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Gregorius PP. XVI
Quo graviora

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XV.

Né sono meno lontani dalla vera dottrina quando parlano in modo molto imprudente della virtù e della pratica delle indulgenze. In realtà, o propongono senza dubbi, o insinuano tra molte ambiguità che le indulgenze non possono in alcun modo essere attribuite alle pene temporali che restano da espiare a causa del peccato sia in questa vita sia nell’altra, e che fino al secolo XI non erano altro se non la remissione delle pene canoniche da assolvere presso la Chiesa, e che per la prima volta in occasione delle guerre sante furono assoggettate al potere delle Chiavi quelle pene che da Dio sono irrogate al peccatore. Da qui è resa evidente la grave depravazione della disciplina ecclesiastica che riposa sul tesoro dei meriti di Cristo e delle opere dei Santi: dottrina che, sconosciuta nei secoli antichi, è stata inventata dal Romano Pontefice Clemente V. Infine, per omettere il resto, le indulgenze sono da ammettere al presente nella Chiesa al solo fine di richiamare alla mente le antiche pene canoniche e di indurre i peccatori alla penitenza. Cos’è questo se non richiamare le proposizioni 17 e 19 di Lutero, la 6 di Pietro da Osma, la 60 di Baio, e infine la 40, 41, 42 condannate dalla citata Costituzione Auctorem fidei, e in modo sfacciato restaurare i loro antichi errori?




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