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2.4. Ivan Meyendorff.
Nato a Parigi nel 1926 da
un’antichissima famiglia russa, il Padre I. Meyendorff ha ricevuto una
educazione basata sul patrimonio russo ortodosso ma allo stesso tempo
sull’apertura verso altri modi di pensare, in particolare quello occidentale.
Ha lavorato sia all’Istituto San Sergio sia al Seminario di San Vladimiro. Per
un periodo fu Vicepresidente e poi Presidente della Commissione di Fede e
Costituzione nel Consiglio Ecumenico delle Chiese.
Per lui, il rappresentante
più significativo della spiritualità ortodossa fu San Gregorio
Palamas (XIV secolo). Gli studi su questo autore hanno portato I. Meyendorff a
mettere in luce il fatto che i monaci orientali, contrariamente alle opinioni
sul loro disinteresse al mondo e isolamento da esso, essendo sostenitori della
dottrina spirituale della trasfigurazione, nello stesso tempo hanno dimostrato
una sorprendevole sensibilità per le questioni sociali dei loro
contemporanei. Nelle sue riflessioni Meyendorff ha messo in rilievo “quel
legame, finora quasi ignorato, tra il misticismo bizantino più spinto e
l’impegno temporale più realistico ... il nesso teologico tra i due
atteggiamenti apparentemente contraddittori, nesso fondato sulla cristologia
ereditata dalla grande teologia greca dei secoli anteriori” 111.
Ovviamente, in queste riflessioni possiamo trovare materiale che tratta sulla
missione, sempre in questa luce.
Il problema della missione va
considerato nel contesto di tutto il cristianesimo bizantino. Esso, come nota
Meyendorff, è centrato sull’esperienza.
Il cristiano bizantino sa che la sua fede non è l’accettazione
obbediente di proposte intellettuali emanate da un’autorità competente,
bensì l’evidenza alla quale egli
ha accesso attraverso la vita liturgica e sacramentale, attraverso la preghiera
e la contemplazione. Questa evidenza è la gioia pasquale che deve essere testimoniata al mondo. È
una questione problematica: infatti, in Occidente la Chiesa orientale spesso
appare estranea al mondo, lontana dalla testimonianza verbale o di azione.
In Oriente si ritiene che la fede
cristiana conduca alla trasformazione, alla deificazione
di tutto l’uomo, che avviene non nel mondo futuro ma già adesso, proprio
attraverso l’esperienza. L’esperienza della salvezza avviene nella
comunità della Risurrezione con la forza dello Spirito Santo: “Questa
deificazione viene realizzata quando noi diventiamo membri del Corpo di Cristo,
ma anche e specialmente nell’unzione dello Spirito quando tocca ciascuno di
noi” 112. Nel Battesimo e nell’Eucaristia il Verbo Incarnato ci
comunica la vita divina e trasforma tutto il nostro essere dal di
dentro113. L’esperienza che porta alla deificazione “non significa in
nessun caso la rinuncia dal mondo: essa suppone un certo distacco che aiuta al
cristiano a capire meglio il mondo, per sottometterlo alla legge di Cristo”
114.
Meyendorff confronta in questo contesto la concezione della Chiesa
cattolica in Occidente con la concezione della Chiesa in Oriente: “la
principale caratteristica del cristianesimo orientale, nelle sue applicazioni
etiche e sociali, è di considerare l’uomo come già redento e
glorificato in Cristo; al contrario la cristianità occidentale ha
tradizionalmente considerato lo stato presente dell’umanità in modo a un
tempo più realistico e più pessimistico: benché redento e
“giustificato” agli occhi di Dio dal sacrificio della croce, l’uomo rimane un
peccatore. La funzione primaria della chiesa quindi è di fornirgli
criteri di pensiero e una disciplina di comportamento che gli consentano di superare
la sua condizione di peccatore e lo guidino a compiere il bene. Su questa base
la chiesa è considerata anzitutto come un’istituzione posta nel mondo, a servizio del mondo, e che
usa liberamente i mezzi disponibili nel
mondo e adatti per un’umanità peccatrice, particolarmente i concetti di
legge, autorità e potere amministrativo ... in Oriente essa fu anzitutto considerata un organismo
sacramentale (o “mistico”), cui erano affidate le “cose divine” e che disponeva
solo di poche strutture istituzionali” 115. Proprio a motivo di questa
visione, la Chiesa orientale di fatto non si è mai occupata della storia
come tale, non è intervenuta in modo notevole nella costruzione della
società (non si tratta, ovviamente, delle ingerenze di carattere politico).
Lo scopo, il metodo con cui la
Chiesa doveva compiere la sua missione, non era compreso in modo uguale in
Oriente e in Occidente. Questo si spiega in buona parte con l’approccio delle
due parti alla giustizia divina. Mentre i latini la comprendevano in modo
legalistico (la giustizia divina esige una riparazione di ogni atto
peccaminoso), i greci interpretavano il peccato piuttosto in termini di
malattia spirituale che doveva essere curata dalla pazienza e dall’amore
divini. Evidentemente, questa visione ha influenzato la teologia missionaria
russa in modo che essa esclude la concezione di “salvezza delle anime” dei non
cristiani che altrimenti sarebbero andati all’inferno. Anche l’uso
dell’espressione “missione contra gentes” (cf. cap. I) non è
connesso con questa concezione. Ma in tutte le testimonianze missionarie, sia
lontane nel tempo sia recenti, troviamo sempre l’unica interpretazione: la
missione è un opera di amore.
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