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IV
Vogliamo ora rivolgerCi con
animo paterno singolarmente ai vari ceti della chiesa cattolica. In primo luogo
«la Nostra parola è rivolta a voi» (2Cor 6,11), venerabili fratelli
nell’episcopato, patriarchi, arcivescovi e vescovi, sia dell’oriente sia dell’occidente;
a voi che siete guida del popolo cristiano e che portate insieme con Noi il
peso e la fatica della giornata (cf. Mt 20,12). Conosciamo la diligenza e lo
zelo apostolico, con cui vi adoperate ciascuno nel vostro particolare campo di
apostolato per incrementare il regno di Dio, consolidarlo ed estenderlo a
tutti. Conosciamo altresì le vostre angustie, le vostre pene per tanti figli
che si allontanano ingannati dalle false parvenze degli errori, per le
strettezze che impediscono talvolta un maggiore sviluppo degli interessi
cattolici, e soprattutto per lo scarso numero dei sacerdoti, in molti luoghi
inadeguato ai crescenti bisogni. Riponendo però la vostra fiducia in Colui, da
cui proviene «ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto» (Gc 1,17) , rivolgendovi
al Signore Gesù, con preghiera insistente, perché senza lui «non potete far
nulla» (Gv 15,5), sicuri invece che con la sua grazia ognuno di voi può
ripetere con l’apostolo delle genti: «Tutto posso in colui che mi dà forza»
(Fil 4,13) . «Dio esaudisca ogni vostro desiderio, secondo la sua ricchezza,
con la gloria in Cristo Gesù» (Fil 4,19), sicché possiate dal campo coltivato
con fatica e sudore mietere abbondantemente e raccogliere i frutti desiderati.
Un altro paterno appello
rivolgiamo ai sacerdoti del clero secolare e regolare: a quelli che vi
coadiuvano da vicino, venerabili fratelli, nel lavoro della curia; a coloro che
hanno l’importante missione di istruire e di educare nei seminari scelti
giovani chiamati a servizio del Signore; a quelli infine che nelle città, nei
minori centri o nei remoti villaggi esercitano il ministero parrocchiale, oggi
così difficile e tanto importante. Vogliano essi - Ci permettiamo di
rammentarlo pur confidando che non sia necessario - dimostrarsi sempre rispettosi
e obbedienti verso il loro vescovo, secondo il monito di sant’Ignazio di
Antiochia: «Siate sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo... Bisogna che, come
già praticate, non facciate nulla senza il vescovo». (20) «Coloro che
sono di Dio e di Gesù Cristo sono con il loro vescovo». (21) E si
ricordino di essere non pubblici impiegati, ma soprattutto ministri delle cose
sacre. Perciò non credano mai di aver dato abbastanza, anche quando dovranno
affrontare fatiche, spendere tempo e sostenere disagi per illuminare le menti
con la divina verità, e piegare, mercè l’aiuto divino e con fraterna carità, le
volontà ostinate, procurando così il trionfo del regno pacifico di Gesù Cristo.
Più che sulla propria opera, confidino però nella potenza della grazia, che
imploreranno ogni giorno con costante preghiera.
Anche ai religiosi, che avendo
abbracciato uno dei vari stati di perfezione cristiana sono perciò tenuti a
vivere secondo le norme della loro regola sotto l’obbedienza ai superiori,
giunga il Nostro paterno saluto e il Nostro incitamento. Vogliano essi
generosamente dedicarsi al pieno conseguimento dei nobili scopi dei loro
istituti, fra cui principalmente l’intensa vita di preghiera e di penitenza,
l’attività educatrice, l’assistenza alla gioventù, le sollecitudini verso
particolari categorie di bisognosi, e quanto altro è stato prescritto dai loro
venerati fondatori.
Sappiamo bene che molti di
questi Nostri diletti figli si trovano spesso, per le presenti circostanze,
chiamati anche alla cura pastorale dei fedeli con tanto vantaggio della
religione e della vita cristiana. Li esortiamo pertanto con tutta l’anima pur
fiduciosi che non avranno bisogno del Nostro stimolo - a voler aggiungere alle
benemerenze passate dei loro ordini e istituti anche questa, di prestarsi
volentieri per andare incontro agli impellenti bisogni dei fedeli, in fraterna
collaborazione con gli altri sacerdoti, secondo le proprie possibilità.
Il Nostro animo vola ora a
coloro che, abbandonata la casa paterna e la patria, sopportando gravi fatiche
e difficoltà, sono partiti per le missioni estere, ove spargono i loro sudori,
per istruire e formare gli infedeli nella verità evangelica, affinché dovunque
«la parola di Dio si diffonda e sia tenuta in onore» (2Ts 3,1). Grande è invero
il compito loro affidato; ma perché possa più facilmente essere realizzato,
tutti i veri cristiani devono, secondo le loro possibilità, contribuirvi con le
preghiere, con le offerte e con ogni altra sorta di aiuti. Forse nessun’altra
opera è grata a Dio più di questa, che è strettamente congiunta col comune
dovere di propagare il regno di Dio. Questi araldi dell’evangelo, infatti,
consacrano tutta la loro vita a far sì che la luce di Gesù Cristo illumini ogni
uomo che viene al mondo (cf. Gv 1,9), affinché la sua divina grazia conquisti e
riscaldi tutti gli animi, e tutti siano incoraggiati a un vita virtuosa e
cristiana. Essi non cercano i propri interessi, ma quelli di Gesù Cristo (cf.
Fil 2,21). Corrispondendo con animo generoso alla voce del divin Redentore,
possono applicare a se stessi il detto dell’apostolo delle genti: «Siamo
ambasciatori di Cristo» (2Cor 5,20) e pur «camminando in questa carne
mortale... non viviamo secondo la carne» (2Cor 10,3). Considerano come loro
seconda patria i paesi a cui sono giunti per portarvi la luce dell’evangelo, e
li amano con amore operoso. E pur conservando vivissimo affetto alla loro dolce
terra natìa, alla propria diocesi, al proprio istituto religioso, sono tuttavia
ben convinti che si deve porre al di sopra di tutto il bene universale della
chiesa e che bisogna mettersi senza riserva al suo servizio.
Sappiano questi diletti figli -
e quanti li coadiuvano generosamente con la loro preziosa attività in qualità
di ausiliari e di catechisti - di esser presenti in special modo al Nostro
animo, specialmente nella preghiera che ogni giorno eleviamo al Signore per
loro e per le loro opere. Intendiamo poi confermare con l’autorità Nostra e con
pari carità tutto ciò che in materia missionaria hanno stabilito, con apposite
encicliche, i Nostri predecessori, in special modo Pio XI (22) e Pio
XII (23).
Non vogliamo inoltre passar
sotto silenzio quelle anime privilegiate che, consacrate a Dio con i santi
voti, servono a lui solo e si congiungono intimamente, con mistiche nozze, allo
Sposo divino. Esse in tal modo - sia che la loro vita dedita alla preghiera e
alla penitenza trascorra nel silenzio della clausura, sia che venga impiegata
nelle opere dell’apostolato esteriore non solo provvedono meglio e più
facilmente alla propria salvezza, ma sono altresì di grande aiuto per la
chiesa, tanto nei paesi cristiani, quanto nelle terre dove ancora non brilla la
luce dell’evangelo. Quale opera di bene non compiono queste sacre vergini! Bene
che nessun altro potrebbe adempiere con tanta disinteressata dedizione, non in
uno solo, ma in molti campi di lavoro; e specialmente nella cristiana
educazione e istruzione della gioventù; negli ospedali, dove, avendo cura
amorevole degli infermi, li sollevano anche al pensiero delle cose celesti;
negli ospizi dei vecchi, che assistono con caritatevole pazienza, serenità e
misericordia, volgendoli soavemente ai desideri della vita eterna; nei
brefotrofi, dove circondano di affetto e materna delicatezza bambini che,
orfani o abbandonati dai genitori, non sentirebbero altrimenti l’afflato di una
vera tenerezza. Esse senza dubbio sono altamente benemerite non soltanto della
chiesa cattolica, dell’educazione cristiana e delle opere cosiddette di
misericordia, ma anche della società civile, e si preparano inoltre una corona
incorruttibile in cielo.
Oggi tuttavia, come ben sapete,
venerabili fratelli,e diletti figli, nel campo cattolico i bisogni sono tanto
grandi e molteplici, che il clero, i religiosi, le suore sembrano ìmpari ormai
a soddisfarli in pieno. Si aggiunga inoltre che i sacerdoti e i religiosi non
possono aver adito ad ogni categoria di persone; non tutte le vie sono loro
aperte; molti non se ne curano o li fuggono, e purtroppo non mancano di quelli
che li guardano di malanimo e li disprezzano.
Anche per questo grave e
doloroso motivo già i Nostri predecessori hanno chiamato i laici nel pacifico
esercito dell’Azione cattolica, con l’intento di averli collaboratori nell’apostolato
della gerarchia ecclesiastica. Così tante attività, che questa difficilmente
potrebbe esercitare nelle presenti circostanze, possono essere invece
generosamente compiute da uomini e donne cattolici, sempre coordinatamente
all’opera dei sacri pastori e sempre nella dovuta obbedienza ad essi. Ci è di
gran conforto il considerare quanto si è fatto nel passato, anche in terre di
missione, da questi preziosi collaboratori dei vescovi e dei sacerdoti.
Appartenenti ad ogni età e ad ogni condizione sociale, essi si sono adoperati
con zelo e buona volontà, perché tutti conoscessero la verità e sentissero
l’invito e l’incitamento all’esercizio delle cristiane virtù.
Vasti campi di attività si
aprono tuttora dinanzi ad essi, poiché troppi sono ancora quelli che hanno
bisogno del loro luminoso esempio, del loro lavoro apostolico. Avremo tempo e
modo di ritornare con maggior ampiezza sopra questo argomento dell’Azione
cattolica. Intanto Ci auguriamo che tutti coloro che militano tra le sue file o
nelle molteplici e fiorenti pie associazioni proseguano con ogni diligenza in
un’opera così necessaria; quanto più grandi sono i bisogni dei nostri tempi,
tanto maggiori siano i loro sforzi, la loro sollecitudine, la loro operosità.
Siano tutti concordi, perché, ben lo sanno, l’unione fa la forza. Rinuncino a
far valere le opinioni personali quando si tratta della causa della chiesa
cattolica, che va posta al di sopra di ogni altra cosa; e ciò non solo per
quanto si riferisce alla dottrina ma anche alle norme disciplinari emanate
dalla chiesa, alle quali tutti debbono sempre uniformarsi. In compatta schiera
e sempre uniti e obbedienti alla gerarchia procedano verso sempre nuove
conquiste. Non risparmino alcuna fatica, non ricusino alcun disagio, purché la
causa della chiesa trionfi.
Ma perché ciò avvenga come si
conviene, curino anzitutto - e di ciò sono certamente ben persuasi - di
attendere alla loro formazione cristiana, intellettuale e morale. In questo
modo soltanto potranno trasfondere negli altri ciò che essi già, con l’aiuto
della divina grazia, posseggono. Rivolgiamo in primo luogo questa
raccomandazione ai giovani, la cui generosità facilmente si infiamma per ogni
nobile ideale, ma ai quali in modo speciale necessitano la prudenza, la
moderazione e l’obbedienza ai superiori. A questi giovani tanto a Noi cari, che
formano la speranza della chiesa e nei quali Noi riponiamo tanta fiducia,
giunga l’espressione più viva della Nostra gratitudine e del Nostro affetto
paterno.
E ora Ci par come di sentire
elevarsi verso di Noi i gemiti di coloro che soffrono nel corpo e nell’anima, o
che si trovano in tali strettezze economiche da non avere né una casa degna di
uomini, né il lavoro per procacciarsi i mezzi di sostentamento per sé e per i
propri figli. Questi lamenti toccano vivamente e commuovono il Nostro animo. Ai
malati, agli inabili, ai vecchi desideriamo comunicare quel conforto che viene
dall’alto. Si ricordino che non abbiamo qui dimora definitiva, ma siamo in
cerca di quella futura (cf. Eb 13,14); si ricordino che i dolori di questa vita
mortale, validi già come espiazione, elevano e nobilitano l’animo e facilitano
l’acquisto dell’eterna gloria. Non dimentichino poi che lo stesso divin
Redentore, per lavare le macchie dei nostri peccati e purificarci, si è sottoposto
al patibolo della croce, soffrendo volontariamente contumelie, dolori e angosce
crudeli. Come lui, anche noi siamo chiamati dalla croce alla luce, secondo la
sua parola: «Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda ogni giorno
la sua croce e mi segua» (Lc 9,23); e avrà un tesoro indefettibile in cielo
(cf. Lc 12,33).
Ci auguriamo che questa Nostra
esortazione sia volentieri accolta e che i sacrifici spirituali e corporali
siano non solo quasi altrettanti gradini per salire in cielo, ma contribuiscano
anche all’espiazione dei peccati altrui, al ritorno in seno alla chiesa degli
infelici erranti e al trionfo della fede cristiana.
Coloro poi che appartengono alle
categorie dei meno abbienti, e si lamentano per le condizioni troppo misere in
cui vivono, sappiano anzitutto che Noi proviamo viva sofferenza per la loro
sorte. E ciò non solo perché desideriamo con animo paterno che anche nella
questione sociale la giustizia, che è virtù cristiana, governi, regga e moderi
le relazioni tra le varie categorie sociali, ma anche perché Ci rincresce
moltissimo che i nemici della chiesa approfittino delle non giuste condizioni
degli indigenti per trarli dalla loro parte con ingannevoli promesse e false
asserzioni.
Tengano presente questi cari
figli Nostri, che la chiesa ben lungi dal disconoscere i loro diritti, anzi
come madre amorosa li protegge, e proclama e inculca nel campo sociale dottrine
e norme tali, che se fossero integralmente messe in pratica, eliminerebbero
qualsiasi ingiustizia in modo da addivenire ad una più equa distribuzione dei
beni. (24) Si fomenterebbe parimenti un’amichevole collaborazione tra
le diverse categorie sociali e ognuno si potrebbe considerare ed essere
realmente concittadino di una medesima comunità e fratello di una medesima
famiglia. Del resto, se si considerano con equanimità i miglioramenti che hanno
ottenuto in questi ultimi tempi coloro che vivono del quotidiano lavoro,
bisogna riconoscere che ciò deriva specialmente dall’efficace azione che i
cristiani hanno saputo svolgere nel campo sociale, seguendo i sapienti
insegnamenti e obbedendo alle incessanti esortazioni dei Nostri predecessori.
Coloro, dunque, che si assumono il compito di difendere i diritti dei meno
abbienti, possiedono già nella dottrina sociale della chiesa norme sicure e ben
definite, che, se verranno messe in pratica in maniera debita e legittima,
offriranno il mezzo per raggiungere una giusta soluzione di tutti i problemi.
Perciò essi non debbono mai rivolgersi ai fautori di dottrine condannate dalla
chiesa. È ben vero che costoro li attirano con false promesse. In realtà però
dovunque hanno in mano il potere tentano con ogni mezzo di distruggere
nell’animo dei cittadini il bene supremo delle coscienze - cioè la fede e la
speranza cristiane e gli insegnamenti dell’evangelo - e inoltre cercano di
affievolire e anche annullare ciò che gli uomini moderni esaltano come una
grande conquista, vale a dire la giusta libertà e la vera dignità della persona
umana, e sovvertono così i fondamenti e le basi della civiltà cristiana. Coloro
dunque che intendono restare fedeli a Cristo hanno l’obbligo di coscienza di
tenersi totalmente lontani da questi errori, già condannati dai Nostri
predecessori, in particolare da Pio XI e da Pio XII di f.m., e che Noi egualmente
condanniamo.
Non pochi Nostri figli,
trovandosi in più o meno gravi ristrettezze economiche, si lamentano spesso che
i principi della dottrina sociale cristiana non sono stati ancora messi in
pratica. Si ponga quindi ogni cura e ogni sforzo - non solo da parte dei
privati cittadini, ma soprattutto dei governanti - affinché la dottrina sociale
cristiana, che è stata ripetutamente, chiaramente e ampiamente esposta dagli
stessi romani pontefici e che Noi pure confermiamo, sia messa in pratica quanto
prima. E anche se tale attuazione si verificherà in maniera graduale, dovrà
nondimeno risultare reale e completa. (25)
Non minore è la Nostra
sollecitudine per tutti coloro che, spinti dalla mancanza di mezzi di
sostentamento o dalle avverse condizioni politiche o religiose dei loro paesi,
hanno dovuto abbandonare la patria. Quanti disagi, quanti sacrifici devono essi
sostenere, tolti dal suolo natìo e dalla casa paterna e costretti molte volte a
vivere nel frastuono delle grandi città o dei grandi centri industriali, con un
tenore di vita diverso e non di rado corruttore! Questa dura condizione di cose
diviene purtroppo per molti occasione di crisi pericolose e di progressivo
smarrimento delle sane tradizioni religiose e morali della loro patria. A ciò
si aggiunge la separazione forzata dei membri della famiglia, che può portare a
un affievolimento dei sentimenti e dei rapporti familiari, riuscendo così
pregiudizievole per l’unità stessa del focolare domestico.
Noi perciò di tutto cuore
incoraggiamo l’opera benemerita di quei sacerdoti i quali, mettendo in atto a
prezzo di grandi sacrifici le provvide direttive di questa sede apostolica,
fattisi essi stessi emigrati per Cristo, si dedicano all’assistenza spirituale
e sociale di questi Nostri figli, e fanno dovunque loro sentire il materno
palpito della chiesa, tanto più vicina a loro, quanto più essi hanno bisogno
del suo sostegno e delle sue premure.
E salutiamo ancora con vivo
compiacimento gli sforzi generosi compiuti a questo scopo da varie nazioni,
come pure le iniziative prese anche recentemente in campo internazionale, per
avviare verso una più rapida soluzione questo gravissimo problema. Ciò dovrebbe
condurre non solo ad aprire nuove possibilità per l’emigrazione, ma a
facilitare altresì in ogni maniera la ricostruzione dei nuclei familiari, che
sola potrà efficacemente tutelare il bene religioso, morale ed economico degli
emigrati medesimi, non senza beneficio degli stessi paesi che li accolgono.
E ora, mentre riteniamo doveroso
esortare tutti i Nostri figli in Cristo a evitare con ogni cura i funesti
errori che possono sovvertire non solo la religione, ma anche l’ordine sociale,
si affaccia alla Nostra mente l’immagine di tanti venerabili fratelli
nell’episcopato e di tanti cari sacerdoti e fedeli che si trovano in esilio, in
campi di concentramento o in prigione per non aver voluto tradire il proprio
ministero e apostatare dalla fede.
Non vogliamo offendere nessuno,
ché, anzi, desideriamo concedere a tutti il Nostro perdono implorando quello di
Dio. Ma la coscienza del Nostro sacro dovere esige che noi tuteliamo, per quel
che possiamo, i diritti di questi fratelli e di questi figli, chiedendo
insistentemente che sia concessa loro e alla chiesa di Dio la dovuta libertà.
Coloro che seguono realmente i principi della verità e della giustizia e che
hanno a cuore gli interessi dei singoli e delle nazioni non negano la libertà,
non la soffocano, non la opprimono: non hanno alcun bisogno di ricorrere a
questi mezzi. D’altra parte è pur vero che non si potrà mai raggiungere un
giusto benessere dei cittadini con la violenza e con l’oppressione delle
coscienze.
Deve aversi anzi per certo, che
allorquando vengono negletti o conculcati i sacrosanti diritti di Dio e della
religione, presto o tardi vacillano e crollano i fondamenti stessi dell’umana
convivenza. Lo notava già saggiamente il Nostro predecessore di f.m. Leone
XIII: «Vien di conseguenza... che si estenua il vigore della legge e si
indebolisce ogni autorità, se si ripudia quella eterna e sovrana ragione che è l’autorità
di Dio che comanda il bene e vieta il male». (26) Vi si accorda la
sentenza di Cicerone: «Voi, o pontefici... con la religione cingete di difese
la città più efficacemente che non con le mura». (27)
Queste considerazioni Ci fanno
riandare con grande tristezza a tutti e singoli coloro che sono vessati e
impediti nell’esercizio della religione, che spesso «patiscono anche
persecuzioni per la giustizia» (Mt 5,10) e per il regno di Dio. Noi prendiamo
parte ai loro dolori, alle loro angosce, alla loro afflizione e supplichiamo
Dio perché spunti finalmente l’aurora di tempi migliori. Si uniscano a Noi in
questa preghiera tutti i Nostri fratelli e figli; e salga a Dio misericordioso,
da ogni angolo della terra, un coro immenso di suppliche, che faccia scendere
abbondante pioggia di grazia su queste membra doloranti del corpo mistico di
Cristo!
Ma non solo preghiere chiediamo
ai nostri figli, bensì anche quel rinnovamento della vita cristiana, che può,
più delle stesse preci, rendere Dio propizio a Noi e ai Nostri fratelli. Ci
piace ripetervi le belle e nobili parole di san Paolo: «Tutto ciò che è vero,
onesto, giusto, puro, amabile, tutto ciò che dà buona fama, tutto ciò che è
virtuoso e degno di lode, sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).
«Rivestitevi del Signore Gesù Cristo» (Rm 13,14). Ossia: «Rivestitevi dunque,
come si conviene a eletti di Dio santi e amati, di sentimenti di misericordia,
di bontà, di umiltà, di dolcezza, di pazienza... Ma soprattutto rivestitevi
della carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei
vostri cuori; poiché ad essa siete stati chiamati, in un solo corpo» (Col
3,12-15).
Oh! ve ne supplichiamo: se
qualcuno si è infelicemente allontanato dal divino Redentore con il peccato,
ritorni a lui, che è «via e verità e vita» (Gv 14,6). Se qualcuno è tiepido,
languido, trascurato nell’adempimento dei doveri religiosi, ecciti la sua fede
e con l’aiuto della grazia divina alimenti e consolidi la sua virtù. Se
qualcuno infine «è giusto, diventi ancor più giusto; se è santo, diventi ancor
più santo» (Ap 22,11).
E poiché oggi ci sono tanti che
hanno bisogno di consigli, di esempi, e anche di aiuto per le misere condizioni
in cui si trovano, esercitatevi tutti, ciascuno secondo le proprie forze e i propri
mezzi, in quelle che si chiamano opere di misericordia, così gradite a Dio.
Se ognuno cercherà di mettere in
pratica tutto questo, risplenderà di nuova luce nella chiesa ciò che è scritto
magnificamente dei cristiani nella lettera a Diogneto: «Sono nella carne, ma
non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma hanno la loro patria nel
cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro genere di vita
trascendono le leggi stesse... Sono ignorati, e vengono condannati; messi a
morte, sono vivificati. Sono poveri, e arricchiscono molti; mancano di tutto, e
tutto hanno in abbondanza. Sono disonorati, e nel disonore ricevono gloria;
viene compromessa la loro buona fama e si dà testimonianza della loro
giustizia. Sono biasimati, e benedicono; sono maltrattati e tributano onore.
Pur operando il bene, sono puniti come malvagi; puniti, ne godono e si sentono
vivificati. In una parola, ciò che è nel corpo l’anima, sono i cristiani nel
mondo». (28) Molto di ciò che qui si dice si può ripetere per i
cristiani della chiesa detta «del silenzio», per i quali dobbiamo tutti in modo
specialissimo pregare Dio, come abbiamo, anche di recente, raccomandato con
forza a tutti i fedeli, nell’allocuzione tenuta nella Basilica di san Pietro il
giorno di pentecoste e nella solenne adorazione della festa del ss. Cuore di
Gesù. (29)
Questo rinnovamento della vita
cristiana, questa vita virtuosa e santa invochiamo per voi tutti e imploriamo
da Dio con continua preghiera: non solo per quelli che fermamente perseverano
nell’unità della chiesa, ma anche per quelli che a essa si sforzano di giungere
con l’amore della verità e volontà sincera.
Sia conciliatrice e auspice
delle celesti grazie l’apostolica benedizione, che a tutti e a ciascuno di voi,
venerabili fratelli e diletti figli, impartiamo con paterno vivo affetto.
Roma, presso San Pietro, 29
giugno 1959, festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, nell’anno I del Nostro
pontificato.
GIOVANNI PP. XXIII
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