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Pius PP. VI
Charitas quae

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XIII.

 Entrambe le Nostre lettere, quella al Re e quella ai Vescovi, furono spedite il 10 marzo con un corriere speciale, che partì il giorno successivo. Di nuovo, il giorno 15 dello stesso mese, con l’arrivo del corriere ordinario proveniente dalla Francia, da ogni parte Ci venne riferito che il 24 febbraio a Parigi si era raggiunto il culmine dello scisma. In quel giorno infatti il Vescovo d’Autun (già colpevole di spergiuro e reo di defezione per aver abbandonato la Chiesa di propria volontà e davanti ai Laici) con un comportamento ben dissimile da quello del suo Capitolo, meritevole invece d’ogni elogio, si unì ai Vescovi di Babilonia e di Lidda. Il primo di questi, che era stato da Noi insignito del pallio e gratificato anche di sussidi, si dimostrò degno successore di un altro Vescovo di Babilonia, quel Domenico Varlet ben noto per lo scisma della Chiesa di Utrecht; il secondo, già colpevole di spergiuro, era già incorso nell’odio e nella disistima dei buoni allorché s’era mostrato dissidente dalla retta dottrina del Vescovo e del Capitolo della Chiesa di Basilea, della quale egli è suffraganeo. In quel giorno, dunque, il Vescovo d’Autun, con l’aiuto di questi due vescovi, senza farne parola all’Ordinario, nella chiesa dei Preti dell’Oratorio osò imporre le sacrileghe mani a Luigi Alessandro Expilly e a Claudio Eustachio Francesco Marolles, senza averne ricevuto alcun mandato dalla Sede apostolica, senza richiedere il giuramento dell’obbedienza dovuta al Pontefice; tralasciando inoltre l’esame e la confessione di fede prescritta dal Pontificale Romano (formalità che devono essere osservate in tutte le chiese del mondo) e trascurando, violando, disprezzando anche tutte le altre norme. Tutto ciò, sebbene non potesse ignorare che il primo dei due era stato eletto illegittimamente Vescovo di Cornovaglia, nonostante le gravi e ripetute contestazioni di quel Capitolo, e che l’altro ancor meno legittimamente era stato nominato Vescovo di Soissons, della diocesi che ha invece come proprio pastore vivo e vegeto il reverendo fratello Enrico Giuseppe Claudio de Bourdeilles. Questi ritenne suo preciso dovere opporsi con veemenza a tanto grande profanazione e difendere con impegno la sua diocesi, come testimonia la sua sollecita lettera al popolo datata 25 febbraio.




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