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2.3. Pavel Evdokimov.
Un altro tra i maggiori maestri
della teologia e della spiritualità ortodossa, P. Evdokimov
(1901-1970) è originario di
Pietroburgo. Esiliato, si stabilisce in Francia dove frequenta l’Istituto San
Sergio. Questo teologo laico svolse un’intensa attività ecumenica e fu
anche insegnante all’Istituto di Bossey.
Evdokimov è stato fortemente
segnato dalla lettura di Dostojevskij, in particolare dei “Fratelli Karamazov”.
Aljosa fu mandato dallo starez nel cuore del mondo per trasformarlo. Evdokimov
invita a una santità fatta di kenosi e di creatività, capace di
diffondere la vita, di trasformare il mondo.
Il pensiero di Evdokimov esposto
cronologicamente prima di quello di Schmemann93, ci interessa nella
parte in cui tratta della Chiesa nel mondo e dell’escatologia.
a) la missione teocratica
della Chiesa
Secondo Evdokimov, la missione della
Chiesa nel mondo è innanzitutto teocratica.
Questa missione costituisce la natura stessa della Chiesa. Essa è sale
della vita e svela al mondo il significato nascosto di tutte le cose,
portandolo a incontrare il piano di Dio. L’unica fine dell’esistenza di ogni
popolo e società è il compiersi nel Regno di Dio, e ciò
avviene non attraverso il processo con cui la società diventa Chiesa. La
società, la cultura, lo Stato sono invitati a compiersi in una
reciprocità organica con la Chiesa.
Di qua deriva il modo essenziale della missione della Chiesa: è
la sua esistenza medesima. Abbiamo già visto come lo stesso concetto
risuona nel pensiero di Schmemann; tutta la spiritualità ortodossa
infatti è impregnata di questa visione del ruolo della Chiesa, della sua
natura missionaria realizzata soprattutto nella sua esistenza, nella sua
presenza salvifica nel mondo. Questa missione si realizza in qualsiasi
circostanza storico-sociale. La Chiesa infatti “può trovarsi al cuore
dell’esistenza ma può anche essere emarginata alla periferia della vita
nazionale; però, non può mai rinunciare alla propria missione
teocratica senza con ciò stesso tradire la propria natura” 94.
La Chiesa rivela le cose ultime e così scopre il significato della
storia presente, annunciando la Parola: “Chi mi respinge e non accetta le mie
parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziato è quella che lo
giudicherà nell’ultimo giorno” (Giov 14,48). Questa parola rimane nel
mondo come giudizio immediato; la Chiesa la proclama senza sosta con la sua
esistenza medesima” 95.
In questa missione un ruolo
importante svolgono i laici.
Evdokimov, facendo riferimento alle grandi figure laicali nella Chiesa come
Nicola Cabasilas (XIV secolo), sviluppa il concetto del sacerdozio dei laici
secondo la tradizione Orientale: “Come non esiste la separazione alcuna in
Chiesa docente e discente, ma è la Chiesa totale che ammaestra la
Chiesa, così pure è in tutto il suo insegnamento che l’evangelo
si rivolge a tutti e a ciascuno... Il laicato costituisce dunque esattamente lo
stato del monachesimo interiorizzato.
La sua sapienza consiste essenzialmente nell’assumere, pur vivendo nel mondo e
forse soprattutto a causa di questa vocazione, il massimalismo escatologico dei
monaci, la loro attesa gioiosa e impaziente della Parusia” 96. Il laico
è chiamato ad una incessante testimonianza evangelizzatrice ed esprime
nella sua persona il mistero della Chiesa nella sua relazione al mondo.
L’esperienza monastico-mistica, infatti, non deve essere fine a se stessa ma
deve essere testimoniata al mondo97. Anzi, il ruolo del laico è
più che di un testimone; è simile a quello del Precursore -- come
Giovanni Battista che “non è ... un testimone del regno, ma è
già il luogo in cui il mondo è vinto e in cui il regno è
presente. Non è soltanto una voce che l’annunzia, è la sua voce”
98, così pure il laico è colui che con tutta la sua vita,
con ciò che è già presente in lui, annuncia Colui che
viene.
Lo Stato, la società, la
cultura sono chiamati a comporre una reciprocità con la Chiesa, con un
unico fine: il Regno di Dio. Tutto deve essere compiuto e trasformato da Dio la
cui natura si imita nella Chiesa.
La presenza della Chiesa nel mondo è la stessa di Cristo,
il Re della storia; è una presenza
kenotica, “inavvertibile per gli storici, più che visibile e
assolutamente evidente per la fede” 99. L’azione della Chiesa nel mondo
è invisibile. Attraverso la sua presenza avviene la proclamazione
incessante del Vangelo nel mondo intero che rende continuamente i frutti della
santità.
“È proprio il mondo chiuso di
quaggiù, questa cattività apparentemente irrimediabile, che la
fermezza sicura della fede è chiamata a penetrare per manifestare
l’invisibile, risuscitare i morti e smuovere le montagne, per gettare il fuoco
della speranza per la salvezza degli altri ed agganciare la vanità di
questo mondo sulla “Chiesa piena della Trinità” 100; questo
è lo scopo della missione teocratica. Ma qual è il motivo di
questa missione? Come, in quale caso l’esistenza della Chiesa ha un ruolo
così trasformante e in quale suo aspetto questo ruolo si esprime meglio?
b) la Chiesa e la cultura
Per riflettere su questi problemi,
il teologo volge la sua attenzione alla storia e alla cultura. È una
riflessione molto concreta sul rapporto tra la Chiesa e queste realtà,
che costituisce l’aspetto fondamentale della missione.
Il tempo in cui vive oggi la Chiesa,
è “il tempo predetto dei falsi profeti, dei falsi verbi, dei valori
falsificati, delle istituzioni rovesciate e pervertite” 101. È
possibile parlare in questa situazione di un rapporto consistente con la
cultura o si tratta solo di un “esorcismo” di essa? Evdokimov è del
parere che proprio l’esistenza di questo rapporto vitale è in grado di
trasformare tutto. Invece, abbiamo purtroppo esempi di quando la Chiesa,
attuando la sua missione teocratica, si serve della cultura solamente per scopi
apologetici oppure per attirare le anime. In questo caso la cultura si sente
soltanto tollerata, estranea, utilizzata solo secondo le necessità, e
questo fa sì che essa divenga completamente autonoma, secolarizzata,
perfino atea. Da una parte quindi si trova la Chiesa, dall’altra la
società da evangelizzare. Queste due realtà si considerano sempre
distintamente, e il possibile rapporto tra di esse è pensato piuttosto come un metodo e non invece
considerato qualcosa di ontologico.
Per risolvere il problema di questo
“dualismo” che impedisce la trasformazione del mondo da parte del Vangelo,
è necessario cambiare la visione del mondo, comprendere che “Dio ha
voluto così, il Regno di Dio è accessibile solo attraverso il
caos di questo mondo; non è un trapiantamento estraneo, ma la
rivelazione della nascosta profondità noumenale di questo mondo stesso”
102. La cultura, nella sua essenza, non è altro che una ricerca
dentro la storia di ciò che non è nella storia. Ogni cultura,
quando è vera, ritrova le sue origini liturgiche; quando la cultura arriva
a ciò che cerca, allora ogni sua forma viene superata dalla presenza
-- presenza eucaristica o la luce del Tabor. La cultura è l’icona del Regno: “Come la venuta di
Cristo storico chiama la venuta del Cristo di gloria, come l’eucarestia
è l’annunzio della fine e, al tempo stesso, fa già risplendere
per partecipazione in questo annunzio ciò che non passa, così la
cultura al suo culmine rinunzia a se stessa e passa attraverso il mistero del
chicco di grano, prende la figura di san Giovanni Battista, annunziatore e
precursore, il suo astro si inabissa nella luce sfolgorante del Mezzodì.
La cultura diviene segno, freccia rivolta verso ciò che viene. Con la
Sposa e lo Spirito, essa dice: “Vieni, Signore” 103.
Questa nuova visione della cultura
determina l’atteggiamento della Chiesa verso le religioni non cristiane. Esse
non producono la grazia ma preparano all’incontro con essa. Cristo è il
centro in cui convergono l’interiorizzazione della vita spirituale nelle
religioni extrabibliche e l’affermazione fondamentale del Dio trascendente e
personale delle religioni bibliche (Giudaismo, Islam). L’universalismo del
cristianesimo significa allora che esso include tutte le tradizioni senza
mutilarle, elevando la loro vera essenza fino alla loro propria verità.
c) la missione come realtà
storica ed escatologica
P. Evdokimov nota due modi di
definire il ruolo della Chiesa: “la concezione statica e storica, la Chiesa
“seduta a tavola “ che gode di tutte le gioie del banchetto mistico, ma perde
allora il suo carattere di fermento e la presa sul destino del mondo; oppure la
Chiesa, tentata dalla concupiscenza del potere secolare, penetra nel mondo, ma
non possiede più il “fuoco che sala” 104. Ognuna di queste
concezioni è unilaterale, estremista. Non è possibile immaginare
la Chiesa che vive l’escatologia senza storia (ciò che l’autore chiama
“tentazione orientale”) o la storia senza escatologia (“tentazione
occidentale”), e soltanto la congiunzione di questi due modi di vivere rende
possibile la missione dell’apostolato. L’escatologia non toglie nulla alla
realtà della storia, al contrario, solo grazie ad essa è
possibile porre il problema storico, e il problema escatologico dell’uomo
è posto dalla storia stessa105. Il Signore è venuto nel mondo per annunciare il Giorno del Signore. La Chiesa
annuncia la salvezza, la pienezza di tutto vivendo nel “doppio regime: quello
storico dell’incarnazione e quello escatologico della parusia” 106.
Questo modo di vita della Chiesa le fa superare la propria immanenza e
racchiudere in sé il mondo, realizzando la vocazione sacerdotale del
mondo stesso107. Evdokimov pensava che l’espressione “la Chiesa nel
mondo” non è sufficiente a descriverne la missione. La Chiesa è
un mistero cosmico, mistero della Risurrezione che comprende in sé il
mondo e la storia, e non bisogna parlare di “Chiesa nel mondo” -- questo
esprime infatti solo l’apparenza, -- ma del “mondo nella Chiesa”, il che
rispecchia l’essenza del suo mistero e della sua missione
escatologica108. La Chiesa “assume” nel suo seno il mondo, tutto il
creato, per compiere nella storia la missione di Cristo -- di portare tutto al
compimento. Il cristianesimo è già l’escatologia stessa
inaugurata in azione, la Parusia avvicinata al mondo109. Questo si
manifesta in modo eccellente nella liturgia: “Alla sua luce, l’uomo vede il
mondo intero come una icone dove ogni cosa trova la propria destinazione
“liturgica”, quella di essere un luogo umile, ma anche folgorante della
Teofania. È una visione eucaristica in cui l’uomo benedice ogni cosa e
la offre, con rendimento di grazie, al Creatore” 110. Essendo luogo di
Teofania, l’assemblea liturgica è il luogo della missione. Proprio per
questo il kerigma, cioè la proclamazione della salvezza ad opera di
Cristo, viene predicato durante l’Eucaristia, mentre l’insegnamento dottrinale,
catechetico vengono in un secondo tempo.
Il pensiero di Pavel Evdokimov,
ricco di intuizioni che diverranno patrimonio della teologia universale delle
religioni e dell’inculturazione, tende a superare, spesso in modo esplicito,
ogni barriera tradizionale pur cercando di rimanere nella linea tracciata dai Padri, i maestri più autorevoli della tradizione teologica e
spirituale ortodossa.
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