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1.2. Fondamenti e metodi
della missione all’inizio del secolo XX.
1.2.1. Gli scritti della Società missionaria.
La fonte preziosa che ci dà
il quadro completo della situazione del pensiero dell’Ortodossia russa sulla
missione all’inizio del secolo XX è l’opera- compendio redatta
dall’ufficiale per gli incarichi speciali dell’oberprokuratura del Santissimo
Sinodo, editore della rivista “Panorama Missionaria”, V. M. SKVORTSOV. Nella
prima parte di quest’opera25 si tratta delle questioni comuni della
missionarietà ortodossa, nella seconda sono raccolte la legislazione
della Chiesa e le indicazioni in campo missionario.
a) nozioni fondamentali sulla
missione e sui missionari
È caratteristica la
definizione generale della missione riportata all’inizio del libro: “Missione
è un’impresa gloriosa e un’azione santa. La missionarietà, come
opera della correzione e dello smascheramento degli smarriti è una delle
più difficili arti nel ramo della parola vivente di convinzione”
26. Notiamo subito con quali parole si definisce lo scopo
dell’attività missionaria: correzione
e smascheramento. Si potrebbe
pensare a prima vista che gli “smarriti” sono quegli uomini che si perdono
senza conoscere il Vangelo. Ma seguendo il testo scopriamo che i destinatari
stessi sono diversi da quelli dei secoli precedenti: sono invece gli adepti delle sette e soprattutto i “vecchi
credenti”.
Scrivendo sugli obiettivi e
itinerari della formazione missionaria, l’autore sottolinea la necessità
di essa per ogni cristiano: “... L’arte missionaria, le conoscenze missionarie
ora devono essere il patrimonio di ogni membro vivo della Chiesa... e tanto di
più dei pastori e predicatori della Chiesa. Tutti i guerrieri della
Chiesa di Cristo devono possedere “la spada spirituale che è parola
divina” -- con altre parole, è l’obbligo di ogni pastore di avere le
notizie missionarie, di conoscere le linee metodologiche, di possedere l’arte
missionaria di polemica, per essere pronti non soltanto a dare la risposta a
coloro che cercano la speranza ma anche a chiudere la bocca a coloro che dicono
menzogne” 27. Anche altrove incontreremo spesso la parola “polemica”, e
la missione non sarà chiamata ad
gentes ma contra gentes: per
esempio, missione antilamaista,
missione antimaomettana, accanto a
quella antiscismatica.
La
missione cristiana è nata insieme alla Chiesa di Cristo e trova
la sua sorgente nei comandi di Cristo: è l’invio divino alle pecore
smarrite della casa di Israele (Mt 10,5-6) e alle genti (Mt 28, 19). Nel libro,
per pecore smarrite si intendono soprattutto quelli che hanno abbandonato la
Chiesa, il nuovo Israele. Proprio per questo gli scismatici e gli adepti delle
sètte sono componente integrante dei destinatari della missione. La
concezione, come abbiamo visto, ha la sua origine nella riflessione teologica.
I missionari vengono definiti
precisamente: una istituzione stabilita
dal governo gerarchico per l’opera dell’apostolato, dove sono compresi i
collaboratori e i cooperatori. All’inizio del secolo l’aspetto istituzionale
prende sempre più posto negli scritti sulla missione, per sottolineare
che questa attività ha l’origine ortodossa, è benedetta da Dio
nella persona del gerarca. L’aspetto carismatico viene posto un po’ in ombra, e
infatti non troveremo quasi nessun nome concreto di coloro che compiono questa
“opera gloriosa” -- cosa che invece accompagnava la ricerca storica per molti
secoli lasciando a noi i personaggi quasi leggendari dai terreni missionari.
b) missione esterna ed interna
La missione viene qui classificata
in due generi secondo i suoi destinatari.
La missione esterna è
rivolta ai “pagani, maomettani, Ebrei, cioè coloro che stanno nelle
tenebre e nell’ombra di morte” 28. La missione interna che altrove viene chiamata anche parrocchiale, ha per destinatar# dissidenti, eretici, scismatici.
Nella statistica alla fine del libro né cattolici né protestanti
entrano in nessuna di queste categorie29. Analizzando attentamente il
materiale, possiamo notare (e questo potrebbe sorprendere qualcuno) che, pur
conservando una certa rivalità storico-culturale, la Chiesa russa
contrappone all’”ortodossia, fede unicamente vera e salvifica” piuttosto le
sette e lo scisma del Raskol (“vecchi credenti”) 30. La missione
interna è posta al servizio di quella esterna perché la Chiesa
deve prima avere un forte “reggimento” di guerrieri di Cristo, per poter
combattere per la fede cristiana: “Là dove cresce un seme buono, la
zizzania è costretta a morire. Là dove si espande la luce, le
tenebre fuggono inevitabilmente” 31.
c) dimensione “imperiale” e
universale della missione della Chiesa ortodossa russa
La missione ha un presupposto
politico-culturale perché la fede cristiana è vista come “il primo
fondamento del ... sistema statale..., il cemento spirituale che fonde insieme
gli elementi disuniti” 32. Questa è la visione di cui abbiamo
parlato nei “Cenni storici”, la continuazione di ciò che ha notato
Warneck. La cultura cristiana inoltre si identifica con la cultura russa. Era
una convinzione sincera di quel tempo, l’unica ideologia nella quale nessuno
vedeva nulla di negativo o di politico. Si parla molto del rispetto delle
culture locali ma questo discorso sembra non entrare in contraddizione con la
convinzione della superiorità della cultura russa. Le culture locali si
usano piuttosto come “strumenti pedagogici” al servizio dell”annuncio. Con una
sincera ingenuità l’autore della presente riflessione afferma:
“L’Ortodossia, con la forza del suo insegnamento divino e dei suoi doni di
grazia, trasforma il neofita in un uomo nuovo, fa entrare nella patria nuova
non solo l’anima e il cuore ma tutto l’ordine della vita familiare e sociale
del nuovo aggiunto alla Chiesa ortodossa... quando essi (i neofiti) aderivano alla Chiesa ortodossa, con lo scorrere del
tempo si facevano pure Russi nello spirito e nei costumi” 33. Questo
però si osserva solo dentro i confini dell’Impero. In Giappone, Cina,
Corea e anche parzialmente sulle Aleute il messaggio cristiano veniva
riespresso nel linguaggio della cultura locale, e la lingua slava non è
usata neppure nella Liturgia. È un fatto molto importante, visto che
l’uso di questa lingua si carica di un significato teologico (di cui tratteremo
più avanti). Quindi, la concezione della missione non è priva
della dimensione universale che si pone accanto alla teoria dell’Impero
cristiano. E se le missioni estere della Chiesa russa ci appaiono numericamente
irrilevanti, questo accadde anche per motivi storici: certamente, la Chiesa
romana disponeva di possibilità fisiche e aperture politiche
incomparabilmente maggiori per creare strutture presenti nel mondo intero.
d) il metodo, la
spiritualità, la cooperazione missionaria
Riguardo allo svolgimento dell’attività
missionaria, al suo metodo, alla sua spiritualità, negli scritti della
Società missionaria si risale ai Padri della Chiesa, fonte degli
insegnamenti più autorevoli per l’Ortodossia. I Padri insegnano che
è l’amore a spingere alla missione e che si tratta di un’ opera eroica
che richiede tempo, fatica e pazienza. Si citano le parole di san Giovanni
Crisostomo:”Vi esorto di sforzarvi, secondo le vostre capacità, di
curare coloro che sono nell’errore, come se fossero infermi, conversando con
loro con umiltà e indulgenza. (...). Allora, se anche nell’anima
dell’errante c’è una ferita infiammata, noi, raccogliendo tutto
ciò che conosciamo, come
imbevendo una dolce spugna con acqua piacevole e soave, cerchiamo di
calmare l’infiammazione e distruggere tutta la superbia; e nonostante ci abbiano insultato, respinto, sputato,-- facessero
qualsiasi cosa -- tu, carissimo, non smettere di curare...” 34
L’amore deve essere la prima spinta alla missione e il pegno del suo successo.
Se la Parola di Dio viene imposta, non durerà molto: “Ciò che
è stato costretto, simile a una pianta piegata con le mani, di solito
ritorna nel suo stato precedente, appena viene lasciato nella
libertà...” 35.
Nell’opera si parla di tre forme di
cooperazione missionaria che deve attuare ogni fedele ortodosso: la preghiera,
l’ammaestramento e la correzione, la vita cristiana. Ogni battezzato che
realizza la sua vita di fede non soltanto dà un esempio e una
testimonianza a coloro che non sono cristiani, ma contribuisce alla crescita
spirituale della Chiesa che annuncia. Questo
concetto sarà molto accentuato nella teologia ortodossa di questo
secolo e si esprime nella sua forma più chiara nella riflessione sulla
vita eucaristica come attuazione della missione della Chiesa nel mondo.
e) i nuovi obiettivi posti dal
contesto storico e religioso particolare
Nella seconda parte del compendio
è raccolta la legislazione recente sulle questioni missionarie.
Un’attenzione nuova della gerarchia è prestata al fenomeno
dell’ideologia ateista sempre più crescente in questi anni. Con il
Santissimo Sinodo del 1909 viene introdotto lo studio del socialismo nel corso
di teologia morale. Con lo stesso scopo fu istituito il Consiglio straordinario
per l’azione missionaria.
Durante il Congresso Missionario
panrusso tenuto a Kiev il 12-26 luglio 1908, accanto alla missione antipagana e
antimaomettana appaiono due nuovi elementi: “la lotta con il cattolicesimo” e
“l’opposizione al socialismo” e per realizzarli si introduce nelle scuole e
nella catechesi “l’elemento polemico”. Riguardo alla “lotta con il
cattolicesimo”, non si tratta di proselitismo, ovvero di promuovere un ritorno
alla Chiesa-madre, bensì si parla di una “prevenzione dei passaggi al
cattolicesimo” e della premura verso coloro che desiderano aderire all’Ortodossia. Si tratta soprattutto delle
regioni occidentali dell’Impero Russo (Ucraina occidentale, Lituania). Per
poter sviluppare con successo la sua missione in questi territori, la Chiesa
ortodossa comprende la necessità di adattarsi alla cultura locale
introducendo le tradizioni latine (per esempio, la festa della prima
confessione) nella Chiesa ortodossa36. Questa decisione veramente ci
sorprende e ci conferma che il periodo del primo decennio del secolo XX
è stato irrepetibile e il più fruttuoso nello sviluppo della
concezione di missione, del suo rapporto con la cultura.
f) la legislazione circa il
catecumenato e il Battesimo
Parte significativa del testo
è dedicata alle leggi della Chiesa sull’accettazione dei nuovi membri.
“Il diritto di partecipare ai doni della grazia della Chiesa ortodossa non
è legato né all’origine, né alla nazionalità”
37, ecco il principio
fondamentale. Si cerca di recuperare la serietà della preparazione al
Battesimo rendendo obbligatorio il catecumenato che deve durare da 40 giorni a
3 anni (nel caso di peccato grave commesso nel periodo del catecumenato) e
consiste nell’ammaestramento sulla fede e sulla pietà cristiana. Il
Battesimo è permesso solo se l’Ordinario eparchiale è d’accordo e
se i convertiti stessi desiderano ed esigono l’ingresso nella Chiesa ortodossa
e hanno conoscenza sufficiente dei suoi dogmi e della sua dottrina. Si parla
anche della tolleranza verso alcuni costumi locali non conformi alla disciplina
ortodossa, ovvero quelli che creano difficoltà nell’osservanza del
digiuno, nel compimento di alcune funzioni liturgiche ecc. Tra i motivi di
tolleranza incontriamo l’ignoranza:
quello che gli indigeni sono incapaci di comprendere per mancanza di istruzione
o di capacità intellettuali, non sono tenuti ad osservarlo. Anche nel
catecumenato deve avvenire l’adattamento al genio dei catechizzandi.
L’insegnamento può essere inoltre adattato alle credenze precedenti
delle persone. L’eccezione in questo caso sono gli Ebrei, ai quali viene
rigorosamente imposto l’obbligo di rinunciare a tutti i loro riti ed “errori”
(questi non si precisano) 38. Ai musulmani come anche agli Ebrei
è richiesto di abbandonare la vita sociale precedente. In cambio si
offre loro, come anche agli Ebrei, la possibilità di cambiare il
cognome, il che avrebbe dilatato i loro diritti civili. Tutte le popolazioni
nomadi, invece, possono conservare il loro modo di vivere39.
1.2.2. Il Congresso missionario di Kasan’.
Nella data del 13-26 giugno del 1910
a Kasan’ si svolse un importante Congresso ecclesiastico dedicato
all’attività missionaria. Al
Congresso erano presenti i Vescovi dei territori di missione, i membri della Società
Missionaria e i missionari eparchiali. Se la fonte analizzata nella sezione
precedente può essere non priva di un certo soggettivismo a causa del
redattore, i documenti di questo Congresso sono indubbiamente una fonte
autorevole per avere un quadro completo della dottrina missionaria, per capire
quali punti di vista erano più vigenti allora, quali contraddizioni
potevano nascere tra i vari esponenti di questa dottrina. La maggior parte del
Congresso è dedicata a quelle missioni che devono affrontare l’incontro
con religioni esistite per secoli sui territori da evangelizzare.
a) l’incontro con il
lamaismo tibetano
La missione ortodossa tra i
Chalmucchi (Siberia sudorientale) si è scontrata con la fioritura del
Lamaismo (portato lì dalla Giungaria nel secolo XVII da Zaja Pandita),
sostenuto nella Chalmucchia dal centro tibetano. Il primo compito sorto da questa sfida è la formazione
di un personale capace di rispondere in modo adeguato alle esigenze della
situazione: “Per rispondere alle aspirazioni del Lamaismo di alzare il proprio
livello intellettuale e morale, la missione ortodossa deve avere membri che
abbiano un livello intellettuale e morale superiore a quello del clero
lamaista. Da qui la necessità di una istruzione speciale per i
missionari...” 40. Per il momento la Chiesa russa però non
dispone ancora delle conoscenze profonde né della lingua né della
religione tibetana, ed esprime la sua preoccupazione circa lo sviluppo fulmineo
della famosa scuola tibetana in provincia di Astrachan’, promossa dal governo
russo. L’unica possibilità vista dalla gerarchia è quella
dell’“istituzione dell’incarico del missionario eparchiale per i Chalmucchi
destinato a dirigere e ad osservare nonché condurre le conversazioni con
le persone che conoscono la dottrina buddista. Il candidato a questo incarico
deve possedere l’istruzione superiore teologica e missionaria” 41.
Tra le cause dell’insuccesso della
missione tra i Chalmucchi si menziona inoltre la mancanza dei libri liturgici e
della catechesi in lingua locale e la
paura della russificazione. La russificazione è ritenuta veramente
indispensabile per poter ottenere risultati visibili dell’opera missionaria e
il suo rallentamento si spiega con la cattiva testimonianza dei Russi presenti
in quelle regioni: “Bisognerebbe attendere che i Russi in queste parrocchie,
essendo un popolo più civilizzato, piano-piano russifichino i
Chalmucchi. (...). La vita dei russi
deve influenzare positivamente i Chalmucchi, e la russificazione andrebbe con passo
più veloce, dopo di chè nella coscienza dei Chalmucchi
apparirebbe spontaneamente il pensiero di sostituire la loro fede con quella
cristiana” 42. In questa sezione del documento possiamo individuare
chiaramente la distinzione che allora si faceva tra la missione ad gentes e la
cura pastorale: “Non è del tutto normale la situazione dei missionari
che sono costretti a conoscere gli affari parrocchiali tra i Russi,
anziché occuparsi in modo speciale degli interessi della missione”
43.
Luogo importante per svolgere la
missione, come nei tempi dei primi secoli del cristianesimo in Russia,
rimangono i monasteri. Secondo i relatori, il monastero è il
centro di tutta l’attività missionaria. Da esso escono gli annunciatori
del Vangelo e poi ritornano nella comunità per condividere con gli altri
le difficoltà del loro apostolato, per rinforzarsi spiritualmente, nella
solitudine del monastero, preparandosi alle nuove fatiche. Inoltre, il
monastero deve servire come esempio di superiorità rispetto ai curuli
lamaisti, con la vita comunitaria, con le rinunce e le preghiere e soprattutto
con l’attrattiva della liturgia44.
b) la missione tra i musulmani
Nelle relazioni della sezione
turchestana (i territori missionari sono divisi in vari ambiti, o sezioni)
sulla missione tra i musulmani si sottolinea la necessità di non
limitarsi all’esposizione dell’insegnamento dogmatico del cristianesimo ma di
mettere l’accento principale sulle questioni morali, per colpire i cuori dei
maomettani con la bellezza della morale cristiana. I missionari ortodossi
vedono l’essenza dell’Islam non nella professione di fede ma nella morale, che
è vissuta dagli addetti come una legge positiva. Per questo, la
testimonianza della vita cristiana rimane l’unica forma della missione. Questa
testimonianza si può dare in due modi: il primo è “sviluppare la
beneficenza parrocchiale dandole il carattere ecclesiastico-religioso, per
contrapporla alla beneficenza simile dei maomettani” 45; il secondo
è “combattere il continuamente crescente indifferentismo religioso fra i
cristiani che prepara il terreno favorevole per l’incredulità e la
propaganda maomettana” 46.
Le tredici pagine della
documentazione missionaria contengono una bibliografia ricchissima dedicata
all’Islam. Tra le opere elencate troviamo quelle che trattano della polemica
con questa religione, i manuali specializzati sulla missione, le ricerche sulle
lingue locali dei popoli musulmani. Questa bibliografia ci mostra che la
problematica della missione tra i musulmani era più studiata rispetto a
quella verso il Buddismo: fino ad oggi l’Islam è la religione più
diffusa, dopo il cristianesimo ortodosso, nella Russia e regioni confinanti.
c) il problema
dell’inculturazione
Una parte nota dei documenti del
Congresso di Kasan’ riflette la situazione della missione tra le popolazioni
praticanti i culti tradizionali -- i
pagani, come vengono denominati in tutte le relazioni. Si tratta di una
questione che suscitò polemica tra i vari delegati. Il problema
principale in queste terre è il rapporto tra la fede cristiana accolta e
i costumi dettati dalle credenze precedenti, cioè il problema della
religiosità popolare47. Si tratta concretamente dei culti
Ciuvasci vicini a quelli praticati dalle tribù finniche. Un missionario
dell’eparchia di Saratov nella sua relazione porta avanti la convinzione che
“non si deve sottoporli (i riti) alla demolizione brusca ma bisogna sostituirli
gradualmente con i riti del culto
cristiano. L’esperienza dolorosa ha dimostrato che quanto più
insistentemente si attirano i pagani nella Chiesa, tanto più tenacemente
costoro si attaccano al paganesimo. Per questo ci conviene, in forza di
necessità, di adattarci nelle nostre azioni al loro carattere tribale e,
risparmiando le loro tradizioni, gradualmente, passo dopo passo, operando
cristianamente, rivestire i loro riti e
costumi particolari di una forma
autenticamente cristiana” 48. Si parla di “forma” sottintendendo
anche il “significato”, come ci confermano gli esempi. Quindi si tratta, più che di un
semplice adattamento di alcuni elementi culturali, di un processo organico di
riespressione del messaggio cristiano nei termini locali, cioè del
processo di inculturazione.
Il missionario riporta qui gli
esempi concreti osservati tra i Ciuvasci. Da queste esperienze vediamo che
è in realtà il popolo evangelizzato stesso a determinare il modo
di adattamento, nel concreto della propria vita umana e cristiana. Così,
il rito di juba, memoria dei morti,
rivestendo il nuovo significato, è diventato panichida e litia (preghiera
di suffragio), e la supplica per la pioggia -- la preghiera solenne (moleben) con la processione della Croce. Certamente, questo argomento
è stato molto discusso nell’ambito del Congresso. Possono essere assunti
dal cristianesimo i riti e i costumi pagani?
Una tale assimilazione non crea forse il fenomeno del “semipaganesimo”?
La riflessione su questi problemi ha portato il Congresso a formulare in modo
sistematico i principi da osservare nei rapporti con le culture locali: “La
questione principale, essenziale da risolvere negli interessi dei compiti missionari della nostra opera tra i
pagani indigeni e precisamente di quelli che praticano la “doppia fede”,
cioè semicristiani-semipagani, consiste nel chiarire con assoluta
precisione e stabilire il rapporto tra il
cristianesimo e il paganesimo come
una dinamica religiosa. Bisogna determinare dove e in che misura il
paganesimo cede alla forza dell’influenza cristiana, dove e in che misura esso
mostra prevalenza rispetto al cristianesimo, nella coscienza doppia. La
necessità di tale impostazione della domanda viene dall’essenza
dell’attività missionaria e
dalle influenze esterne, non ecclesiali alle quali il paganesimo
comincia a sottoporsi (evidentemente, le
nuove ideologie ateiste -- a.n.) nel tempo presente. Bisogna sapere in
che direzione deve procedere il
nostro lavoro nel mondo pagano della “doppia fede”, quanto intensivo deve essere. Non abbiamo una visione chiara delle
nostre prospettive missionarie” 49.
Un’altra novità riportata dal
Congresso fu il discorso sul ruolo della donna nella missione. La
collaboratrice della fraternità di San Gurij è intervenuta con la
relazione “Sulla vocazione della donna al servizio della missione”. Alla donna
viene riconosciuto il compito di catechesi (soprattutto nei monasteri
femminili), dell’assistenza agli infermi e della collaborazione nella
traduzione ed edizione dei libri50.
Vediamo come il contatto con le
religioni non cristiane e soprattutto con il fenomeno della “doppia fede” ha
portato la Chiesa ortodossa alle riflessioni teologiche che danno l’inizio a
una “missiologia” ortodossa. Il Congresso missionario di Kasan’ non avrà
simili nei decenni successivi. La Chiesa fu costretta a tacere a lungo, per
ritornare apertamente a queste riflessioni,
incominciando da zero, negli anni novanta.
I dati riportati sopra riflettono
principalmente la visione “ufficiale” ortodossa. Alla soglia del XX secolo
sorgono inoltre diverse opere filosofiche e teologiche dei rappresentanti della
corrente cosidetta “sofiologica”, o sofianica, dalle quali possiamo trarre idee
importanti che sarebbero di ispirazione allo sviluppo, nell’ambito ortodosso,
della teologia delle religioni e del dialogo interreligioso.
1.3. Il contributo della
teologia sofianica alla riflessione interreligiosa.
La cosidetta teologia sofianica,
propria per tutto l’Oriente ma rilevata particolarmente dai Russi alla fine del
secolo XIX e all’inizio del secolo XX (e anche, notevolmente, nel periodo della
diaspora), è basata sulla figura della Sofia che è Sapienza divina personalizzata, il principio
metafisico fondamentale, sorgente e contenuto dell’eterna azione creativa e
provvidenziale di Dio. Sofia è l’espressione piena della Trinità,
è “la gioia creatrice di Dio e dell’esistenza. Con la sua arte
intelligente il mondo si costruisce come un Tempio, come un canto, come il
numero e l’armonia... Alla Sofia universale è comune anche l’uomo --
l’imperfetto recipiente della perfezione. E tutta la creazione è illuminata
dall’eterna sapienza della creazione del mondo, che è Amore,
Verità e Bellezza” 51. La visione sofianica del mondo creato
è positiva, in quanto in esso sono presenti le orme della Sofia,
identificata con il Mistero di Dio visto come il Logos. La rivelazione centrale
e perfetta di Sofia è avvenuta in Gesù Cristo e si attua nella
Chiesa.
Questa concezione determina la
visione del patrimonio religioso del mondo e della sua relazione con la Chiesa.
Al posto di una visione frantumata del mondo e della natura i sofiologi
propongono una visione unitaria, che permette di considerare positivamente e di
valorizzare tutto ciò che sono le radici naturali e rituali
dell’umanità, segni della presenza creatrice della Sofia: “La luce del
Verbo divino brillò nella notte del paganesimo primitivo, quando la
forza di Dio si rivelava ai sensi umani nel fuoco e negli astri, nell’influenza
benefica del sole visibile, e nella legge della vita delle specie. Con maggiore
chiarezza la mente divina si rivelò allo spirito umano nelle credenze
religiose dei colti popoli storici dell’antichità, specialmente negli
Indi, Greci ed Ebrei” 52.
In quanto il Logos è presente
in tutto il creato, la Chiesa si estende oltre i confini terreni, visibili e
non viene identificata con l’organismo dell’organizzazione ecclesiale, anzi,
“ontologicamente questi confini non esistono affatto, perchè, con il
loro riconoscimento, si limiterebbe e si sminuirebbe la forza dell’incarnazione
e dell’opera redentrice di Cristo. Gli esistenti confini hanno un carattere non
assoluto, bensì pragmatico...” 53.
Nulla esiste come qualcosa di
assolutamente non-divino54, e il paganesimo, in quanto processo
religioso positivo, conosce le sue rivelazioni che appartengono al mondo della
Sofia55. Queste rivelazioni si sono compiute definitivamente in Cristo:
“Come nel mondo fisico una lunga serie di organismi imperfetti ma tutti forme
viventi organiche precedè l’apparizione del perfetto organismo umano,
così nella storia la nascita dell’uomo spirituale perfetto è
stata preceduta da una serie d’imperfette, ma tuttavia viventi e personali
rivelazioni del principio divino nell’anima umana” 56. Certamente, le
religioni pagane sono passibili di errori, perchè “l’essenza positiva
dell’umanità naturale è, nelle sue forze creative, sana e
sofianica, è malata invece nella propria condizione57”; ma,
nonostante questa condizione, rappresenta la pasta, che è in grado di
accogliere il lievito cristiano, e non una pasta diabolica e incompatibile con
esso.
La teologia sofianica ha importanti
implicazioni per l’atteggiamento della
Chiesa di fronte alle realtà non cristiane ed è fonte (e,
indiscutibilmente, anche risultato) di determinate scelte riguardo ai metodi
dell’ annuncio, al dialogo con le culture. Ma, soprattutto, tocca a fondo la
questione stessa della missione e del suo scopo. Le realtà
antropologiche, compreso l’aspetto religioso, vengono considerate dai sofiologi
come parte del Mistero ed esigono un atteggiamento che è l’atteggiamento
di fronte al Mistero.
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