|
2.2. Alexander Schmemann.
Una delle voci più
significative dell’ortodossia in America è Alexander Schmemann
(1921-1983). Egli si trasferisce dopo gli studi presso l’Istituto San Sergio di
Parigi. Possiamo giustamente considerarlo il più grande teologo russo
contemporaneo della missione: nei suoi saggi teologici Schmemann ci offre una
dottrina completa, dottrina che è stata vissuta già prima dalla
Chiesa ortodossa russa, anche senza essere mai espressa così
sistematicamente. Come abbiamo già accennato sopra, la teologia
missionaria non è per lui una specializzazione per pochi chiamati ma lo
studio di questo aspetto della vita ecclesiale entra organicamente nella
teologia fondamentale. Il modo di vivere la missione da una Chiesa dipende dal
modo di concepire se stessa. Perciò, se vogliamo rispondere alla domanda
sulla teologia missionaria della Chiesa ortodossa, dobbiamo necessariamente
andare alla sua ecclesiologia: “Non vi è alcun dubbio che è
all’ecclesiologia ortodossa, cioè alla dottrina e all’esperienza di chiesa, che dobbiamo rivolgerci per
ottenere necessarie delucidazioni. Non è tuttavia compito facile
formulare una risposta alla domanda appena posta. Bisogna ricordare che la
chiesa ortodossa non si è mai trovata ad affrontare una crisi dottrinale
paragonabile a quelle segnate dalla riforma o dalla controriforma. Per questa
ragione non si è sentita costretta in passato a riflettere su se stessa,
sulle strutture tradizionali della propria vita e della propria dottrina. Non possedeva un’elaborazione teologica
della dottrina sulla chiesa, poiché mai tale dottrina era stata messa in
discussione. Fu nell’incontro ecumenico con l’occidente ... che per la
prima volta gli ortodossi si trovarono non solo a dover formulare le
loro convinzioni ecclesiologiche ma anche a spiegarle, vale a dire a
esprimerle con una terminologia teologica consistente” 80.
a) la base ecclesiologica
della concezione missionaria
La dottrina ecclesiologica che sta
alla base dell’approccio alla missione dell’Ortodossia è centrata nella
percezione fondamentale del “cielo sulla terra”. La Chiesa, secondo
questa concezione, rappresenta una triplice realtà: 1 -- è una
realtà creata da Dio e donata da
Dio (quindi, è più che una risposta umana a Dio), è la
presenza della vita nuova di Cristo che è il Risorto, è
una manifestazione del nuovo “eone” dello Spirito; 2 -- è una
realtà escatologica di cui la funzione della Chiesa è rendere
presente l’èschaton, le realtà ultime di salvezza e di
redenzione, e rappresenta non una mediazione ma una pienezza escatologica;
3 -- è il mezzo della grazia, il sacramento81 del Regno. La
struttura della Chiesa -- gerarchica, liturgica, sacramentale, -- non ha altra
funzione se non quella di rendere la Chiesa capace di raggiungere il proprio
compimento come corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo e di rendere
presente la vera natura della Chiesa che è la grazia. Nelle strutture
ecclesiali quindi si rivela la Chiesa
come pienezza82.
Nell’ecclesiologia ortodossa non c’è separazione tra Chiesa visibile e
invisibile: la Chiesa terrestre è l’attualizzazione, l’espressione, il
segno sacramentale del Regno e quindi esprime ciò che è la sua
essenza, cioè “la pienezza di vita, la pienezza di gioia, la pienezza di
conoscenza ... l’esultare della vita Divina -- tutto ciò per cui Dio ha
creato l’uomo e il mondo, ciò da cui l’uomo si è staccato con il
peccato” 83.
Il sacramento onnicomprensivo
della Chiesa é l’Eucaristia: in essa
la Chiesa diviene ciò che è, raggiunge il proprio
compimento. Nell’Eucaristia la Chiesa rende presente l’èschaton,
il cielo sulla terra; è ammessa al banchetto di salvezza, fa il dono del
regno futuro.”Perciò tutta la vita della chiesa è radicata
nell’eucaristia, è fruizione di questa pienezza eucaristica nel tempo di
questo mondo la cui “figura passa...” (cf. 1 Cor 7, 31)”,-- conclude Schmemann84. Quindi una Chiesa che mette al centro della sua vita l’Eucaristia
già realizza con la sua sola esistenza la missionarietà.
b) la natura escatologica
della missione
Ma la Chiesa è anche risposta
umana al dono divino che ha due aspetti. Per primo, è centrata su Dio
--”è la santificazione, la crescita nella santità, sia del
singolo cristiano che dell’intera comunità... È la lenta
trasformazione del vecchio Adamo che è in noi nell’uomo nuovo, la
restaurazione della bellezza primordiale, che è andata smarrita a causa
del peccato, l’illuminazione grazie alla luce increata del Tabor. È
anche la lenta vittoria sulle forze demoniache del kósmos, la
“gioia e la pace” che hic et nunc ci fanno partecipare al Regno e alla
vita eterna” 85. In base a questa visione si comprende facilmente il
ruolo missionario che la Chiesa ortodossa ha sempre conferito al movimento
monastico, soprattutto nella sua forma sedentaria. I monaci, ricercatori della
santità e della perfezione, erano coloro che nelle loro persone singole
e nelle comunità portavano a
compimento la pienezza del corpo, la realtà salvifica del Regno.
Questa risposta umana va centrata
anche sull’uomo o sul mondo. Il compito della Chiesa nel mondo
è “camminare come Lui ha camminato” (1 Gv 2,6), cioè essere segno
di salvezza e di redenzione. La natura escatologica della Chiesa non si
potrebbe conciliare con la negazione del mondo. Essa implica l’affermazione e
l’accettazione del cosmo come oggetto dell’amore divino. La Chiesa è una
realtà che non è di questo mondo, eppure “non è altro che
il segno e la realtà dell’amore di Dio per questo mondo, la condizione
stessa della missione della chiesa verso il mondo. La chiesa non è dunque una comunità “autoreferenziale”,
ma in primo luogo è realtà missionaria, il cui obiettivo
è la salvezza del mondo, e non dal mondo. Nell’esperienza e nella fede
ortodosse è la chiesa-sacramento che rende possibile la chiesa-missione”
86. Questa è l’unica vocazione della Chiesa che comprende la
chiamata all’apostolato. La Chiesa è sempre
mandata al mondo, rimanendo sempre
chiesa-missione che non è altro che “il servizio all’Opera di Cristo
nel mondo” 87.
c) l’Eucaristia come atto di
missione
L’unica essenza della Chiesa
è, come abbiamo già detto, la manifestazione dell’èschaton.
Lo scopo della sua missione non può essere quello di aggiungere a
sé qualcosa o qualcuno, perché la sua pienezza è la
pienezza di Cristo stesso. L’unico scopo rimane quello di comunicare questa
pienezza, proclamare il giorno di salvezza rivelato in essa. Queste due
realtà -- la Chiesa come pienezza e la Chiesa come missione -- si incontrano
proprio nell’Eucaristia. Durante la Liturgia avviene il duplice movimento. Il
movimento ascensionale, che trova compimento nella consacrazione delle specie,
segno che Dio accetta la nostra Eucaristia, è già un atto di missione.
L’Eucaristia viene offerta “a nome di tutti e per tutti”, è
l’adempimento da parte della chiesa dell’ufficio sacerdotale per la
riconciliazione dell’intera creazione con Dio. La missione della Chiesa fa
parte del Mistero che essa deve rivelare dopo averlo contemplato: “Tutto si
compie grazie a una totale separazione fra Chiesa e mondo (“Le porte, le
porte!”, proclama il diacono quando ha inizio la preghiera eucaristica), a un
elevarsi in cielo della chiesa” 88 -- e così, proprio nel
momento di questa contemplazione, quando lo stato di pienezza viene raggiunto
nel banchetto del Signore, quando “abbiamo visto la vera luce e preso parte
allo Spirito celeste” (parole proclamate dal coro dopo la Comunione), inizia il
movimento del ritorno nel mondo. Il termine della Liturgia è una
fine (parusia) ed è pure un inizio, punto di partenza (missione). La
comunità cristiana, trasformata dalla “vera luce”, diventa testimone di
questa luce nel mondo. L’Eucaristia fa diventare la Chiesa ciò che essa
è -- la missione: “Voi siete testimoni di queste cose” (Lc 24,48).
La missione è la
testimonianza della gioia che viene dall’esperienza liturgica,
esperienza della Buona Novella della Risurrezione. All’inizio del Vangelo di
Luca abbiamo l’annuncio della gioia: “ecco, vi annunzio una grande gioia” (Lc
2,10); lo stesso Vangelo finisce con l’esperienza della gioia: “Ed essi, dopo
averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24, 52). Questa
è l’essenza della missione: “Noi pure dobbiamo riacquistare questa
grande gioia, prima ancora di discutere sui programmi e sulle strategie della
missione” 89
.
Abbiamo visto che A. Schmemann
considera l’Eucaristia in due prospettive: a) l’Eucaristia come un atto di
missione e b) l’Eucaristia come una spinta alla missione. La
missione viene concepita come andare nel mondo dopo aver contemplato la
salvezza e raggiunto la Risurrezione, e questa contemplazione stessa è
un’azione salvifica per il mondo, che viene assunto nella pienezza raggiunta
dalla Chiesa nella sua elevazione al banchetto celeste.
d) la vita nuova del cosmo
come fine della missione
È interessante notare che l’uomo
e il mondo come soggetti della missione non sono concepiti
separatamente. La Chiesa che non è una “società dei convertiti”
ma la vita nuova, essendo
sacramento di Cristo, redime tutta la vita umana nella sua globalità.
Questa globalità è proprio il mondo in cui l’uomo vive. Mediante
l’uomo la Chiesa salva e redime il mondo. Questa redenzione non avviene
mediante qualche azione esterna ma misteriosamente, ogni volta quando l’uomo
risponde alla grazia e vive in essa. Ma il mondo presente non può
trasformarsi nel Regno: l’abisso tra il vecchio e il nuovo non può
essere colmato nell’ ”eone” presente90.
Questa dimensione cosmica della
missione viene collegata da Schmemann con l’identificarsi dell’ortodossia con
popoli e nazioni: lo Stato e la società sono oggetti reali della
missione e non il suo semplice ambiente. L’ortodossia divenne espressione
globale di tutta l’esistenza delle nazioni e delle culture, anzi spesso si
è quasi identificata con esse, e questo determinò in modo
particolare la sua missione.
Lo scopo dell’esistenza e quindi
della missione della Chiesa è manifestare l’unità del mondo e dell’umanità della quale la Chiesa
è il pegno, il germoglio: “... dovunque essa sia, quantunque essa sia
dispersa, la Chiesa è chiamata dappertutto a manifestare agli uomini
quella unità che ha
manifestato nel mondo il Cristo. Perché il mondo, l’umanità,
vivono secondo la legge della separazione e dell’opposto. (...). Ed ecco, a
questa separazione Cristo contrappone l’unione. Unione soprattutto con Dio,
l’unione dall’alto. (...). Questa
unità è appunto il Regno di Dio, e proprio questa nuova
unità, unità in Cristo, la Chiesa è chiamata a
manifestarla, servirla e attualizzarla sempre e ovunque” 91.
L’oggetto speciale delle riflessioni
teologiche di A. Schmemann era il compito della teologia nel mondo
contemporaneo. Secondo lui, “ ogni teologia perfetta deve essere sempre pastorale,
missionaria e profetica, e quando essa perde queste dimensioni, diventa
puramente un gioco intellettuale ignorato dalla Chiesa reale” 92. Ogni riflessione dogmatica sull’essenza
della Chiesa non può condizionare l’ortodossia lasciandola nel passato.
Schmemann riconosce che la teologia deve rispettare i segni del tempo e porta
l’esempio dei Padri (spesso ritenuti dalla teologia occidentale le uniche fonti
che in un certo senso “bloccano” lo sviluppo della teologia ortodossa) proprio
per dimostrare come i Padri cercavano di riflettere sempre i problemi del tempo
in cui vivevano, rendendo così il loro pensiero attuale e pastorale. A.
Schmemann è stato colui che, attenendosi fedelmente alla tradizione
ecclesiologica ortodossa, l’ha rivestita di un linguaggio arricchito dallo
sfondo occidentale in cui viveva, presentandola così come un’autentica
teologia missionaria attuale per la Chiesa universale.
|