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1. Stimiamo pertanto utili che
questi pensieri, accennati appena alla sfuggita, siano durante queste
commemorazioni secolari, meditati attentamente, e che tornino a brillare nella
loro chiarissima luce davanti agli occhi del mondo, affinché tutti più
facilmente imparino da essi non solo ad esaltare e lodare questi fasti gloriosi
della chiesa, ma anche perché con volontà pronta e generosa si diano a seguire
gli esempi e gli ammaestramenti di santità che da essi promanano.
2. Non solamente le antiche età
ebbero opportunità di ricevere infiniti vantaggi da questo grande patriarca e
dal suo ordine, ma anche il nostro tempo deve imparare da lui molte e
importanti lezioni. E primi di tutti - del che
tuttavia non abbiamo il minimo dubbio - imparino i membri della sua
numerosissima famiglia a seguirne le orme con impegno ogni giorno più intenso e
a mettere in pratica nella propria vita la sua dottrina e gli esempi in virtù e
in santità. Così sicuramente avverrà che, non solo corrispondano con animo generoso
e con fertile operosità a quella voce celeste che, guidati da suprema
vocazione, hanno seguìto
quando abbracciarono la vita monastica e non solo si assicurino la serena pace
della loro coscienza e soprattutto la loro eterna salvezza, ma seguirà pure che
potranno impiegare con frutto abbondante le loro fatiche per il vantaggio
generale del popolo cristiano e per la propagazione della gloria divina.
3. Inoltre anche tutte le classi
della società, se mireranno con sollecita e diligente attenzione alla vita di
san Benedetto, ai suoi insegnamenti e ai suoi illustri esempi, si sentiranno
certamente mosse dal suo spirito e dal suo impulso soavissimo e potentissimo; e
riconosceranno facilmente che anche la nostra epoca, agitata e ansiosa per
tante sì gravi rovine materiali e morali, per tanti pericoli e disastri, può da
lui attendersi i necessari rimedi. Innanzi tutto, però, ricordino
e considerino attentamente che le auguste basi della nostra religione e le
norme di vita da essa dettate sono i più saldi e stabili fondamenti dell'umana
società: se queste vengono sovvertite o indebolite, ne seguirà quasi
necessariamente che tutto ciò che è ordine, pace, tranquillità di popoli e di
nazioni vada gradatamente in rovina. Questa verità che la storia dell'ordine
benedettino, come vedemmo, dimostra con tanta eloquenza, l'aveva compresa già
nell'antichità pagana un sommo ingegno, quando preferiva questo giudizio:
"Voi, pontefici ... con maggiore accortezza ... difendete la città con la
religione, che non lo sia con le stesse mura".41 E altrove il
medesimo autore: "Tolta via (questa santità e religione), ne consegue
disordine nella vita ed enorme confusione; e dubito fortemente che, dopo
soppresso il rispetto verso gli dèi, non venga pure a
scomparire la fedeltà e la convivenza dell'umana società e la più eccelsa di
tutte le virtù, la giustizia".42
4. Quindi il primo e principale
dovere sia questo: rispettare il sommo Dio; osservare in pubblico e in privato
le sue sante leggi: se queste saranno calpestate, non vi sarà più nessun potere
al mondo che possegga tali freni con cui sufficientemente trattenere e
moderare, secondo il diritto, le travolgenti bramosie dei popoli. La religione infatti è l'unica che abbia in sé le basi sicure della
rettitudine e dell'onestà.
5. Il nostro santo patriarca ci
fornisce lezioni e stimoli anche in un'altra virtù di cui i nostri tempi
sentono tanta necessità: che Dio, cioè, non solo deve essere onorato e adorato,
ma anche con ardente carità amato come Padre. E poiché questa
carità oggi si è miseramente intiepidita e illanguidita, ne consegue che
moltissimi uomini cercano piuttosto i beni della terra che quelli del cielo; e
questo con brama così violenta, che non di rado genera tumulti, semina rivalità
e odi ferocissimi. Orbene, poiché Dio eterno è l'autore della nostra
vita e da lui ci sono elargiti infiniti benefici, è
stretto dovere per tutti l'amarlo con ardente carità e soprattutto dirigere e
indirizzare a lui noi stessi e le nostre opere. Da questo divino amore deve
nascere la fraterna carità verso i prossimi, i quali, di qualsiasi stirpe,
nazione o classe siano, dobbiamo stimare tutti come
fratelli in Gesù Cristo: cosicché di tutti i popoli e
di tutte le classi della società si formi una sola famiglia cristiana, non
divisa da un'esagerata ricerca della privata utilità, ma congiunta insieme
amichevolmente dal vicendevole scambio di aiuti. Se questi insegnamenti, con i
quali un tempo Benedetto illuminò, ristorò, rianimò e ridusse a migliori
costumi la decadente e turbolenta società di quelle epoche, oggi pure fossero
universalmente applicati e fiorissero, allora anche il nostro secolo potrebbe
riparare le sue rovine materiali e morali, e portare le sue profonde piaghe a una pronta e perfetta guarigione.
6. Oltre a questo ancora,
venerabili fratelli, il legislatore dell'ordine benedettino ci insegna una
verità che oggi molto volentieri si proclama altamente, ma troppo spesso non si
pratica rettamente, come sarebbe conveniente e doveroso: che cioè il lavoro
umano non è qualche cosa di ignobile, di odioso e molesto, ma che deve essere
amato, come cosa dignitosa e gradita. Infatti la vita
di lavoro, vissuta sia nel coltivare i campi, sia negli impieghi delle
officine, sia anche nelle occupazioni intellettuali, non avvilisce gli animi,
ma li nobilita; non li rende schiavi, ma giustamente li rende padroni e
plasmatori di quelle sostanze che ci circondano e che faticosamente si
maneggiano. Gesù stesso nella sua gioventù, quando
ancora stava nascosto tra le mura domestiche, non disdegnò di esercitare il
mestiere di falegname nell'officina del suo padre putativo e volle col suo
sudore divino consacrare il lavoro umano. Quindi non solo coloro
che attendono agli studi delle lettere e delle scienze, ma anche coloro
che stanno sudando nei mestieri manuali per potersi guadagnare il loro pane
quotidiano, riflettano che esercitano una cosa nobilissima,
con cui sono in grado di provvedere al benessere di tutta la società civile.
Questo lavoro tuttavia lo esercitino, come ci insegna
il santo patriarca Benedetto, con la mente e con il cuore elevati verso il
cielo; lo compiano non per forza, ma per amore; e infine anche quando difendono
i loro legittimi diritti, lo facciano con maniere giuste e pacifiche, non con
l'invidia alla fortuna altrui, non in modo scomposto e turbolento. Ricordino
quella divina sentenza: "Mangerai il pane nel sudore della tua fronte"
(Gn 3,19); questo comando dev'essere
osservato da tutti gli uomini in spirito di obbedienza
e di espiazione.
7. Ma soprattutto non si
dimentichino di questo: che noi dobbiamo, con uno sforzo sempre più intenso,
dalle cose terrene e caduche, siano esse elaborate o scoperte con l'acume
dell'ingegno, siano esse plasmate con arte faticosa, sollevarci a quei beni
celesti e immortali; conquistati i quali potremo allora solamente godere vera
pace, sereno riposo ed eterna felicità.
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