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1. Benedetto "nato di
nobile stirpe dalla provincia di Norcia",4 "fu ripieno nel
suo spirito di tutte le virtù",5 e sostenne in modo straordinario
il mondo cristiano con il suo coraggio, con la sua prudenza e sapienza;
infatti, mentre il mondo era invecchiato nei vizi, mentre l'Italia e l'Europa
sembravano divenute un miserevolissimo teatro di
popoli guerreggianti, e perfino le istituzioni monastiche, macchiate della
polvere di questo mondo; erano meno forti di quanto sarebbe stato necessario
per resistere e respingere le allettative della
corruzione, Benedetto dimostrò con la sua eccellente attività e santità la
perenne giovinezza della chiesa, rinnovò la severità dei costumi con la sua
dottrina e col suo esempio, e cinse di leggi più sicure e più sante il
raccoglimento della vita religiosa. Ma non basta: egli
infatti di per sé e con i suoi seguaci ridusse quelle barbare genti dai
loro costumi feroci ad abitudini civili e cristiane e, piegandole alla virtù,
al lavoro e alle tranquille occupazioni delle arti e delle scienze, li strinse
con vincoli di fraterno amore e carità.
2. Sul fiore degli anni viene
inviato a Roma per lo studio delle scienze;6 ma si avvede con sommo
dispiacere che ivi serpeggiano eresie ed errori di ogni genere che ingannano e
guastano le menti di molti: vede i costumi privati e pubblici rovinare nel
fango, vede moltissimi specialmente tra i giovani, tutti eleganti e agghindati,
voltolarsi miseramente nel lezzo dei piaceri; sicché a ragione si poteva
affermare della società romana: "Sta morendo e ride. E per questo in quasi
tutte le parti del mondo le lacrime tengono dietro
alle nostre risate".7 Egli tuttavia, prevenuto dalla grazia di
Dio, "non lasciò andare il suo cuore a nessun piacere... ma vedendo molti
correre per la rovinosa via dei vizi, ritrasse indietro il suo piede, che già
quasi aveva messo sulla soglia del mondo... Messi quindi da parte gli studi
letterari, abbandonata la casa e i beni paterni, desiderando di piacere
unicamente a Dio, cercò un genere santo di vita".8
3. Diede quindi con tutto lo
slancio l'addio alle agiatezze della vita e non solo alle lusinghe di un mondo
corrotto, ma anche all'attrattiva della fortuna e delle cariche onorifiche a
cui poteva aspirare; e, abbandonata Roma, si ritirò in regioni boscose e
solitarie, dove gli fosse possibile attendere alla contemplazione delle cose
celesti.. Giunse pertanto a Subiaco, dove,
chiudendosi in una piccola grotta, cominciò a menar una vita più celeste che
umana.
4. Nascosto in Dio con Cristo (cf. Col 3,3), si sforzò ivi per tre anni di raggiungere
quella perfezione evangelica e santità, alla quale si sentiva chiamato da una
quasi divina attrattiva. Fu sua regola costante fuggire tutte le cose terrene,
tendere con slancio unicamente a quelle celesti;
conversare giorno e notte con Dio e innalzare a lui preghiere ferventissime per la salvezza sua e dei suoi prossimi;
contenere e regolare il suo corpo con volontarie asprezze; frenare e rintuzzare
i movimenti disordinati dei sensi. Da questo genere di vita e di condotta, egli
assaporava nel suo animo tale dolcezza da avere in somma nausea e quasi perfino
dimenticare quelle delizie che negli anni passati aveva
gustate dalle ricchezze e comodità terrene. E poiché un giorno il nemico del
genere umano lo eccitava con violenti stimoli della passione, egli, di spirito
nobile e risoluto, resistette con tutta l'energia della sua volontà; e,
buttandosi in mezzo a rovi spinosi e a ortiche
pungenti, calmò e spense con queste asprezze abbracciate spontaneamente il
fuoco interiore e così, uscito vincitore di se stesso, venne quasi, in premio,
confermato nella grazia divina. "Da quel tempo poi, come egli stesso soleva raccontare ai suoi discepoli, fu così
domata in lui la tentazione impura, da non provare in sé più nulla di tali
cose... Libero così dal male della tentazione, a buon diritto ormai divenne
maestro di virtù".9
5. Il nostro santo adunque, nascosto nella grotta di Subiaco,
durante questi anni di vita tranquilla e solitaria si andò santamente formando,
fortificando e gettò quelle solide basi di cristiana perfezione, sulle quali
avrebbe in seguito potuto innalzare una costruzione di straordinaria altezza.
Come infatti ben sapete, venerabili fratelli, tutte le
opere di intensa operosità e di santo apostolato riescono vane e infruttuose,
se non provengono da un'anima arricchita di quelle doti cristiane, mediante le
quali unicamente le umane intraprese possono, con l'aiuto della divina grazia,
dirigersi per un retto sentiero alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime.
Di questa verità Benedetto aveva una intima e profonda
convinzione; perciò, prima di tentare l'attuazione e il compimento di quei
disegni e propositi grandiosi a cui era chiamato dall'afflato dello Spirito
Santo, si sforzò quanto più poteva, e impetrò da Dio con continue preghiere, di
riprodurre in modo eccellente in sé quel tipo di santità, modellato sulla
dottrina evangelica in tutta la sua integrità, che egli desiderava insegnare
agli altri.
6. Siccome poi la fama della sua
straordinaria santità si spargeva tutto intorno e di giorno in giorno andava
sempre più crescendo, non solo i monaci che dimoravano nelle vicinanze
manifestarono il desiderio di affidarsi alla sua direzione, ma anche una grande
folla di cittadini cominciò ad accorrere a lui, desiderosa di udire la sua voce
soave, di ammirare la sua eccezionale virtù e di vedere quei prodigi che egli
per dono di Dio non di rado operava. Anzi quella luce splendente che
s'irradiava dalla oscura grotta di Subiaco
si diffuse così largamente che raggiunse perfino lontane regioni. Perciò
"fin d'allora cominciarono ad accorrere a lui nobili e religiosi della
città di Roma e a darglisi come figli da nutrire per
Dio".10
7. Comprese allora quel
santissimo uomo che era venuto il tempo fissato dalla divina Provvidenza per
fondare una famiglia religiosa e condurla con ogni sforzo alla perfezione
evangelica. Nei primi inizi la sua opera diede magnifiche speranze. Molti infatti "furono da lui in quel medesimo luogo radunati
al servizio dell'onnipotente Dio...: così da potervi costruire con l'aiuto del
sommo nostro Signore Gesù Cristo dodici monasteri, a
ciascuno dei quali sotto determinati superiori assegnò dodici monaci tenendone
con sé alcuni pochi che giudicò meglio venissero formati alla sua
presenza".11
8. Tuttavia mentre, come
dicevamo, l'iniziativa procedeva felicemente e già cominciava a produrre
abbondanti frutti di salute e più ancora ne prometteva per l'avvenire, il
nostro santo vide con immensa tristezza del suo cuore innalzarsi sulle messi
che andavano crescendo una nera tempesta, eccitata dalla sinistra invidia e
alimentata da brame di terrene ambizioni. Ma poiché Benedetto era guidato dalla
prudenza non umana, bensì divina, affinché quell'odio
che era sorto specialmente contro di lui non venisse a ricadere miseramente in
danno dei suoi figli, "cedette all'invidia e pose ordine in tutti gli
oratori da lui fondati, sostituendo i primi superiori e aggiungendo nuovi
confratelli; poi, presi con sé pochi monaci, mutò la sede della sua
abitazione".12 Fidente in Dio e appoggiato al suo validissimo
aiuto, si spostò verso il mezzogiorno, e si fissò nella località "che si chiama Cassino, posto sul fianco di alta montagna..., dove
era stato un antichissimo tempio, nel quale da uno stolto popolo di contadini
era venerato Apollo con i riti degli antichi pagani. Tutt'intorno
erano cresciuti boschetti sacri al culto del demonio, nei
quali, ancora ai tempi di Benedetto, folle d'insensati idolatri si affaticavano
in sacrileghi sacrifici. Appena arrivatovi, il servo di Dio, spezzò l'idolo,
rovesciò l'altare, incendiò i boschetti sacri e sullo stesso tempio di Apollo innalzò la cappella di san Martino e dove sorgeva
l'ara del medesimo Apollo costruì l'oratorio di san Giovanni; infine con la
continua predicazione conduceva alla vera fede le popolazioni che dimoravano
attorno".13
9. Cassino, come tutti sanno, fu
la principale sede del santo patriarca e la principale palestra delle sue virtù
e santità. Dalla sommità di quel monte, mentre quasi tutt'intorno le tenebre dell'ignoranza e dei vizi si diffondevano
nel tentativo di avvolgere e di rovinare ogni cosa, risplendette una luce
nuova, la quale non solo alimentata dalla dottrina e civiltà degli antichi
popoli, ma anche fomentata dalla dottrina cristiana, illuminò popoli e nazioni
erranti fuori strada e li richiamò e guidò sulla via della verità e della
rettitudine. A buon diritto si può dunque affermare che il sacro monastero ivi
costruito divenne il rifugio e la difesa di tutte le più elette scienze e
virtù, e in quei burrascosi secoli fu "quasi sostegno della chiesa e propugnacolo della fede".14
10. In questo luogo Benedetto
portò il regolamento della vita monastica a quel grado di perfezione cui già da
molto tempo egli aveva mirato con le preghiere, con la meditazione e con
l'esercizio della virtù. Questo veramente sembra sia stato lo speciale e
principale compito affidatogli dalla divina Provvidenza: non tanto, cioè, di portare in occidente dall'oriente le regole della
vita monastica, quanto di adattarle e proporzionarle genialmente alle
inclinazioni, alle necessità, alle condizioni delle popolazioni dell'Italia e
di tutta l'Europa. Ecco quindi per mezzo suo alla serenità della dottrina
ascetica, che tanto rifioriva nei cenobi dell'oriente, accoppiarsi una instancabile attività, con cui diventa possibile, "comunicare
agli altri le cose contemplate"15 e non solo produrre messi
abbondanti di spighe da terreni incolti, ma anche maturare con apostolico
sudore frutti spirituali. Le asprezze proprie della vita solitaria, non adatte
per tutti, e per non pochi anche nocive, vengono
addolcite e temperate dalla fraterna coabitazione della dimora benedettina,
dove, alternando preghiera, lavoro, studi sacri e profani, la vita beatamente
tranquilla non conosce ozio né pigrizia; dove il lavoro esterno, nonché stancare
l'anima e la mente, dissiparla o assorbirla in cose vane, piuttosto la
rasserena, la fortifica, la solleva al cielo. Non vi è imposto un eccessivo
rigore nella disciplina, non l'asprezza delle penitenze ma prima di tutto
l'amore di Dio e una carità fraterna e operosa verso tutti. "Egli mitigò
la sua Regola in modo tale che i coraggiosi desideravano fare di più e i deboli
non rifuggivano dalla sua severità... Si studiava piuttosto di guidare i suoi
con l'amore, più che governarli col timore".16 Avendo quindi un
giorno osservato un monaco che, per togliersi la possibilità di peccare e di
ritornare alla vita mondana, si era chiuso in una spelonca legandosi
strettamente, lo rimproverò dolcemente con queste parole: "Se sei servo di
Dio non ti trattenga una catena di ferro, ma la catena di Cristo".17
11. In questo modo, a quelle
regole particolari della vita eremitica e a quelle speciali imposizioni, che
prima per lo più non erano ben fissate e determinate, ma spesso dipendevano dal
cenno dello stesso superiore del cenobio, successe la Regola monastica
benedettina, celebre monumento di sapienza romana e cristiana, nella quale i
diritti, i doveri e le occupazioni dei monaci sono temperati con benignità e
carità evangelica, la quale fu ed è sempre così efficace per stimolare molti
alla virtù e per farli crescere in santità. Nella Regola benedettina infatti una somma prudenza si unisce alla semplicità,
l'umiltà cristiana si associa alla virtù piena di coraggio; la dolcezza mitiga
la severità, un'equilibrata libertà nobilita la necessaria obbedienza. In essa la riprensione non manca di energia: la condiscendenza
e la benignità è gradita per la sua soavità: i comandi conservano tutta la loro
forza, ma l'obbedienza dà tranquillità al cuore, dà pace all'anima: il silenzio
con la sua gravità è piacevole; ma la conversazione si orna di dolce finezza;
infine viene esercitato il potere dell'autorità, ma la debolezza non è priva di
aiuto.18
12. Non c'è quindi da
meravigliarsi se tutte le migliori intelligenze oggi ricolmano di lodi quella
"Regola monastica che san Benedetto scrisse, eminente per discrezione e
chiarissima per espressione":19 e che Ci piace qui commemorare brevemente
in questo scritto, mettendo nella loro luce i suoi tratti essenziali, fiduciosi
che ciò riuscirà gradito e utile non solamente alla numerosa famiglia del santo
patriarca, ma anche a tutto il clero e al popolo cristiano.
13. La comunità monastica è
costituita e regolata in modo tale da rassomigliarsi a una famiglia cristiana,
sulla quale l'abate, o cenobiarca; come padre di
famiglia, governa e dalla cui paterna autorità tutti devono dipendere.
"Abbiamo visto - così dice san Benedetto - che conviene per la
conservazione della pace e della carità che il governo del monastero dipenda
dalla volontà del suo abate".20 Perciò a lui tutti e singoli per
obbligo di coscienza devono religiosamente obbedire,21
e riguardare e riverire nel medesimo la stessa divina autorità. Tuttavia colui che per incarico ricevuto prese a dirigere le anime
dei monaci e a stimolarle verso la perfezione evangelica della vita, pensi e
mediti con ogni diligenza che egli dovrà un giorno rendere conto delle medesime
al Giudice supremo;22 perciò in questo importantissimo obbligo si
comporti in modo tale da meritarsi un giusto premio, "quando si farà la
resa dei conti nel tremendo giudizio di Dio".23 Inoltre tutte le volte
che nel suo monastero dovranno decidersi affari di maggior importanza, raduni
tutti i monaci e senta i loro pareri esposti liberamente e li prenda in serio
esame prima di venire a quelle decisioni che sembreranno migliori.24
14. Ma fin dal principio sorse
una grave difficoltà e una scabrosa questione, quando si trattò
dell'accettazione o del rimando dei candidati alla vita monastica. Confluivano infatti, per essere accettati nelle sacre mura, cittadini
di ogni stirpe, nazione e ordine sociale: romani e barbari, liberi e schiavi,
vinti e vincitori, e non pochi della nobiltà patrizia e dell'infima plebe.
Benedetto sciolse e decise la delicata questione con animo generoso e fraterna
carità: "Sia lo schiavo sia il libero - diceva - siamo in Cristo una cosa
sola e sotto il medesimo Signore esercitiamo un eguale servizio militare...
Quindi sia eguale... per tutti la carità; un medesimo
ordine esteriore secondo i meriti si dimostri verso tutti".25 A
coloro che hanno abbracciato il suo istituto, comanda che "tutti i beni
siano in comune per tutti",26 non per forza o per una certa
costrizione, ma con spontanea e generosa volontà. Tutti inoltre siano
trattenuti nella stabilità della vita religiosa tra le mura del monastero, in
modo tale però da dover non solamente attendere alla divina salmodia e allo
studio,27 ma anche alla coltivazione dei
campi,28 ai mestieri manuali(29 e infine ai sacri lavori
dell'apostolato. Infatti "l'ozio è il nemico dell'anima; e perciò in tempi
determinati i fratelli devono essere occupati in lavori
manuali..."30 Tuttavia questa sia la prima legge per tutti, a
questo si deve tendere con ogni cura e diligenza, che cioè
"nulla sia anteposto alla lode divina".31 Benché infatti
"noi sappiamo che Dio è presente in ogni luogo.... tuttavia dobbiamo
soprattutto credere questa verità senza il minimo dubbio quando stiamo
compiendo il nostro lavoro della lode divina... Riflettiamo quindi in qual modo
convenga stare al cospetto della Divinità e degli angeli, e rimaniamo a
salmodiare in modo tale che la nostra mente accompagni la nostra
voce".32
15. In queste più importanti
norme e sentenze, che Ci è parso bene in certo modo degustare dalla Regola
benedettina, non solo Ci è dato di facilmente scorgere e apprezzare la prudenza
della medesima regola monastica, la sua opportunità e quella mirabile corrispondenza
e consonanza con la natura umana, ma anche la sua importanza e la sua somma
elevatezza. Mentre in quel secolo barbaro e turbolento, la coltivazione dei
campi, le arti meccaniche e nobili, gli studi delle scienze sacre e profane non
godevano alcuna stima, ma erano da tutti deplorevolmente
trascurati, nei monasteri benedettini andò crescendo una schiera quasi
innumerevole di agricoltori, di artigiani e di uomini
dotti che si sforzò secondo le sue possibilità non solo di conservare incolumi
i prodotti della antica sapienza, ma richiamò anche alla pace, all'unione, a
un'operosa attività popoli vecchi e giovani, spesso tra di sé belligeranti; e
li ricondusse felicemente dalla barbarie, che stava rinascendo, dalle
devastazioni e dalle rapine a costumi di umana e cristiana mitezza, alla
tolleranza della fatica, alla luce della verità e al rinnovamento della civiltà
tra le nazioni, civiltà ispirata alla sapienza e all'amore.
16. Ma ciò non è tutto:
nell'Istituzione della vita benedettina è ordinato in primo luogo che ognuno,
mentre con le mani o con la mente lavora, miri e tenda soprattutto a sollevarsi
continuamente verso Cristo e ad infiammarsi del suo perfettissimo
amore. Non possono infatti i beni di questo mondo, anche
tutti insieme, saziare l'anima dell'uomo, che Dio ha creato per il suo
conseguimento; ma essi hanno piuttosto dal loro Creatore la missione di
muoverci e portarci, come gradini di una scala, al raggiungimento del medesimo
Dio. Per questo è anzitutto indispensabile che "nulla venga
preposto all'amore di Cristo";33 "che nulla si tenga più caro
che Cristo"34 "che nulla assolutamente sia anteposto a
Cristo, che ci conduce alla vita eterna".35
17. A questa ardente carità verso
il divin Redentore deve rispondere l'amore verso i
prossimi, che dobbiamo abbracciare tutti come fratelli e con ogni mezzo
aiutare. Mentre gli odi e le rivalità sollevano e spingono gli uomini gli uni
contro gli altri; mentre rapine, stragi, infinite disgrazie e miserie profluiscono da quel torbido sconvolgimento di popoli e di eventi, Benedetto raccomanda ai suoi seguaci queste
santissime leggi: "Si dimostri ogni cura e sollecitudine specialmente
nell'ospitalità dei poveri e dei pellegrini, perché in essi maggiormente Cristo
viene accolto".36 "Tutti gli ospiti che arrivano siano
accolti come Cristo, poiché egli un giorno dirà: Sono stato ospite e mi avete
ricevuto".37 "Prima di tutto e sopra tutto si deve avere cura
dei malati, affinché così si serva ad essi, come si servirebbe allo stesso
Cristo, poiché egli ha detto: sono stato infermo e mi avete
visitato".38 Così animato e sospinto da questa ardentissima
carità verso Dio e il prossimo, condusse a termine e perfezionò la sua impresa;
e quando già, pieno di gioia e di meriti, pregustava le aure celesti
dell'eterna felicità, "il sesto giorno... prima del suo transito, si fece
aprire la tomba. E assalito tosto dalla febbre, cominciò ad essere consumato da
una ardente fiamma; aggravandosi di giorno in giorno
questo languore, al sesto giorno si fece portare dai suoi discepoli nella
chiesa, dove provvedutosi per il suo supremo viaggio col ricevere il corpo e il
sangue del Signore, e sostenendo le affrante membra sulle braccia dei suoi
figli, alzate le mani verso il cielo, stette immobile e mormorando ancora voci
di preghiera emise l'ultimo respiro".39
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