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I. La penitenza
nell'insegnamento di Gesù Cristo e degli apostoli
Anziché attenuarsi,
tali inviti alla penitenza si fanno più solenni con la venuta del Figlio di Dio
sulla terra. Ecco, infatti, che Giovanni Battista, il precursore del Signore,
dà inizio alla sua predicazione col grido: «Fate penitenza, poiché il regno dei
cieli è vicino» (Mt 3,1). E Gesù stesso non esordisce il suo ministero con
l'immediata rivelazione delle sublimi verità della fede ma con l'invito a
purificare la mente e il cuore da quanto potrebbe impedire la fruttuosa
accoglienza della buona novella: «Da lì in poi cominciò Gesù a predicare e a
dire: Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Più ancora
che i profeti, il Salvatore esige dai suoi ascoltatori il cambiamento totale
dello spirito, nel riconoscimento sincero e integrale dei diritti di Dio: «Ecco
il regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21); la penitenza è forza contro le
forze del male; ci insegna lo stesso Gesù Cristo: «Il regno dei cieli si
acquista con la forza, ed è preda di coloro che usano violenza» (Mt 11,12).
Uguale richiamo risuona nella
predicazione degli apostoli. San Pietro, infatti, così parla alle turbe dopo la
pentecoste, allo scopo di disporle a ricevere anch'esse il sacramento della
rigenerazione in Cristo e i doni dello Spirito Santo: «Fate penitenza, e si
battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristò, per la remissione dei vostri
peccati: e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). E l'apostolo
delle genti ammonisce i romani che il regno di Dio non consiste nella
prepotenza e negli sfrenati godimenti dei sensi, ma nel trionfo della giustizia
e della pace interiore: «Poiché il regno di Dio non è cibo e bevanda, ma
giustizia, pace e gaudio nello Spirito Santo» (Rm 14,17-18).
Non si deve credere che l'invito
alla penitenza sia rivolto soltanto a coloro che devono entrare a far parte per
la prima volta del regno di Dio. Tutti i cristiani, in realtà, hanno il dovere
e il bisogno di far violenza a se stessi, o per respingere i propri nemici
spirituali, o per conservare l'innocenza battesimale, o per riacquistare la
vita della grazia perduta con la trasgressione dei divini precetti. Se è vero,
infatti, che tutti coloro che sono divenuti membri della chiesa col santo
battesimo partecipano della bellezza che Cristo le ha conferito, secondo le
parole di san Paolo: «Cristo amò la chiesa, e diede se stesso per lei, allo
scopo di santificarla, mondandola con la lavanda di acqua mediante la parola di
vita, per farsi comparire davanti la chiesa vestita di gloria, senza macchia e
senza ruga, o altra tal cosa; ma che sia santa e immacolata» (Ef 5,26-27); è
vero altresì che quanti hanno macchiato con gravi colpe la candida veste
battesimale devono temere grandemente i castighi di Dio se non procurano di
tornare a farsi candidi e splendenti nel sangue dell'Agnello (cf. Ap 7,14) col
sacramento della penitenza e la pratica delle virtù cristiane. Anche ad essi quindi
è indirizzato il severo monito dell'apostolo san Paolo: «Se uno che viola la
legge di Mosè, sulla deposizione di due o tre testimoni, muore senza alcuna
remissione: quanto più acerbi supplizi pensate voi, che si meriti chi avrà
calpestato il Figliolo di Dio, e avrà tenuto come profano il sangue
dell'alleanza, in cui fu santificato, e avrà fatto oltraggio allo Spirito della
grazia? ... È cosa orrenda cadere nelle mani del Dio vivente» (Eb 10,28-30).
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