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L'autorità civile senza dubbio è tenuta a compiere il
grave dovere di vigilare anche sui nuovi mezzi di comunicazione sociale; ma tale
vigilanza non può limitarsi alla difesa degli interessi politici, bensì deve
estendersi a tutelare la moralità pubblica, saldamente fondandosi questa nella
legge naturale, che, secondo quanto afferma la Sacra Scrittura, è scritta in
tutti i cuori (cf Rm
11,15).
La stessa vigilanza dello Stato non può essere
considerata un'ingiusta pressione della libertà dei singoli individui, perché
si esercita non circa la loro persona privata, ma rispetto a tutta la società
umana, nella quale agiscono questi mezzi di comunicazione.
"E' ben vero che lo spirito del nostro tempo — come
già abbiamo detto nel passato — insofferente più del giusto dell'intervento dei
pubblici poteri, preferirebbe una difesa che partisse direttamente dalla
collettività",11 ma quest'intervento,
in forma di autocontrollo esercitato dagli stessi gruppi professionali
interessati, se può lodevolmente prevenire l'intervento dell'autorità pubblica
e impedire in radice eventuali danni morali, non può assolutamente avversare il
grave dovere di vigilanza che ad essa compete. Perciò,
come il nostro predecessore, così noi stessi abbiamo lodato i gruppi
professionali per siffatti interventi cautelativi, in nulla tuttavia
pregiudicando le competenze dello Stato.
Crediamo, infatti, che questi mezzi allora soltanto
potranno diventare strumenti validi di formazione della personalità di quanti ne usufruiscono, quando la Chiesa, lo Stato e la
professione uniranno opportunamente le forze e collaboreranno per raggiungere
lo scopo; se ciò non avverrà, vale a dire, se questi mezzi saranno lasciati in balìa di se stessi e senza freni morali, allora favoriranno
l'abbassamento del livello culturale e morale del popolo.
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