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| Olga Sakun Missione nel pensiero dell’Ortodossia russa del XX secolo IntraText CT - Lettura del testo |
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2.5. Nicholas Lossky.
È una delle voci più profetiche e ascoltate fra gli esponenti dell’ortodossia impegnati in campo ecumenico. N. Lossky ( laico, nato nel 1929), figlio del grande teologo russo Vladimir Lossky, insegna all’università di Parigi X-Nanterre e all’Istituto San Sergio. In un suo articolo recente (1994) dedicato in modo speciale all’urgenza dell’annuncio evangelico, alla testimonianza e al problema del proselitismo (una riflessione di tipo più pastorale, rispetto agli argomenti analizzati sopra), Lossky distingue due tipi di destinatari dell’annuncio: “Vi sono almeno due tipi di sete; c’è la sete per così dire “diretta” che consiste nel cercare più o meno coscientemente un senso da attribuire alla vita e alla morte. L’altra è meno evidente; è la sete inconscia di quanti, assai numerosi nelle regioni che ci riguardano più da vicino, in ognuna delle nostre chiese, sono convinti (o vorrebbero convincersi) di possedere tutto ciò di cui hanno bisogno: sono quelli per i quali l’evangelo (e i commenti fatti su di esso dagli “uomini del passato”) si confonde con un’ideologia, preferibilmente “nazionale”, di fatto “nazionalista” 116. Questa definizione riflette le condizioni in cui si trova il teologo -- il mondo secolarizzato dove si trovano tutte le specie di povertà spirituale, e soprattutto la malattia di “sicurezza di sé” -- una malattia difficilmente scopribile perché è nascosta dietro la soddisfazione personale dei portatori del secondo tipo di “sete”. Alla concezione del Vangelo come ideologia Lossky contrappone l’affermazione che il Vangelo non è una ideologia nè un testo. Se il missionario non tiene presente questo, il suo annuncio diventerà lettera morta. Prima di tutto, è l’annunciatore stesso colui che deve accogliere il Vangelo come dono; il che significa raggiungere la pienezza della propria crescita verso la statura di Cristo. Questa esperienza personale è il primo presupposto dell’annuncio. L’annuncio evangelico è mosso unicamente dall’amore e dal rispetto per le persone a cui si vuole rivolgerlo. Il grande Santo russo Serafino di Sarov (1795-1833) salutava tutti quanti con le parole: “Mia gioia! Cristo è risorto!” Queste parole significano non soltanto l’esperienza personale di Serafino, che egli voleva trasmetter al prossimo, ma innanzitutto l’espressione di amore e tenerezza per colui al quale si annuncia che Cristo ha vinto la morte: “Mi sembra che molti non comprendono affatto che “mia gioia” non è il fatto che Cristo sia risorto; “mia gioia” è la persona a cui si rivolge Serafino (l’espressione in russo esprime tenerezza, ed è in realtà intraducibile in altre lingue). Certo, è perché Cristo è risorto che ogni persona che Serafino incontra gli è così cara da vederla nel Cristo risorto” 117. Trattando del proselitismo, considerato di solito nel modo più negativo possibile, Lossky giustifica coloro che lo praticano dal punto di vista delle buone intenzioni. Infatti, ogni cristiano, a qualunque gruppo confessionale appartenga, ha un unico desiderio, perfettamente legittimo: è quello di dare il meglio di ciò che possiede. Da questo lato, il proselitismo corrisponde al presupposto principale della missione che è l’amore universale. Il metodo dell’annuncio deve partire dall’ascolto del destinatario: ascoltando, il missionario apprende qualcosa di essenziale, cioè l’essere vivente che si giungerà a chiamare “mia gioia”. La mancanza dell’ascolto è esattamente quel proselitismo che definiamo in senso peggiorativo. Questo proselitismo forza le coscienze non rispettando l’essere creato ad immagine di Dio. L’annunciatore deve ricordare che il Signore offre il dono della salvezza rispettando completamente la libertà. La missione viene concepita dal teologo essenzialmente come testimonianza. È una testimonianza esercitata in vari modi, secondo la vocazione e l’indole specifica di ciascuno. In questo senso, ogni cristiano è missionario: da coloro che danno la vita per gli altri (come Massimiliano Kolbe) a coloro che sono chiamati “folli in Cristo” 118. Questa ultima modalità è caratteristica della terra russa. Il “folle” nasconde la propria testimonianza e nello stesso tempo la offre agli altri come autentico profeta.
Una questione importante che Lossky risolve è la questione dell’unità dei cristiani al servizio dell’annuncio. La koinonia rende la testimonianza credibile. Lossky parla del ruolo speciale che può e deve svolgere l’Ortodossia in questo processo. “Non possiamo avere una tale tracotanza da pretendere di poter essere noi a ricreare quest’unità, questa koinonia, -- scrive il teologo. -- Ma Dio si aspetta da noi che ogni nostro sforzo venga diretto a tal fine. E siamo soprattutto noi ortodossi a essere interpellati direttamente, perché parliamo così spesso di “sinergia”. Certo, questo tentativo di ristabilire l’unità fra cristiani comporta che da parte nostra si diriga ogni sforzo intellettuale e spirituale verso la comune confessione della fede apostolica, vale a dire è necessario che approfondiamo la nostra vita nella verità, che è il Cristo stesso. Ma questo approfondimento comporta obbligatoriamente un’espressione concreta del nostro amore verso gli uomini che appartengono alla nostra epoca e verso il creato che è stato posto nelle nostre mani” 119. L’annuncio rivolto al mondo non può passare oltre i problemi del mondo. L’impegno sociale fa parte della professione della fede trinitaria: è radicato profondamente in Cristo, animato dallo Spirito, realizzato a gloria di Dio Padre. Se non è così, rischia di diventare un lavoro aconfessionale. La testimonianza cristiana ha carattere soprannaturale, e per questo non è necessario parlare per annunciare Cristo: “Si potrebbe dire che un tentativo serio di “accogliere” il dono ... è in sé forse il migliore annuncio dell’evangelo, e dunque una testimonianza” 120.
Il pensiero di Lossky si trova nella linea dei suoi predecessori e rispecchia la concezione della Chiesa che proclama la salvezza con la sua testimonianza di santità, con la sua presenza sacramentale. Possiamo considerare le sue riflessioni di carattere pastorale e spirituale come una conseguenza intrinseca del percorso dogmatico che abbiamo fatto in questo capitolo.
Dopo un’analisi della situazione dell’ortodossia russa dentro e fuori la patria durante il regime ateista, passiamo ai primi anni della proclamazione della libertà nel Paese. Ovviamente, è un periodo di crisi profonda; in questa parte esaminiamo i motivi di questa crisi e i tentativi del suo superamento.
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116 I. Meyendorff, Zizn’ i trudy svjatitela Grigorija Palamy (La vita e le opere di San Gregorio Palamas), Bizantinorossica, Sankt-Peterburg 1997, p. 234. 117 IDEM, La teologia bizantina, Marietti, Casale Monferrato 1984, p. 260; cf. anche IDEM, The Orthodox Church, pp. 198-199. 118 N. LOSSKY, L’urgenza dell’annuncio evangelico, in SCHMEMANN, Alexander et alii, La missione pienezza della Chiesa, Ed. Quqajon, Magnano 1995, pp. 23-24. 119 Ibidem, p.27. 120 In russo jurodivyj, non del tutto traducibile. Lo jurodivyj si presentava come una persona strana, al punto da essere rifiutata dalla società. Si comportava in modo tale da provocare derisioni e abbiezioni, fingendo pazzia e handicapp mentale, desiderando di essere umiliato al massimo. Intanto possedeva spesso il dono della profezia e taumaturgia, passava le notti in preghiera nel completo nascondimento, si mortificava con digiuni ecc. Spesso era scoperto come un vero jurodivyj solo dopo la morte. |
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