatti - Dio non voglia! - dovesse scoppiare una nuova guerra, tale è la
potenza delle armi mostruose dei nostri giorni che non rimarrebbe altro per
tutti i popoli - vincitori e vinti - fuorché immensa strage e universale
rovina.
Perciò supplichiamo tutti, ma
specialmente i reggitori degli stati, di meditare su ciò attentamente davanti a
Dio giudice, e di adoperare coraggiosamente ogni mezzo che possa condurre alla
necessaria unione. Questa unità di intenti che, come abbiamo detto, conferirà
senza dubbio ad accrescere anche la prosperità di tutti i popoli, potrà essere
restaurata allora soltanto quando, pacificati gli animi e salvaguardati i
diritti di ognuno, risplenderà dovunque la libertà dovuta ai cittadini, alle
nazioni, agli stati, alla chiesa.
È inoltre assolutamente
necessario restaurare anche fra le varie classi sociali la stessa concordia che
si desidera fra i popoli e le nazioni. Se ciò non avverrà, si avranno, come già
si vedono, vicendevoli odi e discordie, donde potranno nascere tumulti, dannosi
rivolgimenti e talvolta anche eccidi, cui si aggiungerebbe il progressivo
estenuarsi della ricchezza e la crisi della pubblica e privata economia. Già il
Nostro predecessore sopra menzionato giustamente osservava: «Dio volle che
nella comunità dell’umano consorzio vi fosse disparità di classi, ma insieme
amichevoli rapporti di equità tra le medesime». (6) Infatti «come nel
corpo le varie membra si accordano insieme e formano quell’armonico
temperamento che si chiama simmetria, allo stesso modo la natura esige che
nella civile convivenza... le classi si integrino vicendevolmente e portino,
collaborando fra di loro, a un giusto equilibrio. Ognuna ha bisogno dell’altra:
non può stare il capitale senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La
concordia produce la bellezza e l’ordine delle cose». (7) Chi osa
quindi negare la disparità delle classi sociali, contraddice all’ordine stesso
di natura. Chi poi avversa questa amichevole e inderogabile cooperazione tra le
classi stesse, tende senza dubbio a sconvolgere e a dividere l’umana società,
con grave turbamento e danno del bene pubblico e privato. Del resto, osservava
sapientemente il Nostro predecessore Pio XII di f.m.: «In un popolo degno di
questo nome tutte le disuguaglianze che non derivano dall’arbitrio, ma dalla
natura stessa delle cose, disuguaglianze di cultura, di averi, di posizione
sociale, senza pregiudizio, ben inteso, della giustizia e carità reciproche,
non sono affatto un ostacolo all’esistenza e al predominio di un autentico
spirito di comunità e di fraternità». (8) Possono bensì le singole
classi e le varie categorie di cittadini tutelare i propri diritti, purché ciò
si faccia legittimamente e non con la violenza, senza invadere gli altrui
diritti, anch’essi inderogabili. Tutti sono fratelli; pertanto tutte le
questioni devono comporsi amichevolmente con mutua fraterna carità.
È doveroso riconoscere, e ciò è
di buon auspicio, che, da qualche tempo, si assiste in molte parti ad una
situazione meno tesa fra le varie categorie sociali, come già osservava il
Nostro immediato predecessore parlando ai cattolici di Germania: «La tremenda
catastrofe che si è abbattuta su di voi, ha arrecato il beneficio che in
cospicui ceti, fattisi liberi da pregiudizi e dall’egoismo dei gruppi, i
contrasti delle classi sono in gran parte appianati, e gli uomini si sono
maggiormente avvicinati gli uni agli altri. La miseria comune fu ed è un’amara,
ma salutare, maestra di disciplina». (9)
In realtà oggi sono alquanto
attenuate le distanze fra le classi, le quali non possono più ridursi a un
dualismo di blocchi contrapposti fondato esclusivamente sul rapporto capitale e
lavoro. Si delinea invece una sempre maggiore molteplicità di gruppi e, in seno
ai gruppi stessi, una crescente apertura, per cui i più preparati e i più
idonei hanno la possibilità di accedere anche alle posizioni più elevate. Per
quanto poi riguarda più direttamente il mondo del lavoro, è consolante pensare
a quei movimenti sorti recentemente, che intendono ricomporre le relazioni
umane nell’ambito dell’impresa su un piano più elevato di quello economico.
Molto cammino però resta da
percorrere. Giacché esistono ancora troppe sperequazioni, troppi motivi di
attrito tra settore e settore, a causa talora anche di una concezione
imperfetta o non giusta del diritto di proprietà, dovuta alle tenaci resistenze
dell’egoismo e dell’individualismo. A ciò si aggiunge il doloroso fenomeno
della disoccupazione, per cui molti sono oppressi da gravi angustie, fenomeno
che, almeno momentaneamente, i rapidi progressi della tecnica moderna nel campo
della produzione, potrebbero ancor più aggravare. Argomento questo, che faceva
dire con rammarico al Nostro predecessore Pio XI di f.m.: «Vediamo forzati
all’inerzia e poi ridotti all’indigenza anche estrema con le loro famiglie
tanti e tanti onesti e volonterosi lavoratori, di null’altro più desiderosi che
di guadagnarsi onestamente, con il sudore della fronte, secondo il mandato
divino, il pane quotidiano che invocano ogni giorno dal Padre celeste. I loro
gemiti commuovono il Nostro cuore paterno e Ci fanno ripetere, con la medesima
tenerezza di commiserazione, la parola uscita già dal cuore amorevolissimo del
divino Maestro sopra la folla languente di fame: "Ho compassione di questo
popolo" (Mc 8,2)». (10)
Se dunque si vuole e si cerca -
e tutti debbono volerla e cercarla - la desiderata armonia tra le classi,
unendo insieme gli sforzi pubblici e privati e aiutando le coraggiose
iniziative, bisogna adoperarsi nel miglior modo possibile affinché tutti, anche
quelli della più umile condizione, possano con il lavoro e il sudore della loro
fronte procurarsi il necessario per vivere e provvedere sicuramente e onestamente
all’avvenire per sé e per i propri cari. Tanto più che ai giorni nostri si
vanno ormai diffondendo parecchie confortevoli condizioni di vita, dalle quali
non è lecito escludere le categorie meno abbienti.
Vivamente esortiamo poi tutti
coloro sui quali gravano le maggiori responsabilità in seno all’impresa, e da
cui qualche volta dipende anche la vita degli operai, a non valutare il
lavoratore soltanto dal punto di vista economico, a non limitarsi al
riconoscimento dei suoi diritti, in ordine alla giusta mercede, ma a rispettare
altresì la dignità della sua persona e a considerarlo anzi come fratello. Si
adoperino inoltre affinché gli operai, partecipando sempre più in congrua
misura ai frutti dell’impresa, si sentano non estranei ad essa, ma cointeressati
alla sua vita e ai suoi sviluppi. Questo diciamo, spinti dal desiderio che si
attui una sempre maggiore armonia fra i vicendevoli diritti e doveri delle
categorie che compongono il mondo del lavoro, e affinché le relative
organizzazioni professionali «non siano intese come un’arma esclusivamente
rivolta ad una guerra difensiva e offensiva, che provoca reazioni e
rappresaglie, non come una fiumana che dilaga e divide, ma come un ponte che
unisce». (11) Soprattutto però si deve provvedere perché ai felici
sviluppi raggiunti sul piano economico corrisponda un non minore progresso nel
campo dei valori spirituali, come è richiesto dalla dignità stessa dei
cristiani, anzi dalla stessa dignità di uomini. Che gioverebbe infatti al
lavoratore conseguire miglioramenti economici in misura sempre più larga e
raggiungere un tenore di vita più elevato, se malauguratamente avesse a perdere
o a trascurare i superiori beni dello spirito? Le prospettive a cui si mira
potranno realizzarsi soltanto con la piena attuazione della dottrina sociale
della chiesa, e se tutti «procureranno di alimentare in sé e accendere negli
altri, nei grandi e nei piccoli, la carità, signora e regina di tutte le virtù.
Poiché la desiderata salvezza deve essere principalmente frutto di una grande
effusione di carità; quella carità cristiana che compendia in sé tutto
l’evangelo, e che, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo, è il più
sicuro antidoto contro l’orgoglio e l’egoismo del secolo, e di cui san Paolo
tratteggiò i divini lineamenti con quelle parole: "La carità è longanime,
è benigna, non ricerca il proprio tornaconto, tutto soffre, tutto
sopporta"» (1Cor 13,4-7). (12)
Infine alla stessa concordia
alla quale abbiamo invitato i popoli, i loro capi, le classi sociali, invitiamo
pure, con animo paterno, tutte le famiglie, perché la cerchino e la
consolidino. Se infatti non c’è pace, unità e concordia nelle famiglie, come
potrà aversi nella società civile? Questa ordinata e armonica unione che deve
sempre regnare tra le pareti domestiche nasce dal vincolo indissolubile e dalla
santità propria del matrimonio cristiano, e coopera per tanta parte all’ordine,
al progresso e al benessere dell’intera società civile. Il padre, capo della
famiglia, abbia tra i suoi quasi la rappresentanza di Dio e preceda gli altri
non solo con l’autorità, ma anche con l’esempio di una vita integra. La madre,
con la gentilezza dell’animo e con le virtù domestiche, sia buona e affettuosa
con il marito, e insieme con lui guidi con fortezza e soavità i figli,
preziosissimo dono di Dio, e li educhi a una vita onesta e religiosa. I figli
siano sempre obbedienti, come è doveroso, ai genitori, li amino, siano loro non
solo di conforto ma, se necessario, anche di aiuto. Spiri tra le pareti
domestiche quella carità di cui ardeva la sacra famiglia di Nazaret. Vi
fioriscano tutte le virtù cristiane, domini l’unione dei cuori, e rifulga
l’esempio di una vita onesta. Non sia mai - ne preghiamo ardentemente Dio - che
venga turbata una così bella, soave e necessaria concordia; quando l’istituto
cristiano della famiglia vacilla, quando vengono respinti o negletti i comandi
del divino Redentore su questo punto, allora possono crollare i fondamenti
stessi della civile convivenza, che vien posta in serio pericolo, con danni incalcolabili
per tutti i cittadini.
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