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1.
Quest’anno ricorre un centenario del signore dell’altissimo canto, di Dante
Alighieri, centenario degno di celebrazione: sono trascorsi infatti sette
secoli da quando egli nacque a Firenze, città generosa nutrice anche di altri
agili e poderosi ingegni.
2.
È perciò degno e giusto che soprattutto il popolo italiano onori e commemori
con grande ossequio e a gara il suo massimo poeta, l’onore luminosissimo della
sua letteratura. Egli infatti è il principale creatore della sua lingua e
rimane, attraverso le età, protettore e custode della sua civiltà, così come ne
espresse e ne rappresentò la forma e l’immagine.
3.
E invero anche le altre nazioni formate alla civiltà cristiana —— e non sono
poche — desiderano partecipare a questa solenne rievocazione, e il nome di
Dante, che gode e sempre godrà ovunque della fama di una gloria immortale, ora
certamente rifulge ancor di più, quasi fiaccola portata in un luogo più
eccelso.
4.
Ed è pure chiara l’opportunità che la Chiesa cattolica sia presente nel
tributare l’onore di una tale lode: essa lo annovera infatti fra gli uomini
illustri adorni di valore e di sapienza, inventori di melodie musicali, amanti
del bello.1
5.
Nell’eccelso coro dei poeti cristiani, dove si distinguono Prudenzio,
sant’Efrem Siro, san Gregorio Nazianzeno, sant’Ambrogio vescovo di Milano, san
Paolino da Nola, sant’Andrea di Creta, Romano Melode, Venanzio Fortunato, Adamo
di San Vittore, san Giovanni della Croce e non pochi altri più recenti, che
sarebbe lungo nominare a uno a uno, l’aurea cetra di Dante, la sua armoniosa
lira risuonano con una melodia ammirevole per la grandezza dei temi trattati e
per la purezza dell’afflato e dell’ispirazione, meravigliosa per il vigore
congiunto a una squisita eleganza.
6.
Per questo — seguendo l’esempio del Nostro Predecessore Benedetto XV, che
pubblicò nella ricorrenza del sesto centenario della morte di Dante Alighieri
la lettera enciclica In praeclara summorum2 — anche Noi vogliamo
tributare un segno di omaggio all’illustrissimo poeta. E questo non solo per
rendergli gloria in questa circostanza passeggera, che s’inserisce nel corso
del tempo e subito ne è travolta, ma per perpetuarne in qualche modo la gloria,
non con l’erigere un silenzioso e gelido monumento di pietra o di bronzo, ma
piuttosto con il far zampillare una fonte che fluisca di acque perenni, sia in
sua lode sia a beneficio di una promettente gioventù. Perché i giovani — uno
dopo l’altro affidati alla sua scuola e divenuti alunni di un tale maestro —
diventino capaci d’illustrare la sua memoria e la sua opera, perché la sua
poesia davvero verdeggi nel campo delle discipline letterarie, perché la sua
sapienza umana e cristiana si affermi con nuova forza nella tradizione
culturale degl’italiani, secondo la consuetudine e l’uso degli antenati che a
giustissimo titolo venerarono Dante Alighieri come padre della loro lingua
viva.
7.
Abbiamo istituito perciò — in accordo con le competenti autorità accademiche —
un insegnamento o Cattedra di Studi Danteschi presso l’Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano, quel grande ateneo a cui il Nostro venerabile
Predecessore Pio XI dedicò tanta cura e tanta sollecitudine, e che i Romani
Pontefici suoi successori — e Noi pure, sempre, ma in modo particolare quando
svolgemmo il Nostro ministero come arcivescovo in Milano — hanno sempre
trattato con grande onore e con pari benevolenza. Stabiliamo perciò motu
proprio e per Nostra iniziativa che essa abbia un insegnamento o cattedra
che promuova gli Studi Danteschi.
8.
E Ci dà una grande gioia il fatto che questa fondazione testimoni pubblicamente
la singolare venerazione che Noi abbiamo per il cantore della Divina
Commedia, venerazione che vogliamo venga accesa con una fiamma
inestinguibile e alimentata con maggior forza fra i giovani studenti, che
vengono istruiti in quell’ateneo nelle migliori discipline e arti. Ne usciranno
— questa è la Nostra speranza — alunni notevoli per l’acume dell’ingegno e per
la pietà, essi stessi capaci a loro volta di farsi divulgatori di questi studi,
da cui derivano tutte le ricchezze dell’aurea miniera dantesca; e queste
ricchezze possano essere note a quanti amano il sapere e offrire alla
letteratura delle future generazioni una fioritura rinnovata.
9.
Qualcuno potrebbe forse chiedere come mai la Chiesa cattolica, per volontà e
per opera del suo Capo visibile, si prenda così a cuore di celebrare la memoria
del poeta fiorentino e di onorarlo. La risposta è facile e immediata: perché
Dante Alighieri è nostro per un diritto speciale: nostro, cioè della religione
cattolica, perché tutto spira amore a Cristo; nostro, perché amò molto la
Chiesa, di cui cantò gli onori; nostro, perché riconobbe e venerò nel Romano
Pontefice il Vicario di Cristo in terra.
10.
Né rincresce ricordare che la sua voce si sia levata e abbia risuonato
duramente contro alcuni Pontefici Romani, e che abbia ripreso con asprezza
istituzioni ecclesiastiche e uomini che furono ministri e rappresentanti della
Chiesa. Non passeremo sotto silenzio a questo proposito l’inclinazione del suo
temperamento, questo aspetto della sua opera. Conosciamo bene infatti quanta e
quale fu l’amarezza del suo animo, amarezza che fu tale da non risparmiare ben
più duri rimproveri alla sua patria dilettissima, Firenze. Senza dubbio bisogna
concedere alla sua arte e alla passione politica, soprattutto perché riprende
vizi deplorevoli, una benigna indulgenza, che il compito di giudice e di
correttore che egli rivendica a sé gli concilia.
11.
Del resto è noto e riconosciuto che il suo temperamento così animoso non ha mai
scosso la sua ferma fede cattolica e la sua filiale affezione verso la Santa
Madre Chiesa.
12.
Dante è nostro, Ci sia lecito ripetere a ragione, e lo affermiamo non per
gloriarci di un tale trofeo per un amore ambizioso e orgoglioso, quanto
piuttosto per ricordare a noi stessi il dovere di riconoscerlo tale, e di
esplorare nella sua opera le ricchezze inestimabili della forza e del senso del
pensiero cristiano, convinti come siamo che solo chi scava nelle segrete
profondità dell’animo religioso del sommo poeta può comprendere a fondo e gustare
con pari piacere i meravigliosi tesori spirituali nascosti nel poema.
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