|
12. Rispetto per ciò che c'è
di buono nella civiltà e nei costumi dei diversi popoli.
1.
Vi è un altro punto ancora che è Nostro vivo desiderio di presentare a tutti
nella luce più chiara. È stata norma sapientissima, costantemente seguita dalla
chiesa, dalle origini ai nostri giorni, che l'evangelo non dovesse distruggere
né soffocare ciò che vi fosse di buono, di onesto e di bello nell'indole e nei
costumi dei vari popoli che lo avevano abbracciato. La chiesa nel condurre i
popoli a una civiltà più elevata sotto l'influsso della religione cristiana,
non si comporta come chi senza alcuna distinzione taglia, abbatte e distrugge
una selva lussureggiante, ma piuttosto come chi innesta nuovi sani virgulti sui
vecchi ceppi, affinché possano a loro tempo produrre e maturare frutti più
squisiti e delicati.
2.
La natura umana, sebbene viziata dalla tara ereditaria del triste peccato di
Adamo, conserva ancora un fondo naturalmente cristiano,18 che illuminato
dalla luce divina e plasmato dalla grazia può essere elevato ad atti di virtù
vera, e un giorno alla vita eterna.
3.
Perciò la chiesa cattolica non disprezzò o rigettò completamente il pensiero
pagano, ma piuttosto, dopo averlo purificato da ogni scoria di errore, lo
completò e lo perfezionò con la sapienza cristiana. Così pure accolse
benevolmente il progresso nel campo delle scienze e delle arti, che in alcuni
luoghi raggiunse altezze veramente sublimi, e lo perfezionò diligentemente
innalzandolo a fastigi di bellezza forse prima mai raggiunti. E neppure
soppresse del tutto i costumi e le antiche istituzioni dei popoli, ma in
qualche maniera li consacrò; le stesse feste pagane, trasformate nel
significato e nel rito, piegò a celebrare le memorie dei martiri e i divini
misteri. A questo riguardo molto egregiamente si esprime san Basilio:
"Come i tintori preparano prima con cura ciò che si deve tingere, e poi lo
colorano di porpora o di qualche altra tinta, nella stessa maniera anche noi,
se vogliamo conservare per sempre indelebile la gloria dell'onestà, prima
iniziati allo studio di queste dottrine profane, apprenderemo poi i segreti
delle scienze sacre: e abituati a contemplare il sole riflesso nell'acqua, alzeremo
in tal maniera lo sguardo al sole raggiante.... Certamente, com'è essenziale
per l'albero produrre frutti a suo tempo, e tuttavia anche le foglie che si
muovono intorno ai rami gli offrono un qualche ornamento; così anche per
l'anima il frutto essenziale è la verità, ma non si deve disprezzare la veste
della dottrina profana che rassomiglia a quelle foglie che danno al frutto
ombra e aspetto piacevole. Perciò si dice che anche il grande Mosè, celeberrimo
sopra tutti per la sua sapienza, si esercitò in tutte le scienze degli
egiziani, prima d'innalzarsi alla contemplazione di "Colui che è".
Così pure anche nei tempi posteriori si dice che il saggio Daniele fosse
istruito in Babilonia nella sapienza dei Caldei e poi si dedicasse allo studio
delle scienze sacre".19
4.
Noi stessi nella prima enciclica Summi pontificatus scrivevamo:
"Innumerevoli ricerche e indagini di pionieri, compiute con sacrificio,
dedizione e amore dai missionari di ogni tempo, si sono proposte di agevolare
l'intima comprensione e il rispetto per le civiltà più svariate, e di
intenderne i valori spirituali fecondi per una viva e vitale predicazione
dell'evangelo di Cristo. Tutto ciò che in tali usi e costumi non è
indissolubilmente legato con errori religiosi troverà sempre benevolo esame e,
quando riesce possibile, verrà tutelato e promosso".20
5.
E nel discorso che abbiamo rivolto ai dirigenti delle Pontificie opere
missionarie nell'anno 1944, questo tra l'altro dicevamo: "Il missionario è
apostolo di Gesù Cristo. Egli non ha l'ufficio di trapiantare la civiltà
specificamente europea nelle terre di missione, bensì di rendere quei popoli,
che vantano talora culture millenarie, pronti e atti ad accogliere e ad
assimilare gli elementi di vita e di costumanza cristiana, che facilmente e
naturalmente si accordano con ogni sana civiltà e conferiscono a questa la
piena capacità e forza di assicurare e garantire la dignità e la felicità
umana. I cattolici indigeni debbono essere veramente membri della famiglia di
Dio e cittadini del suo regno (cf. Ef 2,19), senza però cessare di rimanere
cittadini anche della loro patria terrena".21
|