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o specie infima o genere
sommo che sia, non ha a suo principio null'altro che se stesso e ha per sé una
sola condizione di ontità, l'autocoscienza e l'attenzione che gioca su di esso,
anche nella seconda l'intelligibile ha a suo principio null'altro che se stesso
e tutt'al più avrà la sua ontità condizionata dal fatto che è pensato da
un'autocoscienza che coincide con tutte le cose o dal fatto che è momento di
un'autocoscienza da cui procedono esso e tutte le cose; siccome nella prima
relazione unico suo servizio è quello di originare dell'intelligibilità, almeno
quella di condizione umana che è costituita dalle dialettiche, anche nella
seconda esplica un solo servizio, quello di generare dell'intelligibilità, che
sarà un certo modo assunto da quelle cose che altrimenti non avrebbero
intelligibilità; che se per caso l'intelligibile di condizione umana vien svuotato
di ogni materia qualitativa e ridotto o a un rapporto o a quello strano
concetto di rapporto che è la somiglianza, le cose non cambiano perché siffatto
rapporto vien ritrovato a principio e causa degli identici rapporti che si
ritrovano in quelle cose che altrimenti non vi giacerebbero, o siffatta
somiglianza, trovata nelle cose che la forniscono alle dialettiche e che
attraverso essa entrano nelle dialettiche, quando la si voglia ben
approfondire, finisce per diventare l'effetto di un qualcosa che è suo
principio e causa e che coincide con la somiglianza o con un suo modo tout
court; e così vien tradotta nella totalità delle cose l'intelligibilità di tipo
umano con il suo corteo di molteplicità organizzata in unità, di rapporti fra
parte e parte dei molteplici, di relazioni, da genere a specie o da specie a
genere o da cogenere a cogenere, fra molteplici; ma i modi di costante
incompletezza e di instabile permanenza delle dialettiche di condizione umana,
insieme alla loro insufficienza a fondare un'unificazione dei dialettizzati che
promani da esse e non da un'unità che le trascende, se da un lato rimanda a una
sfera di dialettiche autocoscienti compiuta e stabilmente inalterata la quale
ha la sua base in una serie di intelligibili unitari o semplici e l'un l'altro
irrelati, dall'altro avvia nell'una o nell'altra di queste direzioni, o a
attribuire ontità solo ad essa e a lasciare all'altra sfera dialettica il solo
titolo di limite, nel qual caso vengono cassate tutte le liceità di
interpretazione dell'intelligibile che si danno muovendo da essa, ossia la
riduzione dell'ontico in genere a intelligibile, l'immanenza inautocosciente di
intelligibilità in qualcosa che non sia o non si manifesti immediatamente tale,
la coincidenza dell'ontico in genere con un ontico che sia insieme
intelligibilità e qualcosa d'altro da questa o con un ontico che sia
intelligibilità e che si contrapponga a qualcosa d'altro da questa, o ad
attribuire ontità in sé a siffatto limite;ma in questo caso si devono fare i
conti con un duplice modo dell'intelligibilità, quello dialettico e quello
unitario e si deve vedere se all'uno spetti tutto ciò che è dell'altro e
viceversa, se i rapporti della totalità delle cose con l'intelligibile sian da
costruirsi tra quella e il primo o tra quella e il secondo, se
l'autosussistenza originarietà funzionalità di principio del primo sia anche
del secondo o se per caso le diverse modalità di ontità del secondo non
trascinino seco l'esclusione da esso di tutti questi caratteri e quindi non
comportino un differente rapporto di esso con la totalità delle cose
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e un diverso servizio di
esso entro la totalità delle cose; si tratta qui di scegliere tra il ridurre
l'intelligibilità ai modi che sono delle condizioni umane, con la conseguenza
che cade qualunque tentativo si faccia per utilizzare siffatta intelligbilità,
incompiuta, imperfetta, aleatoria, diveniente o come ontico totale o come
momento dell'ontico, e il bipartire l'intelligibilità fra un ontico che ha quei
modi e che è nostro e un altro ontico che a lato di questi modi ne giustappone
altri; ma, in questo caso, la dialettica fra l'intelligibile in sé e il tutto
delle cose non avrà il diritto di assumere a sua forma quella che gli proviene
dalle dialettiche di condizione umana, e il rapporto tra cose e intelligibili
in sé solo in parte avrà la liceità di coincidere con quello tra degli effetti,
che non son altro che accettazioni di un travaso di intelligibilità, e una
causa che non è altro che la condizione e l'effetto di siffatto travaso: il
guardare al mondo, come fanno un Platone, un Aristotele, un Kant, un Hegel, un
Hume, uno Stuart Mill, i quali da punti di vista e con modalità diverse, fanno
delle cose un miscuglio di intelligibilità e di ontici che attendono di
riceverla e che la ricevono, significa prendere quel che è proprio
dell'intelligibilità di condizione umana e travasarlo nell'intelligibilità in
sé, di cui si è posta l'ontità, il che sarebbe lecito se tra le due
intelligibilità ci fosse quell'identità che è presunta, ma la cui ontità non è
né di fatto né di diritto, tant'è vero che, una volta ammessa l'ontità in sé di
intelligibili, non solo la si deve sdoppiare nelle due zone degli intelligibili
semplici e irrelati e degli intelligibili dialettizzati e quindi si deve
stabilire quale delle due entri come componente del tutto, ma si è anche tenuti
o a non giustificare la prima zona se si fa componente del tutto la seconda o a
spiegare come nel tutto si diano quei rapporti tra note e connotazioni e quindi
fra strutture intelligibili se si immette nel tutto solo la prima o a chiarire
come sia questo tutto se vi si immettono tutt'e due; e si badi che la questione
non investe solo la struttura dell'ontico tutto, ma anche il servizio che vi fa
l'intelligibile: resi identici i due intelligibili, quello di condizione umana
e l'altro in sé, il mondo diventa un tutto con tensione all'intelligibilità,
sotto tutti i punti di vista da cui lo si guardi, anche quello morale, come
dimostrano le etiche pagane e kantiano-romantiche, ma se i due intelligibili si
riconoscono per quel che sono, ossia degli equivalenti e non degli identici, la
tensione all'intelligibilità che sarebbe di tutte le cose diviene difficile o
impossibile a conservarsi dal momento che quella sua condizione che è
l'intelligibile in sé cessa di esser ragione sufficiente di generarla e di
generare quella sua meta che è l'intelligibilità, almeno come noi ce la
rappresentiamo, in quanto, se non altro, se ammette di correlarsi con altri
intelligibili in sé, perde l'unità causatrice, se conserva questa non si
correla più con intelligibili; insomma, se si pone un'intelligibilità in sé,
qualsivogliano siano i suoi modi, e io non riesco a vedere come si riesca ad
espungerla, diventa molto difficile far coincidere con essa la totalità delle
cose, la quale per lo meno dovrebbe sdoppiarsi in due ontità a modalità
distinte, e diventa illecito pensare il rapporto fra l'intelligibilità in sé e
il resto del reale secondo la stessa forma con cui noi dialettizziamo
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un intelligibile con la
sfera dialettica di cui fa parte; io non so se mai acquisterà autocoscienza di
condizione umana un ontico che sia teoria di siffatto rapporto, so però che
differenti materiali da quelli sinora usati debbono entrarvi come biffe; di qui
il terzo carattere dell'intelligibilità in sé come concetto problematico di una
sfera di intelligibili di autocoscienza divina, il suo correlarsi alla totalità
del reale secondo una relazione e con un servizio differenti, almeno in parte,
da quelli che l'intelligibile ha nella sfera delle nostre dialettiche; d) si
consideri un intelligibile in quanto
materia o biffa di una dialettica o in quanto principio di materie e forme di
dialettiche altre da quella che l'utilizzano direttamente come biffa, ossia
come soggetto di un giudizio che ne renda autocoscienti i rapporti formali con
altri intelligibili che non sono note della sua comprensione o come soggetto di
giudizi che gli predichino sue denotanti o come fondamento di giudizi che assumano
sue denotanti a soggetto: si è soliti dire che la condizione di validità di
queste dialettiche è l'immutabilità dell'intelligibile; il che è vero purché
per condizione non s'intenda qualche modalità che dal di fuori o in estraneità
alla sua connotazione agisca su questa
costringendola a modificarsi, ma il modo ontico stesso, immediatamente dato, di
ciascuna denotante e di ciascun
rapporto fra le note, modo che fa tutt'uno colla loro essenza qualitativa e
colle loro funzioni; ma anche così definita, l'immutabilità dell'intelligibile
non sembra la vera o almeno la prima condizione dell'intelligibilità di una
dialettica, dal momento che l'intelligibile gode della liceità di modificarsi
con l'unica conseguenza di raddoppiare o moltiplicare le dialettiche che su di
esso vivono; la denotante formale di un intelligibile dalla cui ontità deriva
la validità delle dialettiche è anzitutto
l'unicità: gli Eleati fondarono la necessità
di questo attributo sull'impossibilità che nell'intelligibile immanga del non-essere
e quindi sull'illiceità di esso a ripetersi, a
variare, ad entrare in rapporti spaziali, con un'inferenza che serve più a
contrapporre l'intelligibile al fenomenico che a coglierne l'essenza, da un
lato perché l'aspazialità degli intelligibili,
cui gli Eleati arrivano col ridurli tutti ad uno, pare dipendere
dall'indifferenza di tali ontici al rapporto spaziale ossia dall'assoluta
indipendenza reciproca, alla quale non sfuggono i dati sensoriali che sono quel
che sono non solo in sé ma anche in funzione del rapporto spaziale in cui
entrano, dell'essenza qualitativa loro dal rapporto spaziale in cui entrano, e
non dall'impossibilità di entrare in un
qualsivoglia rapporto spaziale, e perché un'impossibilità assoluta di variazione o di ripetizione, almeno
entro le dialettiche di condizione umana, manca, dall'altro perché la ragione
prima, quella dell'assenza di non-essere, ammesso che ciò abbia una qualche
materia entro le nostre dialettiche ossia un qualche significato, non vale per
un'intelligibilità fatta di dialettiche; la stessa necessità è stata posta da Aristotele sotto la garanzia del
principio di non contraddizione, quantunque anche questa giurisdizione acquista
il suo valore più se si fa del principio un modo costante delle dialettiche che
un principio costituzionale esterno alle dialettiche e dall'esterno gravante su
di esse; è lecito affermare che basta l'osservazione delle dialettiche, la loro
per dir così fenomenologia,
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