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47.
Il criterio per determinare il grado di bellezza e di perfezione era richiesto
soprattutto alla psicagogia, ossia alla potenza con cui l’autore — in modo
efficace, conveniente e compiuto — conduce gli animi là dove si era proposto. E
anche Orazio attribuisce all’arte questa regola imprescindibile: "Non
basta che i componimenti poetici siano belli; siano piacevoli: / E conducano
ovunque vogliano l’animo dell’uditore".18
48.
Ora, tutto ciò si può ottenere con il linguaggio proprio della poesia, e
soprattutto con quella facoltà, certamente misteriosa e che forse mai sarà ben
conosciuta, che chiamiamo ispirazione divina. Questa non abbatte né disprezza
affatto la ragione, ma costituisce piuttosto un altro modo di conoscere,
un’altra via per impossessarsi della realtà, e scopre così rapporti che quella
non vede. Ma l’arte ha bisogno della ragione nell’attività tumultuosa che
precede il bagliore dell’ispirazione, che viene a illuminare, placare, rendere
semplice tutto quanto era stato abbozzato; e della medesima ragione ha bisogno
pure per il successivo completamento dell’opera, che va senza dubbio condotto
con abilità e talento, per partecipare agli altri gli stati e le disposizioni
d’animo non solo suscitando idee, immagini, affetti, ma anche con una perfetta
fusione e armonia dei diversi elementi: infatti "principio e fonte del
bello scrivere è l’esser saggio".19
49.
A ciò s’aggiunga che è necessario produrre quasi un fluido, come una forza
magnetica, grazie all’ordine e all’accorta congiunzione delle parole, alla
dolcezza del suono, al ritmo: "A chi abbia ingegno, mente più divina e
bocca / che canti grandi cose, darai l’onore di un tale titolo [di poeta]".20
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