12. L’Enciclica Rerum novarum espone sulla proprietà e sul sostentamento
dell’uomo principi, i quali col tempo nulla hanno perduto del nativo loro
vigore e, oggi dopo cinquant’anni, conservano ancora
e profondono vivificante la loro intima fecondità. Sopra il loro punto fondamentale,
Noi stessi abbiamo richiamata l’attenzione comune
nella Nostra enciclica Sertum laetitiae,
diretta ai Vescovi degli Stati Uniti dell’America del Nord: punto fondamentale,
che consiste, come dicemmo, nell’affermazione della inderogabile esigenza
"che i beni, da Dio creati per tutti gli uomini, equamente affluiscano a
tutti, secondo i principi della giustizia e della carità".
13. Ogni uomo, quale vivente
dotato di ragione, ha infatti dalla natura il diritto fondamentale di usare dei
beni materiali della terra, pur essendo lasciato alla volontà umana e alle
forme giuridiche dei popoli di regolarne più particolarmente la pratica
attuazione. Tale diritto individuale non può essere in nessun modo soppresso,
neppure da altri diritti certi e pacifici sui beni materiali. Senza dubbio
l’ordine naturale, derivante da Dio, richiede anche la proprietà privata e il
libero reciproco commercio dei beni con scambi e donazioni, come pure la
funzione regolatrice del potere pubblico su entrambi questi istituti. Tutto ciò
nondimeno rimane subordinato allo scopo naturale dei beni materiali, e non
potrebbe rendersi indipendente dal diritto primo e fondamentale, che a tutti ne
concede l’uso; ma piuttosto deve servire a farne possibile l’attuazione in
conformità con il suo scopo. Così solo si potrà e si dovrà ottenere che
proprietà e uso dei beni materiali portino alla società pace feconda e
consistenza vitale, non già costituiscano condizioni precarie, generatrici di
lotte e gelosie, e abbandonate in balia dello spietato giuoco
della forza e della debolezza.
14. Il diritto originario
sull’uso dei beni materiali, per essere in intima connessione con la dignità e
con gli altri diritti della persona umana, offre ad essa con le forme sopra
indicate una base materiale sicura, di somma importanza per elevarvi al
compimento dei suoi doveri morali. La tutela di questo diritto assicurerà la
dignità personale dell’uomo, e gli agevolerà l’attendere e il soddisfare in
giusta libertà a quella somma di stabili obbligazioni e decisioni, di cui è
direttamente responsabile verso il Creatore. Spetta invero all’uomo il dovere
del tutto personale di conservare e ravviare a perfezionamento la sua vita
materiale e spirituale, per conseguire lo scopo religioso e morale, che Dio ha
assegnato a tutti gli uomini e dato loro quale norma suprema, sempre e in ogni
caso obbligante, prima di tutti gli altri doveri.
15. Tutelare l’intangibile campo
dei diritti della persona umana e renderle agevole il compimento dei suoi
doveri vuol essere ufficio essenziale di ogni pubblico potere. Non è forse
questo che porta con sé il significato genuino del bene comune, che lo Stato è
chiamato a promuovere? Da qui nasce che la cura di un tal bene comune non
importa un potere tanto esteso sui membri della comunità, che
in virtù di esso sia concesso all’autorità pubblica di menomare lo
svolgimento dell’azione individuale sopra descritta, decidere sull’inizio o
(escluso il caso di legittima pena) sul termine della vita umana, determinare a
proprio talento la maniera del suo movimento fisico, spirituale, religioso e
morale in contrasto con i personali doveri e diritti dell’uomo, e a tale intento
abolire o privare d’efficacia il diritto naturale ai beni materiali. Dedurre
tanta estensione di potere dalla cura del bene comune vorrebbe dire travolgere
il senso stesso del bene comune e cadere nell’errore di affermare che il
proprio scopo dell’uomo sulla terra è la società, che la società è fine a se
stessa, che l’uomo non ha altra vita che l’attende fuori di quella che si
termina quaggiù.
16. Anche l’economia nazionale,
com’è frutto dell’attività di uomini che lavorano uniti nella comunità statale,
così ad altro non mira che ad assicurare senza interrompimento le condizioni
materiali, in cui possa svilupparsi pienamente la vita individuale dei
cittadini. Dove ciò, e in modo duraturo si ottenga, un popolo sarà, a vero
dire, economicamente ricco, perché il benessere generale e, per conseguenza, il
diritto personale di tutti all’uso dei beni terreni viene
in tal modo attuato conformemente all’intento voluto dal Creatore.
17. Dal che, diletti figli, vi
tornerà agevole scorgere che la ricchezza economica di un popolo non consiste
propriamente nell’abbondanza dei beni, misurata secondo un computo puro e
pretto materiale del loro valore, bensì in ciò che tale abbondanza rappresenti
e porga realmente ed efficacemente la base materiale bastevole al debito
sviluppo personale dei suoi membri. Se una simile giusta distribuzione dei beni
non fosse attuata o venisse procurata solo
imperfettamente, non si raggiungerebbe il vero scopo dell’economia nazionale;
giacché, per quanto soccorresse una fortunata abbondanza di beni disponibili,
il popolo, non chiamato a parteciparne, non sarebbe economicamente ricco, ma
povero. Fate invece che tale giusta distribuzione sia effettuata realmente e in
maniera durevole, e vedrete un popolo, anche disponendo di
minori beni, farsi ed essere economicamente sano.
18. Questi concetti fondamentali,
riguardanti la ricchezza e la povertà dei popoli, Ci sembra particolamente
opportuno porre innanzi alla vostra considerazione oggi, quando si è inclinati
a misurare e giudicare tale ricchezza e povertà con bilance e con criteri
semplicemente quantitativi, sia dello spazio, sia della ridondanza dei beni. Se
invece si pondera rettamente lo scopo dell’economia nazionale, allora esso
diverrà luce per gli sforzi degli uomini di Stato e dei popoli e li illuminerà a incamminarsi spontaneamente per una via, che
non esigerà continui gravami in beni e in sangue, ma donerà frutti di pace e di
benessere generale.
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