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1.
Il processo che abbiamo descritto prende la forma di un dissenso dottrinale,
che si vuol patrocinare dal pluralismo teologico ed è spinto, non di rado, fino
al relativismo dogmatico, riduttore, in diverse maniere, dell’integrità della
fede. E anche quando non è spinto fino al relativismo dogmatico, detto
pluralismo viene a volte considerato legittimo luogo teologico, tale da
consentire prese di posizione contro il magistero autentico dello stesso romano
pontefice e della gerarchia episcopale, unici interpreti autorevoli della
divina rivelazione contenuta nella s. tradizione e nella s. scrittura.
2.
Noi riconosciamo al pluralismo di ricerca e di pensiero che variamente esplora
ed espone il dogma, ma senza eliminare l’identico significato obiettivo,
legittimo diritto di cittadinanza nella chiesa, come naturale componente della
sua cattolicità, nonché segno di ricchezza culturale e di impegno personale di
quanti ad essa appartengono. Riconosciamo anche i valori inestimabili da esso
immessi nel campo della spiritualità cristiana, delle istituzioni ecclesiali e
religiose, come pure nel campo delle espressioni liturgiche e norme
disciplinari: valori confluenti in quella "varietà che agisce
insieme" la quale "dimostra con maggiore evidenza la cattolicità
della chiesa indivisa".
3.
Ammettiamo, anzi, che un equilibrato pluralismo teologico trova fondamento
nello stesso mistero di Cristo, le cui imperscrutabili ricchezze (cf. Ef 3,8)
trascendono le capacità espressive di tutte le epoche e di tutte le culture. La
dottrina della fede, quindi, che da quel mistero necessariamente deriva -
poiché, in ordine alla salvezza, " non c’è altro mistero di Dio, se non il
Cristo " - reclama esplorazioni sempre nuove. In realtà le prospettive
della parola di Dio sono tante e tante sono le prospettive dei fedeli che le
esplorano che la convergenza nella stessa fede non è mai immune da peculiarità
personali nell’adesione di ciascuno. Tuttavia le accentuazioni diverse nella
comprensione della stessa fede non ne pregiudicano i contenuti essenziali,
perché esse sono unificate nella comune adesione al magistero della chiesa; il
quale, mentre è, come norma prossima, determinante della fede di tutti, tutti
anche garantisce dal giudizio soggettivo di ogni differenziata interpretazione
della medesima.
4.
Ma che dire di quel pluralismo che considera la fede e la sua enunciazione non
come eredità comunitaria, quindi ecclesiale, ma come un ritrovato individuale
della libera critica e del libero esame della parola di Dio? Infatti, senza la
mediazione del magistero della chiesa, al quale gli apostoli affidarono il loro
stesso magistero, e che, perciò, insegna " soltanto ciò che è stato
trasmesso ", rimane compromesso il sicuro congiungimento con Cristo
tramite gli apostoli, che sono i " trasmettitori di ciò che essi stessi avevano
ricevuto ". E perciò, una volta compromessa la perseveranza nella dottrina
trasmessa dagli apostoli, avviene che, forse volendo eludere le difficoltà del
mistero, si cercano formule di illusoria comprensibilità che ne dissolvono il
contenuto reale; e si costruiscono, così, dottrine non aderenti all’obiettività
della fede o addirittura ad essa contrarie e, per di più, cristallizzate in
coesistenza di concezioni opposte anche tra loro.
5.
Non ci si deve, inoltre, nascondere che ogni cedimento nella identità della
fede importa anche decadimento nello scambievole amore. Quelli, infatti, che
han perduto la gioia che dalla fede deriva (cf. Fil 1,25), sono spinti a
mendicare gloria gli uni dagli altri e a non cercare quella che viene solo da
Dio (cf. Gv 5,44), con detrimento della comunione fraterna. Al senso della
chiesa, che a tutti fa riconoscere la stessa dignità e libertà dei figli di
Dio, non si può sostituire lo spirito di parte che porta a scelte
discriminanti, privando, in tal modo, la carità anche nel suo naturale
supporto, che è la giustizia. Sarebbe un intento vano quello di trasformare in
meglio la comunione ecclesiale secondo il tipo condiviso a livello di gruppo.
6.
Non dobbiamo, invece, tutti perfezionarci attraverso il vangelo? E dove,
questo, manifesta interamente operante la sua virtù divinamente congenita, se
non nella chiesa, con l’apporto di tutti indistintamente i credenti?
7.
Infine, tale spirito di parte si riflette negativamente anche nella necessaria
convergenza di culto e di preghiera, e si traduce in un isolamento dettato da
spirito di presunzione, non certo evangelico, che preclude la giustificazione
davanti a Dio (cf. Lc 18,10-14).
8.
Noi, per quanto ci è possibile, vogliamo comprendere la radice di questa
situazione, e la paragoniamo all’analoga situazione in cui vive l’odierna
società civile, divisa in gruppi l’un l’altro opposti. Purtroppo, anche la
chiesa sembra subire un po’ il contraccolpo di una tale condizione: eppure essa
non deve assimilare ciò che è piuttosto uno stato patologico. La chiesa deve
conservare la sua originalità di famiglia unificata nella diversità dei suoi
membri; anzi, essa dev’essere il lievito che aiuta la società a reagire, come
si diceva dei primi cristiani: " Vedete quanto si amano! ". È con
questo quadro della prima comunità davanti a gli occhi - quadro non certo
idillico, ma maturato attraverso la prova e la sofferenza - che noi chiediamo a
tutti di superare le illegittime e pericolose diversità per riconoscersi
fratelli che l’amore di Cristo unisce.
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