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Pius PP. XI
Ubi arcano

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  • XXVIII. Necessità di una sede indipendente e libera del vicario di Cristo.
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XXVIII. Necessità di una sede indipendente e libera del vicario di Cristo.

28. Appena occorre dire a questo proposito, con quanta pena all'amichevole convegno di tanti Stati vediamo mancare l'Italia, la carissima patria Nostra, il paese nel quale la mano di Dio, che regge il corso della storia, poneva e fissava la sede del suo Vicario in terra, in questa Roma, che da capitale del meraviglioso ma pur ristretto romano impero, veniva fatta da Lui la capitale del mondo intero, perché sede di una sovranità divina che, sorpassando ogni confine di nazioni e di Stati, tutti gli uomini e tutti i popoli abbraccia. Richiede però l'origine e la natura divina di tale sovranità, richiede l'inviolabile diritto delle coscienze di milioni di fedeli di tutto il mondo, che questa stessa sovranità sacra sia ed apparisca manifestamente indipendente e libera da ogni umana autorità o legge, sia pure una legge che annunci guarentigie.

La guarentigia di libertà onde la Provvidenza divina, governatrice e arbitra delle umane vicende, senza danno, anzi con inestimabili benefici per l'Italia stessa, aveva presidiata la sovranità del Vicario di Cristo in terra; quella guarentigia che per tanti secoli aveva opportunamente corrisposto al disegno divino di tutelare la libertà del Pontefice stesso, e in cui luogo né la Provvidenza divina ha finora indicato, né i consigli degli uomini han finora trovato altro mezzo consimile, che convenientemente la compensi, quella guarentigia venne e rimane tuttora violata; onde si è creata una condizione di cose anormale, con grave e permanente turbazione della coscienza dei cattolici in Italia e nel mondo intero.

Noi dunque, eredi e depositari del pensiero e dei doveri dei Nostri venerati antecessori, com'essi investiti dell'unica autorità competente nella gravissima materia e responsabili davanti a Dio, Noi protestiamo, com'essi hanno protestato, contro una tale condizione di cose, a difesa dei diritti e della dignità dell'apostolica Sede, non già per vana e terrena ambizione, della quale arrossiremmo, ma per puro debito di coscienza, memoria di dover morire e del severissimo conto che dovremo rendere al divino Giudice.




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