III.
1. Ma il sunnominato Nostro
Predecessore Papa Leone XII di felice memoria, considerando anzitutto la grande
misericordia di Dio che soccorre i peccatori con molta pazienza, né vuole che
essi periscano, aderendo al sistema penitenziale di questa apostolica Sede
Romana che è solita usare più la mitezza che non il rigore nel richiamare
perfino i figli ostinati, preferì sperimentare più a lungo se fosse possibile,
con una nuova dimostrazione di longanimità e di pazienza, ricondurlo alla buona
messe. Pertanto, con una lettera spedita nel dicembre 1826, volle deporre nelle
sue mani una nuova testimonianza della propria smisurata, paterna carità, e
allo stesso parroco espose seriamente e direttamente l’enormità del peccato in
cui si era involto e lo esortò severamente a far penitenza e a porre riparo
allo scandalo, fissandogli il perentorio termine di cinquanta giorni, a partire
da quello in cui gli era stata consegnata la lettera. Trascorso tale termine
senza che dallo stesso fosse stata fornita alcuna soddisfazione alla Chiesa, e
fosse stata compiuta alcuna penitenza per un delitto così grave, e fosse
rimasto immutato il suo comportamento, il Pontefice minacciò che avrebbe emesso
contro di lui sentenza di scomunica, lo avrebbe dichiarato escluso dalla
comunione con la Chiesa e lo avrebbe considerato pervicace scismatico, e perciò
da evitare.
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