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1.
Ma tutto
questo magnifico sforzo per l’educazione degli alunni del santuario poco
gioverebbe se non fosse accurata la scelta dei candidati stessi, per i quali
sono eretti e amministrati i Seminari. A tale scelta tutti devono concorrere,
quanti sono preposti alla formazione del clero: i Superiori, i Direttori
spirituali, i Confessori, ciascuno nel modo e nei limiti propri del suo
ufficio, come devono con ogni impegno coltivare la vocazione divina e
corroborarla, così con non minore zelo devono distogliere ed allontanare per tempo
da una via, che non è la loro, quei giovani che si scorgono sprovvisti della
necessaria idoneità e si prevedono quindi non atti a sostenere degnamente e
decorosamente il ministero sacerdotale. E quantunque sia molto meglio che
questa eliminazione si faccia fin dal principio, perché in queste cose
l’attendere ed aspettare è insieme un grave errore e un grave danno, tuttavia
qualunque sia stata la causa del ritardo, si deve correggere l’errore quando lo
si avverte, senza umani riguardi, senza quella falsa misericordia che
diventerebbe una vera crudeltà, non solo verso la Chiesa, a cui si darebbe un
ministro o inetto o indegno, ma anche verso il giovane stesso che, sospinto
così sopra una falsa via, si troverebbe esposto ad essere pietra d’inciampo a
sé e agli altri, con pericolo di eterna rovina.
2. Né sarà
difficile all’occhio vigile ed esperto di chi presiede al Seminario, di chi
segue e studia amorosamente ad uno ad uno i giovani a sé affidati e le loro
inclinazioni, non sarà difficile, diciamo, accertarsi se uno abbia o no una
vera vocazione sacerdotale. Questa, come ben sapete, Venerabili Fratelli, più
che in un sentimento del cuore o in una sensibile attrattiva, che talvolta può
mancare o venir meno, si rivela nella retta intenzione di chi aspira al sacerdozio,
unita a quel complesso di doti fisiche, intellettuali e morali che lo rendono
idoneo per tale stato. Chi tende al sacerdozio unicamente per il nobile motivo
di consacrarsi al servizio di Dio e alla salute delle anime, e insieme ha o
almeno seriamente attende ad acquistare una soda pietà, una purezza di vita a
tutta prova, una scienza sufficiente nel senso da Noi sopra esposto, questi
mostra di essere chiamato da Dio allo stato sacerdotale. Chi invece, spintovi
forse da malconsigliati genitori, volesse abbracciare questo stato per la
prospettiva di vantaggi temporali e terreni, intraveduti e sperati nel
sacerdozio, come avveniva più frequentemente in passato; chi è abitualmente
refrattario alla soggezione e alla disciplina, poco inclinato alla pietà, poco
amante del lavoro e poco zelante delle anime; chi specialmente è proclive alla
sensualità e con diuturna esperienza non ha provato di saperla vincere; chi non
ha attitudine allo studio, in modo che si preveda non poter seguire con
sufficiente soddisfazione i corsi prescritti; tutti costoro non sono fatti per
il sacerdozio, e il lasciarli progredire, fin quasi alla soglia del santuario,
rende loro sempre più difficile il ritrarsene, e forse li spingerà a varcarla,
per umano rispetto, senza vocazione e senza spirito sacerdotale. Pensino i
Superiori dei Seminari, pensino i Direttori spirituali e Confessori, quale
gravissima responsabilità si assumono davanti a Dio, davanti alla Chiesa,
davanti ai giovani stessi, se dal canto loro non fanno il possibile per impedire
un passo sbagliato. Diciamo che anche i Confessori e Direttori spirituali
potrebbero essere responsabili di un sì grave errore, non già perché essi
possano in niun modo agire esternamente, il che è loro severamente vietato dal
loro stesso delicatissimo ufficio e spesso anche dall’inviolabile sigillo
sacramentale, ma perché essi molto possono influire sull’animo dei singoli
alunni e con paterna fermezza devono guidare ciascuno, secondo che richiede il
suo bene spirituale; essi quindi, specialmente se per qualunque ragione non
agissero i Superiori o si mostrassero deboli, devono intimare, senza umani
riguardi, agli inetti o agli indegni l’obbligo di ritirarsi finché ne sono
ancora in tempo, attenendosi in ciò alla sentenza più sicura, la quale in tal caso
è anche la più favorevole a quel penitente perché lo preserva da un passo che
potrebbe essere per lui eternamente fatale.
3. Che se anche
non vedessero talvolta così chiara l’obbligazione da imporre, usino almeno
tutta l’autorità che viene loro dall’ufficio e dall’affetto paterno che hanno
verso i loro figli spirituali, per indurre quelli, che non hanno le dovute
disposizioni, a ritrarsi spontaneamente. Si ricordino i confessori quello che
in un argomento simile dice Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: "Generalmente
parlando... (in questi casi) il confessore quanto maggior rigore userà co’
penitenti, tanto più gioverà alla loro salute; e all’incontro tanto più sarà
crudele quanto sarà con essi più benigno. San Tommaso da Villanova chiamava
tali confessori troppo benigni empiamente pii, impie pios. Una tal
carità è contro la carità" .
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