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1.1. Cenni storici.
L’espansione missionaria della Chiesa ortodossa russa.
Il tema missionario nella Chiesa
russa non si può trattare senza riferirsi al contesto storico. Esso
trova le sue radici nelle profondità della storia universale, e il suo
sviluppo nella terra russa è legato, evidentemente, alla
specificità dell’affermazione del cristianesimo nella Russia e alla sua
evoluzione successiva. È necessario perciò rivolgerci ai tratti
storici della missione bizantina -- missione della Chiesa-madre.
1.1.1. La missione della Chiesa bizantina. Il problema della lingua.
La Chiesa bizantina (si intende la
Chiesa dell’Impero Bizantino) è stata caratterizzata sin dai primi
secoli della sua esistenza da una forte tensione missionaria. Questo fatto ci
spiega quale sia stato “il filo conduttore che attraversa tutta la storia e che
ha contribuito in modo determinante a delinearne il profilo attuale, rendendo
ragione di come il carattere così rigorosamente unitario del suo
patrimonio liturgico, canonico e spirituale si esprima in un contesto
così composito dal punto di vista etnico e linguistico”.
Analizzando il modo con cui è
avvenuta l’evangelizzazione della Rus’, notiamo, in primo luogo, che essa non
fu aggressiva e connessa con la conquista militare. Ciò fa luce su tutta
la storia delle missioni russe, sulla sua metodologia e le sue motivazioni.
Il cristianesimo fu portato nella
Rus’ Kieviana verso il X secolo con l’eredità cirillo-metodiana -- dai
missionari e catechisti provenienti da Boemia, Moravia e Bulgaria. La
conversione del Paese è legata al Battesimo di Vladimir, nipote della
granduchessa Olga. È importante sottolineare il carattere “informale”
dei primi contatti di Vladimir con il cristianesimo, a differenza degli altri
Paesi slavi dove l’evangelizzazione avvenne in modo più o meno
evidentemente gerarchico-ministeriale: “Riguardo al battesimo di Vladimir
esistono in particolare due fonti che ci propongono diverse versioni di questo
decisivo avvenimento nella storia della Rus’. Secondo la cronaca il battesimo di Vladimir si celebrò nel 988 a
Kherson, dopo la conquista della città. La narrazione è preceduta
da alcune pagine, in cui si descrive il ricevimento a Kiev delle ambascerie dei
bulgari (mussulmani), dei tedeschi (latini), dei chazari (ebrei) e infine dei
greci, rappresentati dal famoso “filosofo”, che pronuncia un ampio discorso
sulla storia sacra. Si tratta inequivocabilmente di leggende risalenti al XII e
al XIII sec., quando ormai l’influsso bizantino si era fatto determinante, ma
che, tuttavia, potrebbero avere qualche fondamento storico, se si considera che
la Rus’ di Vladimir era realmente a contatto con i bulgari mussulmani, con i
tedeschi latini e i chazari ebrei ed avrebbe potuto convertirsi a ciascuna di
queste fedi” 3. Il processo dell’evangelizzazione in questa terra
avvenne gradualmente, inculcando sempre nuovi ideali morali e spirituali, sullo
sfondo di un paganesimo difeso fortemente e a lungo da Vladimiro prima della
sua conversione. Il cristianesimo era la proposta di una nuova vita che non
veniva imposta immediatamente, bensì agiva come lievito nella pasta, mentre
la società conservò ancora a lungo gli elementi pagani4.
Fin dai tempi dell’Impero Romano la
missione tra gli Slavi è strettamente connessa con il problema della lingua. Nel periodo della missione tra
gli Slavi dei due santi fratelli anche a Bisanzio la posizione “trilinguista”
era molto forte, e ci sorprende la visione missionaria del Patriarca Fozio, che
sosteneva il principio del pluralismo culturale. Secondo lui, “il successo
della penetrazione dell’Ortodossia nei territori nuovi si trovava nella sua
fusione con la cultura locale e con le tradizioni legate allo sviluppo
originale della civiltà profondamente segnata dalle influenze bizantine”
5. Il patriarca Fozio “fu il primo a raggiungere la Russia scandinava,
poi la Russia Kieviana. La sua intuizione l’ha ispirato alla fondazione della
scuola di studi slavistici a Costantinopoli che doveva formare i sacerdoti per
gli Slavi” 6. Questa mentalità del Patriarca si espresse
ufficialmente al Concilio locale costantinopolitano degli anni 879-880 dove
egli ha proclamò esplicitamente il principio del pluralismo nella
comprensione cristiana, secondo cui “ogni Chiesa locale, autocefala (autonoma)
era autonoma nel formulare e realizzare le proprie tradizioni e costumi senza
l’intervento dal di fuori, perché proprio così si fondavano le
Chiese fin dai tempi apostolici, quando cioè non esisteva nessun centro che
limitasse la loro libertà in questo campo (come, ad esempio, la
Roma centralizzata)” 7. Così è stato posto e risolto il problema
dell’armonizzazione dell’unità e della pluralità. Questo
principio si è scontrato con la teoria del trilinguismo e sappiamo che
è stato la “pietra d’inciampo” per il riconoscimento dell’opera di
Costantino e Metodio. Essi portavano agli Slavi la mentalità liturgica
di Bisanzio, che venne assunta senza difficoltà. Questa liturgia stessa
veniva compresa come una festa del popolo, come un’invito alla partecipazione
dossologica in tutto ciò che si svolge durante la funzione. Si tratta
del movimento divino verso gli uomini, e nessuno può limitare la
partecipazione del popolo. “Questa prospettiva escatologica nella quale si
considera la vita liturgica, spiega ... anche il metodo di espressione alla
base del quale come pure riferendosi alla parola del Vecchio Testamento (si tratta del riferimento a Is 29,18 e Is
35,6 nella “Cronaca dei tempi passati” scritta in Russia e datata del 988)
si parla dell’evento della traduzione dei libri liturgici e dell’ammaestramento del gregge di pregare
in slavo. (...). Quanto al primo: i sordi devono udire le parole del libro. Udire, e non vedere -- ecco il
momento più importante della funzione liturgica. Il popolo deve udire la
Parola di Dio, che suscita in lui la fede, in un modo comprensibile” 8
-- perciò ogni lingua del mondo doveva essere considerata una lingua
liturgica, e ogni impedimento del suo uso veniva spiegato come opera del
diavolo che sa bene che la parola sconosciuta non costruisce la Chiesa. Nelle
testimonianze cirilliane riguardanti la creazione dell’alfabeto slavo la parola
sacra e quella scritta, emblematica, si fondono in una sola Parola che unisce
l’ipostasi divina e l’ipostasi umana: “In principio era la Parola”, in slavo glagol (di qui il nome del nuovo
alfabeto -- glagoliza).
Dopo l’esperienza di Cirillo e
Metodio, nei paesi slavi i monaci
sono rimasti primi protagonisti
dell’evangelizzazione. Ma non erano monaci itineranti: “questa volta gli
evangelizzatori, legati dal voto di stabilità, sono rigorosamente
sedentari e invece in movimento -- in alcuni casi addirittura socialmente
nomadi -- appaiono gli evangelizzati,
che si recano dal monaco per impetrare la salute del corpo ed ottengono anche
la salvezza dell’anima” 9. Lungo i secoli in Russia si sono sviluppate
altre forme di attività missionaria, anche se questa forma tradizionale
è ritenuta fino ad oggi la più caratteristica per l’Ortodossia.
Passiamo ora ad una breve analisi
storica della missione russa, individuando le caratteristiche principali di
ogni periodo.
1.1.2. Periodizzazione della storia missionaria della Chiesa russa.
La Russia, convertita alla luce del
cristianesimo, si è messa subito all’opera dell’evangelizzazione delle
popolazioni vicine. La storia missionaria della Chiesa russa prima del secolo
XX si può dividere in alcuni periodi, corrispondenti alle tappe
fondamentali della storia ecclesiastica generale in Russia.
1
-- Il periodo durante il quale la Chiesa Russa si trova sotto la tutela della
Chiesa-Madre di Costantinopoli (X sec. --XV sec.). Prima di menzionare i
nomi dei missionari itineranti, è necessario analizzare lo sfondo
ecclesiastico russo che subì mutamenti profondi nel periodo
dell’invasione tartara (1240-1480). Questo periodo è stato determinante
per molti aspetti della vita della Chiesa russa e della sua missione.
Precisamente, avvenne un’isolamento della Chiesa, le cui motivazioni del quale I. De Kologrivof descrive
così: “Nell’epoca in cui il mondo cristiano orientale invocava l’aiuto
dell’occidente contro l’assalto della barbarie asiatica, i crociati “franchi”
nel sud, aizzati dall’avidità dei veneziani, depredavano Costantinopoli,
ne frantumavano gli altari, calpestavano la Sacra Eucaristia. E a settentrione,
Danesi, Svedesi e l’Ordine Teutonico irrompevano in tre colonne in Russia,
già indebolita dai colpi dei Tatari. A questo punto la Russia comincia a
isolarsi dalla Chiesa universale... Nella loro ortodossia riconobbero
ciò che li distingueva dai nemici orientali e occidentali. Il Tataro
diventa per essi un “demonio” e la sua religione empia, ma i nemici che li
assalgono da occidente sono i “maledetti Latini” e la loro fede un’eresia
condannata da Bisanzio” 10. In questa epoca il martirio come
testimonianza evangelizzatrice è connesso con l’amore alla patria, e i
numerosi racconti storici ce lo
dimostrano, come ad esempio l’episodio della vittoria sul Chan Mamaj: “Nella
disfatta il vinto Chan Mamaj esclamò: “Grande è la potenza del
Dio dei Russi!” Quest’idea che la Russia avesse un proprio Dio russo, che
l’ortodossia russa fosse l’unica vera fede, era sostenuta in Mosca con sempre
maggiore insistenza” 11.
Troviamo qui tante figure eroiche di
monaci missionari che cominciano a delineare i tratti della metodologia tipica
della Chiesa Ortodossa russa. I popoli ai quali si rivolgeva la Parola del
Vangelo erano Tartari, Zyrjani, Lituani, Kareli. Uno dei personaggi più
significativi in questo periodo è Stefano di Perm’12. Dopo
essersi ritirato nel monastero di San Gregorio il Teologo a Rostov, Stefano imparò
la lingua degli Zyriani, una popolazione che abitava la terra di Perm’ (Ural);
compose per loro un alfabeto utilizzando i caratteri slavi e greci e tradusse e
trascrisse alcuni libri. Partito per il luogo della missione, si occupò
dell’ammaestramento degli indigeni e della formazione del clero tra di loro.
Subì molte aggressioni da parte di coloro che si praticavano culti
idolatri e accompagnò la sua predicazione con segni prodigiosi e con la
distruzione dei templi pagani.
La storia di Stefano di Perm’ ripete
tante altre agiografie importanti per la storia della missione in questo
periodo. Notiamo soprattutto il significato del fattore personale: negli
scritti dedicati alla conversione di un popolo figura quasi sempre un nome,
nella maggioranza dei casi di un monaco, sempre colto e istruito, formato nella
tradizione spirituale dei grandi starzi (cioè maestri spirituali). Molti
di questi personaggi hanno coronato la loro missione con il martirio, come San
Gerasim e San Pitirim -- i successori di Stefano.
Il soggetto dell’invio erano di
solito i Grandi Principi. Sono stati loro a sentire la prima
responsabilità dell’evangelizzazione, e senza il loro consenso non si
nominavano i Vescovi delle Chiese fondate in terre di missione. Questa
tradizione risale ai tempi della missione cirillo-metodiana.
2
-- Il periodo dall’acquisizione dell’autocefalia della Chiesa russa fino alla
soppressione del Patriarcato da Pietro il Grande (XV sec.- XVIII sec.) È
questo il tempo in cui si creano le condizioni favorevoli per sviluppare sullo
sfondo russo le tracce della cosiddetta teologia politica romano-cristiana (di
cui l’esponente è, per esempio, Costantino da Eusebio). Essa “configura
il sovrano quasi come un “vescovo missionario”, non limitato da alcuna
giurisdizione territoriale, ma con il compito definito di organizzare, in
ambito superdiocesano, le missioni cristiane” 13. L’Imperatore era
responsabile della cristianizzazione delle popolazioni vicine: questo tipo di
evangelizzazione possiamo chiamarlo “dall’alto al basso”. Non era una
strumentalizzazione della Chiesa ai fini politici,bensì il riflesso di
una concezione teologica. Il Regno celeste e quello terrestre erano in un certo
modo identificati, per cui ogni popolo soggetto all’autorità del barikeus doveva
essere necessariamente cristiano, e ogni nazione cristiana diveniva membro di
una famiglia che riconosce nell’Imperatore il suo capo supremo. Questa
concezione non è sparita dopo la distruzione dell’unità
dell’Impero Romano. Una delle sue conseguenze troviamo, per esempio, nella
concezione di “Mosca Terza Roma” sorta nel periodo dell’acquisizione
dell’autocefalia nella Chiesa russa (cioè dopo il 1448): mentre la
“seconda Roma”, cioè Costantinopoli, cadeva sotto il giogo islamico
(1453), non rimaneva che la nuova grande Russia, dove è il deserto;
infatti è questo il vero deserto, perché era vuoto della santa
fede e perché gli apostoli non vi hanno predicato” 14, il
deserto dove fugge la donna rappresentata dall’Apocalisse (Ap 12,6). Questo
esclusivismo soteriologico ha caratterizzato la Chiesa russa per molti secoli e
ancora oggi si trovano suoi esponenti, in vari modi.
La Chiesa russa si sottrae alla
tutela di Costantinopoli fondando il Patriarcato di Mosca (1589). Non
analizziamo qui la liceità e il
procedimento di questo avvenimento, ma cerchiamo solamente di cogliere
le conseguenze della nuova ideologia creata nella Chiesa sulla concezione
missionaria. Ora il Gran Principe
diventa Zar, cioè Cesare, Imperatore, l’Unto del Signore e
quindi responsabile esplicitamente dell’evangelizzazione dei sudditi e ... della soggezione degli evangelizzati.
Descrivendo in breve la situazione missionaria della Chiesa Ortodossa russa di
questo periodo, G. Warneck definisce i suoi obiettivi proprio così:
“Come quella Romana, così anche la Chiesa russa intende per
missione non soltanto la
cristianizzazione dei non cristiani ma anche
-- si capisce, scolpito così poco evangelicamente, -- il lavoro
di conversione tra i cristiani che non appartengono alla Chiesa ortodossa, e in
ogni caso si limita ai confini dell’Impero russo. (...). Allora il territorio
della missione della Chiesa russa è sostanzialmente il mondo russo.
Proprio questo è il motivo per cui la cristianizzazione quasi si
identifica con la russificazione. Si pensa di fare cristiane le persone
dopo averle russificate, e viceversa: si vuole creare Russi mentre ci si
incorpora nella Chiesa ortodossa” 15.
È un periodo di elaborazione
più o meno sistematica dei principi missionari. Nel 1555 fu ordinato
Vescovo l’apostolo dei Tartari musulmani San Gurij. Al momento della sua
partenza gli fu consegnata dallo Zar’ Ioann IV e dal Metropolita Makarij l’”Istruzione” in cui era raccolta la
descrizione delle vie più comuni della missionarietà russa. Tra
le altre indicazioni, l’”Istruzione” esortava l’apostolo ad “avvicinare i
Tartari in tutti i modi e condurli al Battesimo con l’amore e mai con la
costrizione; a battezzare soltanto coloro che lo vorranno con la propria
volontà, e non chi vi era indotto contro il suo volere” 16.
Inoltre in questo documento si tracciano le linee del rapporto con i non
cristiani in genere: bisogna “... far mangiare e ospitare nella propria casa
anche quelli non battezzati, parlare loro con mitezza e condurli alla legge
cristiana con un discorso tranquillo e devoto” 17.
Il monastero fondato da Gurij sul
monte Zilant è diventato la prima scuola missionaria. I monaci dovevano
occuparsi dell’istruzione dei bambini
che
si preparavano a diventare missionari -- un esempio unico per quel tempo! Sappiamo anche che lo studio dei missionari
non si limitava alla lingua e ai costumi locali ma comprendeva anche la
conoscenza della religione degli evangelizzati. San Varsanofio, il successore
di Gurij, ha trascorso tre anni come prigioniero dei Tartari dove ha studiato
l’Islam comprendendo l’importanza di questo aspetto per la sua futura missione.
In questo periodo dai monaci russi
furono fondate le nuove eparchie tra le popolazioni appena evangelizzate:
popoli caucasici (Cerkesi e Kabardini), abitanti della Siberia (esplorata da
Jermak nel 1582), Mordvini, Lopari.
3
-- Il periodo dall’abolizione del Patriarcato e istituzione del Santissimo
Sinodo fino alla fine del secolo XIX. Se prima la Gerarchia ecclesiastica
aveva una voce significativa (è il Patriarca infatti che unge lo Zar’),
ora per il governo ecclesiastico è istituita una struttura sottoposta ad
un “Oberprokuror” laico. Warneck riassume così il cambiamento avvenuto
nel campo missionario: “Siccome l’episcopato e il Sinodo nel campo
ecclesiastico e in quello missionario sono solamente gli esecutori dello Zar’
che rimane il capo sovrano della Chiesa, nonostante l’organo ufficiale
dell’invio sia sempre il governo ecclesiastico nella sua espressione più
alta, cioè il Santo Sinodo, lo Stato diventa il soggetto vero
dell’invio” 18.
In questo periodo si continua la
missione siberiana tra Voguli, Ostjaki,
Tartari e tra i popoli dell’Estremo Oriente (Jakuti, penisola Kamcatka).
I primi tentativi della missione in Cina sono datati del 1721, mentre il suo
periodo più fruttuoso comincia dopo il 1858. Nel 1869 comincia la
missione in Giappone, alla quale è legato il nome di Nikolaj
Kasatkin19, e nel 1900 lì esistono ormai 231 comunità
ortodosse, 28 sacerdoti e 152 catechisti indigeni20.
Un personaggio importante che ci
ricorda l’esperienza dei santi fratelli Cirillo e Metodio è lo studioso
orientalista N. I. Ilminskij (1822-1891). Nella seconda metà del secolo
XVIII nel campo missionario si verificava sempre più la tendenza ad
aumentare il numero dei battezzati, mentre la missione acquisiva carattere
puramente formale. Fu l’Arcivescovo di Kasan’ Amvrosij (Protasov) a richiamare
i missionari di rispettare le tradizioni delle prime missioni della Chiesa
Russa. Ilminskij, rispondendo a questa sfida, si mise a studiare a fondo le
lingue orientali (araba, turca, persiana, tartara), traduce il Nuovo Testamento e i libri liturgici in lingua tartara
corrente e elabora un sistema per le traduzioni (che nei documenti viene
chiamato “sistema di Ilminskij”). Così avveniva anche nelle altre
stazioni missionarie. Cresceva il numero delle scuole per la formazione dei
missionari indigeni e per gli studi sulle religioni non cristiane. Noti
ricercatori in questo campo erano l’Arcivescovo Nil, uno dei primi specialisti
nel Buddismo, missionario tra i Mongolo-burjati, che tradusse i libri liturgici
nella lingua locale, e il Vescovo Veniamin (Blagonravov), il fondatore della
Scuola missionaria centrale in Siberia, che ci ha lasciato studi importanti sul
Lamaismo.
Quale era dunque la concezione
generale della missione alla soglia del nostro secolo?
Il Metropolita di Mosca Innokentij
(Veniaminov) (1797- 1879), per molti anni missionario nelle isole Aleute e in
Alaska (venduta all’America nel 1867), fondatore dell’ Eparchia Aleuta con sede cattedrale in San-Francisco, grazie al
cui lavoro instancabile si è aperta la strada per l’Ortodossia in
America, scrive che la missione significa “lasciare la patria e andare nei
luoghi distanti, selvaggi, privi delle molte comodità della vita, per
convertire alla strada della verità gli uomini che vagano ancora nelle tenebre dell’ignoranza”
21. Da questa comprensione dipendevano le forme dell’organizzazione
dell’attività missionaria che teneva insieme la struttura di
un’istituzione ecclesiale ben organizzata e il servizio carismatico dei suoi
grandi rappresentanti.
Innokentij Veniaminov nella sua grande
opera di evangelizzazione degli Aleuti rispettò e promosse i principi
fondamentali che sono divenuti i più caratteristici della missione
russa: la prudenza e il rispetto della libertà degli evangelizzati,
l’adattamento al genio e alle capacità intellettuali delle persone,
l’unione dell’insegnamento evangelico con la promozione dei mestieri,
dell’igiene, dell’agricoltura ecc. e la cosa fondamentale: predicazione e catechesi in lingua locale
con l’uso dei libri tradotti nei dialetti locali22.
Tappa importante nello sviluppo
della teologia missionaria è la fondazione nel 1865, per l’iniziativa
del Metr. Innokentij, della Società missionaria che mirava allo sviluppo della cooperazione
alle missioni russe. Il coordinatore centrale dell’attività missionaria
era invece il Consiglio missionario del Santissimo Sinodo (XIX-inizio XX).
Anche nella formazione missionaria si
fa un passo in avanti: dal 1842 nell’Accademia ecclesiastica di Kasan’ funziona
la sezione per la preparazione dei missionari, anche indigeni, per i popoli di
Siberia e del bacino del Volga23.
Nella storia della Chiesa russa si
menzionano non soltanto le missioni tra
i non cristiani ma anche le missioni tra i protestanti, la riunificazione della
Unia, e più spesso la missione fra i “vecchi credenti”, sorti dopo lo
scisma del 1667, che affermavano, nelle espressioni più estremiste, la
fuga della grazia divina dal mondo, la profanazione di tutto, lo sgomento
apocalittico che si trasformava in una sorta del pelagianismo pratico24.
Come vedremo in seguito, questa categoria meriterà un’attenzione
speciale nelle riflessioni sulla missione all’inizio del secolo XX.
La lettura approfondita di alcuni
documenti, di grande valore missiologico ma purtroppo sconosciuti, che
esamineremo nel paragrafo seguente, ci permetterà di scoprire la
continuità delle forme e dei metodi missionari della Chiesa ortodossa
russa e di imbatterci, per la prima volta, con il tentativo di una riflessione
sistematica sulla missione.
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