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Paulus PP. VI
Apostolorum limina

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V.

1. È noto come una delle preoccupazioni più vive della chiesa, in questi anni, sia stata quella di far giungere dappertutto un messaggio di carità, di socialità e di pace, e di promuovere, per quanto sta in lei, opere di giustizia e di solidarietà in favore di tutti gli indigenti, gli emarginati, gli esuli, gli oppressi: di tutti - diciamo - individui o gruppi sociali o popoli che siano. Noi desideriamo che l’anno santo, con le opere di carità che ispira e chiede ai fedeli, sia un tempo propizio anche per un rassodamento della coscienza sociale in tutti i fedeli e nella cerchia più vasta di tutti gli uomini, a cui può essere fatto pervenire il messaggio della chiesa.

2. Le antiche origini del giubileo nelle leggi e nelle istituzioni di Israele, attestano che esso ha per sua stessa natura questa dimensione sociale. Infatti, come leggiamo nel Levitico, l’anno del giubileo, proprio perché era particolarmente dedicato a Dio, importava un nuovo trattamento di tutto ciò che si riconosceva come appartenente a Dio: la terra, che era lasciata in riposo e restituita ai suoi antichi possessori; i beni economici, nella sfera dei quali avveniva la remissione dei debiti; e soprattutto l’uomo, la cui dignità e libertà veniva riaffermata con la liberazione degli schiavi. L’anno di Dio era, dunque, anche l’anno dell’uomo, l’anno della terra, l’anno dei poveri; e su questa realtà cosmica e umana splendeva una nuova luce che derivava dal riconoscimento del supremo dominio di Dio su tutte le cose.

3. Ci sembra che anche nel mondo d’oggi i problemi che più agitano e tormentano la nostra umanità - quello economico e sociale, quello ecologico, quello energetico, quello soprattutto della liberazione degli oppressi e dell’elevazione di tutti gli uomini a più ampia dignità di vita - siano illuminati dal messaggio dell’anno santo.

4. Ma noi vogliamo invitare tutti i figli della chiesa e specialmente tutti i pellegrini che verranno a Roma, a impegnarsi su alcuni punti concreti, che come successore di Pietro e capo della chiesa che "presiede alla carità universale", segnaliamo all’attenzione di tutti. Si tratta di realizzare opere di carità e di fede, a servizio dei propri fratelli più bisognosi, a Roma e in tutte le chiese del mondo. Non saranno necessariamente opere grandiose, quantunque esse non siano in nessun modo da escludere; in molti casi basteranno delle microrealizzazioni, come oggi si suol dire, così rispondenti allo spirito della carità evangelica. Forse la chiesa dovrà limitarsi sempre più a dare agli uomini, in questo campo l’"obolo della vedova" data la esiguità delle sue risorse; ma essa sa e insegna che il bene che più conta è quello che, per vie umili e spesso ignote, giunge a soccorrere le piccole necessità, a sanare le piccole ferite, che molte volte non trovano alcun posto nei grandi progetti di riforma sociale.

5. La chiesa, tuttavia, sente il bisogno di incoraggiare anche questi sforzi più impegnativi per la giustizia e il progresso dei popoli, e rinnova il suo appello a tutti coloro che hanno la possibilità e il compito di instaurare nel mondo un ordine più perfetto di rapporti umani e sociali, perché non desistano da quest’opera per le difficoltà del momento né si lascino sopraffare dagli interessi di parte. Particolarmente vibrante, ancora una volta, vuol essere il nostro appello in favore dei paesi in via di sviluppo e delle popolazioni tuttora afflitte dalla carestia o dalla guerra. Si dedichino speciali cure alle tante necessità da cui sono troppo spesso travagliati gli uomini in questi tempi: ad es. nel procurare il lavoro a coloro che con esso debbono provvedere ai bisogni della vita, nel pensare alla casa di cui molti sono privi, alla scuola che deve essere soccorsa in molteplici maniere, ai sussidi di ordine sociale e sanitario, senza dimenticare il dovere di promuovere e di garantire la pubblica moralità.

6. Vorremmo, infine, esprimere umilmente e schiettamente il voto che anche nel presente anno santo, secondo la tradizione dei passati giubilei, le competenti autorità dei vari paesi considerino la possibilità di concedere, seguendo i suggerimenti della loro saggezza, un indulto ispirato a clemenza ed equità, specialmente in favore di prigionieri che abbiano dato sufficiente prova di riabilitazione morale e civile, o che siano vittime di situazioni di disordine politico e sociale troppo più grandi di loro, perché se ne possano ritenere pienamente responsabili.

7. Noi fin d’ora esprimiamo la nostra gratitudine e imploriamo una larga benedizione del Signore per tutti coloro che si adopereranno perché questo messaggio di carità, di socialità e di libertà che la chiesa rivolge a tutti, con la viva speranza di essere capita ed ascoltata, sia accolto e tradotto in realtà di ordine politico e sociale. Così dicendo e auspicando, noi abbiamo la coscienza di muoverci sulla linea di una mirabile tradizione che comincia con la legge d’Israele e trova la sua massima espressione nel nostro Signore Gesù Cristo, che fin da principio del suo ministero presentò se stesso come il realizzatore delle antiche promesse e figure connesse con l’anno del giubileo: " Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché Jahve mi ha unto; mi ha inviato ad annunziare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito, ad annunziare ai prigionieri la libertà, a restituire ai ciechi la vista, a rendere liberi gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore ".




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