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18.
Il fine della Divina Commedia è anzitutto pratico ed è volto a
trasformare e a convertire. Essa in realtà non si propone solo di essere poeticamente
bella e moralmente buona, ma soprattutto di cambiare radicalmente l’uomo e di
condurlo dal disordine alla sapienza, dal peccato alla santità, dalle
sofferenze alla felicità, dalla considerazione terrificante dei luoghi
infernali alle beatitudini del Paradiso. E il sommo vate l’afferma chiaramente
nella lettera a Cangrande della Scala: "Il fine del tutto e della parte
potrebbe essere molteplice, ossia prossimo e remoto; ma, tralasciando un esame
minuzioso, si può dire brevemente che il fine del tutto e della parte è
allontanare i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli allo
stato di felicità".8
19.
Stando così le cose, la Divina Commedia può essere chiamata un itinerarium
mentis in Deum, dalle tenebre della dannazione eterna alle lacrime della
penitenza purificatrice e, di grado in grado, da una luminosa chiarezza a una
ancor più lucente, da un amore fiammante a uno ancor più fiammante, su su fino
alla Fonte della luce, dell’amore e della dolcezza eterna: "Luce
intellettüal, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che
trascende ogni dolzore".9
20.
E i temi della poesia in effetti sono offerti come testimonianze sicure e
moniti perché si ascenda a Dio. La natura e l’ordine soprannaturale, la verità
e gli errori, il peccato e la grazia, il bene e il male, le opere degli uomini
e gli effetti che ne conseguono, tutti sono considerati, giudicati, valutati al
cospetto di Dio, e mostrano il loro vero valore nella prospettiva
dell’eternità. E questa ascesa, rivolta a ciò che più è segreto ed eccelso,
diventa epos di vita interiore, epos di grazia celeste, epos
di viva esperienza mistica, di virtù multiforme; diventa teologia della mente e
teologia del cuore.
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