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Olga Sakun
Missione nel pensiero dell’Ortodossia russa del XX secolo

IntraText CT - Lettura del testo

  • CAPITOLO SECONDO.   LA CRISI MISSIONARIA DELLA CHIESA ORTODOSSA IN RUSSIA NEL PERIODO SOVIETICO E POSTSOVIETICO. LA MISSIONE DELLA CHIESA NEL PENSIERO DI ALCUNI TEOLOGI RUSSI DELLA “DIASPORA”.
    • 2.1. La situazione generale e missionaria della Chiesa russa. Chiesa Ortodossa Russa dell’Estero.
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2.1. La situazione generale e missionaria della Chiesa russa. Chiesa Ortodossa Russa dell’Estero.

 

2.1.1. Cenni storici.

 

            Le prime decadi del secolo XX furono le più difficili per i cristiani russi; la Chiesa fu sconvolta e si trovò al punto estremo della crisi provocata dagli eventi politici avvenuti nel mondo e nello Stato russo.

            Proprio nel periodo della  Rivoluzione socialista, nel 1917-1918, si svolge il Grande Concilio della Chiesa ortodossa russa durante il quale si ristabilisce il Patriarcato. Tichon, Metropolita di Mosca, viene eletto Patriarca. Il 20 gennaio 1918 il Consiglio dei commissari del popolo approvò il famoso decreto sulla “separazione tra Chiesa e Stato e la separazione tra Scuola e Chiesa”. Il decreto interdiceva qualsiasi partecipazione della Chiesa alla vita dello Stato e qualsiasi insegnamento religioso nelle scuole sia nazionali che private. Proclamava una completa libertà di coscienza per tutti i cittadini, però questa libertà non poteva esistere di fatto visto che le organizzazioni religiose non erano ritenute persone giuridiche e quindi perdevano ogni diritto di proprietà. Con la sua legislazione, e ancora di più con i fatti, il governo mostrava chiaramente l’intenzione di costruire una società dove la Chiesa non avesse alcun posto. Negli anni 1923-1926 circa cinquanta Vescovi furono uccisi o morirono in deportazione; i sacerdoti furono privati di tutti i diritti civili. La Chiesa però non cercava di identificarsi con il vecchio regime combattuto tenacemente dai comunisti ma voleva semplicemente difendere il suo diritto vitale: di annunciare il Vangelo al popolo russo58.

            La questione della confisca dei beni della Chiesa ha suscitato una forte divisione all’interno del clero russo. Nacque la cosiddettaChiesa vivente”, appoggiata dal governo, che si dichiarò contraria alle istruzioni della gerarchia nella persona di Tichon. La “Chiesa viventedivulgava calunnie contro i seguaci del Patriarca e in cambio fu privilegiata con il diritto di usare alcune chiese per le celebrazioni. Imprigionato, il Patriarca fu costretto a scrivere una esortazione ai fedeli  chiamando tutti i credenti a confidare nel nuovo governo che avrebbe permesso l’insegnamento religioso e il funzionamento dei seminari e delle edizioni religiose. Ma tutte le speranze furono vane: la Costituzione del 1918 ha garantito la libertá religiosa e la libertà di propaganda religiosa e antireligiosa; ma fu intelligentemente modificata nel 1929: da allora in poi si trattava della libertà di confessione religiosa e di propaganda antireligiosa. La distinzione tra la “confessione” e la “propagandadelimitava chiaramente l’attività religiosa rendendola interna, chiusa, senza la possibilità di estendersi, visto che per estendersi una realtà deve essere conosciuta, “propagata”. La testimonianza cristiana così fu permessa solo all’interno della comunità degli addetti. La Costituzione di Stalin del 1936 va ancora più indietro conferendo ai cittadini la libertà dei culti religiosi e di propaganda antireligiosa59. Con questa legge ogni testimonianza diventava illegale, perseguitata. È difficile immaginare le conseguenze di questo piccolo articolo vigente per alcuni decenni, e nessuna delle ricercheesterne” potrebbe intuire veramente ciò che questa politica significava per il popolo russo. La Chiesa ortodossa russa, come abbiamo visto sopra, era sempre cosciente del suo compito fondamentale che è annuncio della Parola di Dio agli esterni e agli interni e, privata con la forza di questo diritto, praticamente cessava di esistere: così affermano i grandi esponenti della teologia russa. La Chiesa che non fa missione  praticamente non esiste. Ma siccome questo fatto era una costrizione e non il frutto delle proprie riflessioni, la Chiesa non si è spenta pur rimanendo nelle catacombe, e la scintilla fu sostenuta dai cristiani fino al momento in cui essi hanno potuto ricominciare.

            Ecco alcune statistiche e alcuni fatti necessari per avere un quadro generale della situazione della Chiesa in Russia: solo nel 1941 furono pubblicati 67 libri antireligiosi in 3.505.000 esemplari, due riviste e un giornale in 5.880.000 esemplari. L’insegnamento scolastico doveva obbligatoriamente avere carattere antireligioso. Nel 1962 (cioè un anno dopo l’entrata della Chiesa russa nel Consiglio mondiale delle Chiese) per la “Chiesa vivente” erano aperte a Mosca 55 chiese al posto delle 657 prima del 1917 60. J. Meyendorff definiva nel 1962 la situazione della Chiesa così: “Nulla è tanto paradossale quanto la situazione attuale della Chiesa russa. Fedele alleata del governo sovietico negli affari internazionali, nell’interno viene trattata come un “vestigio di capitalismo”: con l’affermare dappertutto che il sistema comunista è “giusto” e che esso è l’eco dei principi cristiani circa le relazioni umane, essa pretende proclamare con la stampa che il materialismo è inconciliabile con i “pregiudizi religiosi61. Giudicando però questa situazione tragica, non possiamo semplicemente criticare in modo negativo l’azione della Chiesa: infatti, nel caso in cui essa avesse rifiutato del tutto questo compromesso, rischiava di sparire completamente dalla storia dell’URSS e in conseguenza di perdere ogni base esteriore per poter riprendere la vita interna dopo la caduta del regime ateista.

            Lo stato miserabile della Chiesa nello Stato russo non si può confrontare neanche con la situazione della Chiesa negli altri Stati comunisti. Per esempio, la Costituzione cecoslovacca garantiva esplicitamente la libertà di tutti gli “atti collegati a una confessione religiosa”, e la Costituzione polacca, la più liberale di tutte, ammetteva che la Chiesa compisse le ”funzioni religiose”. I fatti ci mostrano che la predicazione e la pubblicazione religiose erano permesse in misura molto più larga che nell’Unione sovietica62.

            Tre generazioni in Russia sono cresciute nella maggior parte dei casi nell’isolamento totale dal cristianesimo senza conoscerne neppure il nucleo e le forme elementari più comuni. Però in alcuni gruppi, soprattutto dell’intellighenzia russa, è stata conservata la tradizione di fede che si poteva allora alimentare della pietà popolare, in condizioni di assenza totale della predicazione e della letteratura cristiana. Proprio dalla letteratura sovietica e antireligiosa possiamo attingere la testimonianza sull’esistenza dei gruppi ecclesiali e sulla loro attività missionaria svolta nelle catacombe, anche se certamente una testimonianza deformata, di condanna.

             In questi anni di isolamento, nei circoli dell’intellighenzia sovietica sorgono alcune riflessioni nuove che cercano di spiegare la situazione, soprattutto interrogandosi sul significato degli eventi storici avvenuti nel paese, sul significato del nuovo regime alla luce della fede, sul ruolo della Chiesa nelle nuove condizioni. Non era un compito facile; sappiamo che uno dei frutti di queste riflessioni fu il “messianismo” di Simanov. Secondo lui, era necessario tornare ai valori culturali e nazionali reagendo al corso recente della storia occidentale: “C’è una sola nazione in grado di farlo, scrive Simanov, -- solo la Russia. Perché non esiste altro popolo al mondo che abbia mostrato, non come il sogno di un giorno ma come un fatto, tale serie improbabile di contraddizioni nella propria vita spirituale e sociale, arrivando sempre al limite, al punto estremo, come ha fatto il nostro popolo russo... Senza dubbio, (ciò) lo condurrà infine al sentiero della salvezza, e con lui moltissimi altri popoli63. Il suo pensiero ci rivela il dramma dei credenti russi che nelle visioni estreme cercavano di risolvere il problema della Chiesa nello stato comunista totalitario.

2.1.2. Il Metropolita Nikodim sulla missione della Chiesa ortodossa russa. Il Concilio di Mosca.

 

            Nonostante una quasi totale impossibilità per la Chiesa russa di esprimere il suo pensiero teologico, anche in questo periodo troviamo figure significative all’interno dell’ortodossia nella Russia sovietica, le opere delle quali ci rivelano anche la presenza di riflessioni missiologiche. Negli scritti del Metropolita Nikodim (B.G. Rotov) -- naturalmente non pubblicati nell’URSS -- troviamo pagine dedicate alla spiegazione della liturgia in cui si nota sempre un accento missionario. La Risurrezione del Crocifisso Salvatore del mondo, celebrata nell’Eucaristia, è sorgente di gioia per tutta la creazione di Dio, alla quale, in tutto il mondo, viene predicato il Vangelo64. Questa predicazione del Vangelo mediante la Liturgia avviene in modo onnicomprensivo perchè l’Eucaristia, non essendo ristretta da limiti di spazio e di tempo, abbraccia ciò che è terreno e ciò che è celeste, il passato, il presente e il futuro. Questa dimensione cattolica della Chiesa testimonia inoltre la sua vitalità, la sua capacità di affrontare le questioni che le si pongono innanzi. L’Eucaristia, celebrazione liturgica centrale, sempre pone la Chiesa  di fronte al mondo e ne fa vedere la missione nel mondo. L’apertura missionaria della Chiesa si manifesta particolarmente sia nella liturgia dei catecumeni, in cui la Chiesa mostra di dare grande importanza alle sue cure per quelli che ancora non sono suoi figli (attualmente alla liturgia dei catecumeni prendono parte non soltanto quelli che si preparano a ricevere il Battesimo ma anche tutti coloro che desiderano ascoltare la Parola di Dio e la sua spiegazione), sia nelle domande litaniche e nelle preghiere d’intercessione: “Queste ultime particolarmente testimoniano in modo chiaro che la Chiesa non considera di poca importanza rivolgere l’attenzione a quanto avviene nella vita esterna degli uomini e nei loro quotidiani avvenimenti65. Il compito missionario della Chiesa viene definito da Nikodim così: “La Chiesa non può esser chiusa su se stessa; al contrario, essa deve esser rivolta al mondo. Scopo fondamentale della Chiesa è la santificazione (la salvezza) degli uomini che si trovano nel suo recinto. Ma anche quelli che stanno fuori di “quel cortiledebbon esser oggetto delle sue cure (Gv 10,16). In questo piano si pone una duplice missione: la prima -- l’annuncio del Vangelo, la seconda -- il servizio al mondo. Ed in nessun caso si può contrapporre l’annuncio della salvezza, che innalza l’uomo dalla terra a Dio, alla vita trascendente, e il servizio che rivolge gli sforzi degli uomini all’edificazione sulla terra della pace e del bene, perchè questi compiti sono il duplice dovere della Chiesa e di tutti gli uomini, che in lei si trovano66. La coraggiosa affermazione del Metropolita si oppone alla concezione statica della Chiesa in Unione Sovietica che, condizionata dalle spinte ideologiche esterne, faceva questa mentalità sempre più sua... Negli scritti di Nikodim incontriamo il pensiero profondo sul compito missionario di ciascun cristiano, e la missione stessa viene concepita inseparabilmente dall’esistenza stessa della Chiesa. È significativo che negli anni in cui dal governo l’unica funzione della Chiesa russa viene identificata in quella di salvaguardare la “reputazione” dello Stato sovietico, attraverso il suo instancabile impegno per la pace e benessere sociale, Nikodim avvio alla riflessione che sottolinea il rapporto tra l’impegno temporale e l’annuncio missionario: “il secondo compito, cioè il servizio al mondo, dev’essere sottomesso al primo, all’annuncio del Vangelo, altrimenti potrebbe perdere il suo contenuto cristiano67.

            Secondo il Metropolita Nikodim, l’atteggiamento della Chiesa verso il mondo deve seguire la logica dell’Incarnazione di Cristo che, venendo in mezzo agli uomini, passò attraverso tutti gli aspetti della vita umana, al fine di santificare tutto68. È anche la logica dell’amore: esso fa uscire da se stessi, dal proprio mondo interiore, nel mondo esterno, nella sfera dell’azione, “perchè non si può amare soltanto con pensieri e parole69.

            Nell’anno 1964, durante un’intervista all’organo del partito comunista francese “L’Humanité”, il Metropolita Nikodim affermava: “noi ... ci sforziamo, per vocazione, di testimoniare Gesù Cristo davanti a tutto il mondo, affinchè ognuno venga toccato dalla parola di Dio e divenga suo discepolo70.

 

            La presenza di tali personalità all’interno della Chiesa ha fatto sì che anche in questi anni di “silenzio apostolico” siano avvenuti alcuni eventi significativi che hanno mantenuto la fiamma missionaria, che non si è spenta mai fino a risplendere di nuovo, con la piena forza, negli anni ‘90. Uno di questi eventi é il Concilio Locale della Chiesa Ortodossa Russa, svolto a Mosca dal 30 maggio al 2 giugno del 1971. Il Concilio ha richiamato la concessione dell’autocefalia alle Chese locali ortodosse in Polonia, in Cecoslovacchia e in America e dell’autonomia alla Chiesa in Giappone71. Il fatto dell’approvazione di questa concessione, avvenuta poco prima del Concilio, dimostra il riconoscimento da parte del Patriarcato di Mosca della maturità delle Chiese evangelizzate e per molto tempo gestite dalla Chiesa russa.

            Tra le parole che il Patriarca Pimen rivolge alla gerarchia e ai fedeli, ci sorprende l’appello all’”azione gloriosa dell’apostolato72. Nei suoi documenti finali il Concilio parla della “necessità di annunciare la Parola di Dio73.

                

2.1.3. Il contesto particolare della teologia della “diaspora”.

 

            Negli anni successivi alla Rivoluzione molti Russi, tra i quali un grande numero di rappresentanti dell’intellighenzia e del clero, lasciano la patria e si stabiliscono altrove, nelle varie parti d’Europa e del mondo. La maggior parte di professava l’Ortodossia. Non approfondiamo qui tutte le peripezie avvenute circa l’organizzazione ecclesiale della diaspora; è molto difficile spiegarle giuridicamente, dal momento che c’erano in gioco non soltanto cause canoniche ma in alcuni casi anche conflitti personali e ideologie
politiche; diciamo soltanto che anche in tal caso uno dei motivi della divisione fu la questione di sottoporsi o meno all’ordine del Metropolita Sergij di osservare la riverenza verso il governo sovietico (pubblicato il 1 luglio 1927). Ecco come viene  definito il ruolo del Patriarcato rispetto a quello della Chiesa dell’estero, da parte degli emigranti: “Il Patriarcato di Mosca era lo strumento del governo sovietico per disarmare e liquidare la parte liberale della Chiesa russa. (...) . Il Patriarcato odierno di Mosca non mantiene la successione canonica diretta e ha deviato dall’Ortodossia. (...) La dipendenza totale sia delle elezioni del Patriarca di Mosca come di tutta l’attività sua e del suo Sinodo dal governo ateo e avverso a qualsiasi religione, lo rende non canonico. Dobbiamo riconoscere che in Russia la Chiesa  e la gerarchia che non dipendessero dagli ateisti potrebbero esistere solo clandestinamente. Perciò, la rappresentanza unica della Chiesa russa nel mondo consiste ora nella Chiesa Ortodossa russa all’estero... Il riconoscimento di questo fatto importante ci carica di compiti particolari anche nelle questioni di principio della vita ecclesiale del mondo Ortodosso e circa la conservazione del patrimonio della Chiesa russa che si trova fuori dei suoi confini74.

 

            dove la Chiesa riesce a superare il suo isolamento nazionale, essa diventa facilmente missionaria. L’emigrazione degli ortodossi russiconferisce alla chiesa ortodossa un’indiscutibile universalità geografica75. I teologi russi dell’estero, provenienti dalla Chiesa ortodossa delle varie giurisdizioni, ci hanno lasciato numerose opere che non soltanto cercano di far conoscere la spiritualità ortodossa all’Occidente, ma anche ci rivelano lo sviluppo del pensiero dogmatico-ecclesiologico dell’ortodossia. È un periodo straordinariamente fruttuoso per le riflessioni sul rapporto tra la Chiesa e lo  Stato, sull’ecumenismo e sull’attività missionaria. Al Congresso di teologia ortodossa di Atene del 1936 tale periodo viene salutato come un ritorno alla teologia patristica, “che sarà imperniato sull’insegnamento dei padri e sul loro confronto ecumenico con il mondo moderno e i suoi problemi (...). Non si vuole imitare, ma cercare una teologia kerygmatica e una testimonianza di contemplazione76. È il tempo dello “sfogo” della teologia russa, di una fecondità che non era possibile prima: “L’ingerenza dello Stato, con il suo rigoroso controllo, mentre preserva il pensiero teologico da infiltrazioni moderniste tenendolo in uno stadio conservatore, ne soffoca al tempo stesso qualsiasi espressione di originalità e libertà. Tale situazione perdura fino alla rivoluzione del 1917, dopo la quale inizia l’emigrazione dei teologi russi, sparsi ovunque” 77.

             Le nuove condizioni in cui si trovavano a lavorare i teologi russi offrivano nuove possibilità, nuove prospettive. Soprattutto il contatto con il mondo occidentale ha portato il pensiero russo ad una maggiore apertura e ad una maggiore consapevolezza della propria peculiarità che cominciava a promuovere i contatti stessi. Il numero dei libri pubblicati nel periodo sovietico in Francia, Germania, Italia, Stati Uniti e altrove ci dimostra il grande interesse dell’Occidente per il pensiero russo, che ha arricchito la teologia universale. I centri della teologia russa, come il Seminario di San Vladimiro a New York o l’Istituto San Sergio di Parigi, ci hanno dato una pleiade di esponenti del pensiero ortodosso conosciuti in tutto il mondo. Per i motivi elencati sopra, alcune Chiese, come la Metropolia Americana o l’Arcivescovado dell’Europa dell’ovest, formalmente  non si denominano più “russe” (infatti quasi subito esse furono aperte ad accogliere i numerosi membri di origine occidentale, adottando in alcuni casi anche la loro liturgia, come è avvenuto in Francia dove esistono le comunità ortodosse di rito latino), però i loro grandi rappresentanti esprimono autenticamente ed esplicitamente la cultura e la spiritualità russa. Poiché i motivi delle divisioni tra le Chiese russe dell’estero erano solo storico-politici e in nessun caso spirituali e dogmatici, tra loro sempre esiste un legame spirituale.

            Lo sfondo del pensiero dell’Ortodossia russa della “diaspora” non aveva precedenti, ed essa  ne era cosciente: “Probabilmente, ognuno consentirà che il nostro compito teologico è soprattutto delineato dal fatto che, essendo teologi, noi operiamo dentro e per la comunità ortodossa che per la prima volta nella lunga storia della nostra Chiesa deve vivere nel mondo non ortodosso, occidentale nelle sue tradizioni religiose, secolare nella sua cultura e pluralista nella visione del mondo. Questa è per l’Ortodossia una situazione senza precedenti che sfida tutta la Chiesa e noi, i suoi teologi, con una moltitudine di problemi non conosciuti nelle comunità ortodosse del “vecchio mondo78. Il teologo ortodosso così non poteva più uscire dall’orizzonte universale delle ricerche teologiche e anche, come nota G. Florovskij, si trovava spesso dipendente dal sostegno occidentale che gli fornisce le nuove fonti79.

            L’Ortodossia russa in Occidente non rappresenta soltanto una tradizione, ma è investita di un compito verso la propria Chiesa sia verso la Chiesa universale. I teologi ortodossi che lavorano nelle nuove condizioni vedono sempre più la necessità di una testimonianza cristiana nel mondo. Per questo la parte nota del loro pensiero riguarda specificamente la missione, tema congiunto strettamente con quello del ruolo della Chiesa nel mondo. Il patrimonio teologico della diaspora è un vero tesoro che ci apre, per la prima volta nella storia, la possibilità di conoscere la riflessione dogmatica ortodossa sulla missione sorta in un contesto universale.

 

 

            Non è possibile esporre qui il pensiero di tutti i rappresentanti della teologia della diaspora ortodossa russa. Abbiamo scelto alcuni di quelli che hanno trattato della missione in modo più esplicito.

 




58 V. SOLOVEV, Op. cit., p. 108.



59 S. BULGAKOV, La Sposa..., p. 479.



60 Cf. J. MEYENDORFF, La Chiesa ortodossa ieri e oggi, Morcelliana, Brescia 1962, pp.125-133.



61 Cf. Ibidem, pp.139-140.



62 Cf. Ibidem, pp.140-141 e p.156 nota 8.



63 J. MEYENDORFF, La Chiesa ortodossa..., p. 162.



64 Cf. Ibidem, pp. 143-144.



65 G. SIMANOV, Protiv tecenija, cit. da J. ELLIS, La Chiesa ortodossa russa, EDB, Bologna 1989, p.581.



66 Cf. Metropolita NIKODIM, Croce e Risurrezione ed altri scritti teologici, Morcelliana, Brescia 1977, p. 33.



67 Ibidem, p. 48.



68 Ibidem, p. 47.



69 Ibidem, p. 48.



70 Cf. Ibidem, p. 58.



71 Ibidem, p. 60.



72 La situazione religiosa in U.R.S.S., in ORIENTE CRISTIANO 2 (1964) 74.



73 Cf. Obrascenije Pomestnogo Sobora Russkoj Pravoslavnoj Cerkvi k christianam vsego mira (Messaggio del Concilio Locale della Chiesa Ortodossa Russa ai cristiani di tutto il mondo), in ZMP 6 (1971) 10-12.



74 Poslanije Patriarcha Moskovskogo i Vseja Rusi Pimena (Messaggio del Patriarca di Mosca e di Tutta la Russia Pimen), in ZMP 6 (1971) 14.



75 V. OVSJANNIKOV, Vydajuscejesja sobytije v zizni Russkoj Pravoslavnoj Cerkvi (L’illustre evento nella vita della Chiesa Ortodossa Russa), in ZMP 8 (1971) 42, col. 2.



76 G. GRABBE, Kanoniceskoje polozenije Russkoj Pravoslavnoj Cerkvi Zagranicej, in PRAVOSLAVNYJ PUT’ (1974) 49-50.



77 E. VILANOVA, Storia della teologia cristiana, III, Borla, Roma 1995, p. 568.



78 Ibidem, p. 578.



79 Ib., p. 567.






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