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Gregorius PP. XVI
In supremo

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II.

In verità, fin da quando cominciò a diffondersi la luce del Vangelo, si cominciò a sentire alleviata di molto presso i cristiani la condizione di quei miseri che erano caduti in durissima schiavitù, specialmente in conseguenza delle numerosissime guerre. Gli Apostoli, ispirati dallo Spirito divino, insegnavano agli schiavi ad obbedire ai padroni carnali come a Cristo, ed a compiere volentieri la volontà di Dio, ma imponevano poi ai padroni di agire umanamente verso gli schiavi per dar loro quello che era giusto ed equo, e di non compiere minacce, sapendo che essi avevano nei cieli un Padrone in comune con loro, e che presso Dio non c’è discriminazione di persone (Ef 6,5ss; Col 3,22ss; Col 4,1). Poiché si predicava universalmente una sincera carità verso tutti come legge evangelica, e poiché Cristo Signore aveva dichiarato che riteneva fatto a sé, oppure negato a sé, quello che fosse stato fatto o negato ai più piccoli e agli indigenti (Mt 25,35), ne conseguì facilmente che i cristiani non solo consideravano come fratelli i loro schiavi, specialmente quelli cristiani, ma molti erano anche orientati a concedere la libertà a coloro che la meritavano: il che era consuetudine farsi specialmente in occasione delle solennità pasquali, come ricorda Gregorio Nisseno.




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