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1.
È, quindi, una necessità vitale che tutti nella chiesa, vescovi, sacerdoti,
religiosi, laici, prendano parte attiva ad un comune sforzo di piena
riconciliazione, perché in tutti e tra tutti sia ricomposta la pace "
nutrice di amore e genitrice di unità ", Si manifesti, dunque, ciascuno
sempre più docile discepolo del Signore, che fa della riconciliazione tra noi
la condizione per essere perdonati dal Padre (cf. Mc 11,26), e della mutua
carità la condizione per essere riconosciuti come discepoli suoi (cf. Gv
13,35). Chiunque, perciò, si senta in qualsiasi modo implicato in questo stato
di divisione, ritorni ad ascoltare la sua voce che lo incalza irresistibile
anche nel momento in cui sta per pregare: "Va’ prima a riconciliarti con
il tuo fratello" (Mt 5,24).
2.
Tutti in pari tempo, in misure e forme diverse secondo la posizione e lo stato
di ciascuno, riconsiderando l’opera salvatrice di Dio nei nostri riguardi,
siano impegnati a creare il clima adatto perché la riconciliazione diventi
effettiva. Poiché noi siamo stati riconciliati con lui per esclusiva iniziativa
del suo amore, sia il nostro comportamento improntato alla benevolenza e alla
misericordia, perdonandoci a vicenda come Dio in Cristo ha perdonato noi (cf.
Ef 4,31-32). E poiché la nostra riconciliazione deriva dal sacrificio di Cristo
volontariamente morto per noi, sia la croce, posta come albero maestro nella
chiesa per guidarla nella sua navigazione nel mondo, l’ispiratrice delle nostre
reciproche relazioni, perché tutte siano veramente cristiane. Da nessuna di
esse sia assente qualche rinuncia personale. Ne conseguirà una fraterna
apertura agli altri, tale da far riconoscere volentieri le capacità di
ciascuno, e da consentire a tutti di dare il proprio apporto all’arricchimento
dell’unica comunione ecclesiale " così che tutto e le singole parti sono
rafforzate, comunicando ognuna con le altre e concordemente operando per la
pienezza ". In questo senso, si può consentire sul fatto che l’unità ben
compresa permette a ciascuno di sviluppare la propria personalità.
3.
Questa apertura agli altri, sorretta da volontà di comprensione e da capacità di
rinuncia, renderà stabilmente e ordinatamente operante quell’atto di carità
comandatoci dal Signore, che è la correzione fraterna (cf. Mt 18,15). Dato che
questa può essere fatta da qualunque fedele ad ogni fratello nella fede, può
essere il mezzo normale per risanare non pochi dissensi o per impedire che ne
sorgano. A sua volta, essa spinge chi la compie a toglier la trave dal suo
occhio (cf. Mt 7,5), perché non sia pervertito l’ordine della correzione. E
quindi la pratica della medesima si risolve in principio di animazione verso la
santità, che sola può dare alla riconciliazione la sua pienezza; la quale
consiste non in una pacificazione opportunistica che maschererebbe la peggiore
delle inimicizie, ma nella conversione interiore e nell’amore unificante in
Cristo che ne deriva, quale si effettua principalmente nel sacramento della
riconciliazione, che è la penitenza, mediante la quale i fedeli " ricevono
dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si
riconciliano con la chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato
", purché " questo,.. sacramento di salvezza... prenda radice in
tutta la loro vita e li spinga ad un più fervente servizio di Dio e dei
fratelli ".
4.
Rimane tuttavia che " nella struttura del corpo di Cristo vige una
diversità di membri e offici ", e che questa diversità provoca inevitabili
tensioni. Esse sono riscontrabili anche nei santi, ma non tali da uccidere la
concordia, non tali da distruggere la carità. Come impedire che esse degenerino
in divisione? È da quella stessa diversità di persone e di funzioni che deriva
il sicuro principio di coesione ecclesiale. Di quella diversità, infatti, sono
componente primaria e insostituibile i pastori della chiesa, costituiti da
Cristo suoi ambasciatori presso gli altri fedeli e dotati, per questo, di
un’autorità che, trascendendo le posizioni ed opzioni dei singoli, tutte le
unifica nell’integrità del vangelo, che è appunto la " parola della
riconciliazione " (cf. 2Cor 5,18-20). L’autorità con la quale essi lo
propongono è vincolante non per accettazione da parte degli uomini, ma per
conferimento da parte di Cristo (cf. Mt 28,18; Mc 16,15-16; At 26,17s). Poiché,
dunque, chi ascolta o disprezza loro ascolta o disprezza Cristo e colui che lo
ha mandato (cf. Lc 10,16), il dovere d’obbedienza dei fedeli all’autorità dei
pastori è esigenza ontologica dello stesso essere cristiano.
5.
I pastori della chiesa, d’altra parte, formano costituzionalmente un unico
corpo indiviso col successore di Pietro e in dipendenza da lui; perciò dal
concorde adempimento e dalla fedele accettazione del loro ministero dipende
l’unità di fede e di comunione di tutti i credenti, manifestazione al mondo
della riconciliazione attuata da Dio nella sua chiesa. Che trovi, dunque,
esaudimento la comune invocazione al Salvatore: " Assisti sempre il
collegio dei vescovi col nostro Papa; e concedi ad essi i doni dell’unità,
della carità e della pace ". Che i sacri pastori, come in modo eminente e
visibile rappresentano Cristo stesso e ne fanno le veci, così imitino e
trasfondano nel popolo di Dio l’amore con cui egli si è immolato: "ha
amato la chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ef 5,25). E sia questo loro
rinnovato amore, esempio efficace per i fedeli, in primo luogo per i sacerdoti
e i religiosi, che fossero venuti meno alle esigenze del proprio ministero e
vocazione, di modo che tutti nella chiesa, " con un cuore solo e un’anima
sola " (cf. At 4,32), tornino ad essere impegnati " a propagare il
vangelo della pace " (Ef 6,15).
6.
La madre chiesa guarda con armonizza all’abbandono di alcuni suoi figli
insigniti del sacerdozio ministeriale o, con altro speciale titolo, consacrati
al servizio di Dio e dei fratelli. Tuttavia trova sollievo e gioia nella
generosa perseveranza di tutti quelli rimasti fedeli ai loro impegni con Cristo
e con la chiesa; e, sorretta e confortata dai meriti di questa moltitudine,
essa vuole convertire anche il dolore che le è stato arrecato in amore che
tutto può comprendere e che tutto può in Cristo perdonare.
7.
Noi, che in quanto successori di Pietro, non certo per nostro merito personale,
ma in virtù del mandato apostolico a noi trasmesso, siamo, nella chiesa,
visibile principio e fondamento di unità dei sacri pastori come pure della
moltitudine dei fedeli, rivolgiamo il nostro appello al pieno ristabilimento
del bene supremo della riconciliazione con Dio, dentro di noi e tra di noi,
affinché la chiesa sia nel mondo segno efficace di unione con Dio e di unità
tra tutte le sue creature. È questa un’esigenza della nostra fede nella chiesa
stessa, " che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica
". Ad amarla, a seguirla, ad edificarla noi tutti pressantemente
scongiuriamo, facendo nostre le parole di s. Agostino: " Amate questa
chiesa, siate in tale chiesa, siate tale chiesa ".
8.
È l’invito che rivolgiamo a tutti i nostri figli, specialmente a quanti hanno
la responsabilità di guidare i fratelli, con questa esortazione. L’abbiamo
voluta pastorale e piena di fiducia, dettata da uno spirito di pace. Forse, a
qualcuno potrà sembrare severa. Ma essa è nata da uno sguardo gettato in profondità
sulla situazione della chiesa, da una parte, e sulle esigenze irrinunciabili
del vangelo, dall’altra. Ma è scaturita specialmente dal nostro cuore: Noi
abbiamo il dovere di amare la chiesa con lo stesso spirito della allegoria del
tralcio che dev’essere potato per portare maggiore frutto (cf. Gv 15,2). Questa
esortazione, infine, è sorretta da una grande speranza, che il grave peso del
nostro apostolico mandato non ha mai alterata. Noi siamo grati alla fedeltà di
Dio. Noi speriamo che lo Spirito santo susciterà un’irresistibile eco alle
nostre parole: egli è già presente e operante nel segreto del cuore di ciascun
fedele, e tutti condurrà, nell’umiltà e nella pace, sulle vie della verità e
dell’amore. È lui la nostra forza. Sappiamo che l’immensa maggioranza dei figli
della chiesa attendeva un tale richiamo, ed è preparata ad accoglierlo con
frutto. Auspichiamo che l’intero popolo di Dio - è il nostro voto ardente - si
metta con noi al passo, come nel biblico cammino con noi intraprenda le tappe di
santificazione del giubileo, e sia con noi una cosa sola, affinché il mondo
cresca; e si lasci guidare dalla grazia del signore nostro Gesù Cristo,
dall’amore di Dio Padre, dalla comunione dello Spirito santo.
9.
Affidiamo questi voti all’intercessione della Vergine immacolata "che
rifulge come modello di virtù a tutta la comunità degli eletti..." e per
la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce in qualche
modo e riverbera in sé i massimi dati della fede; e confortiamo la comune
volontà di santificazione e di riconciliazione con l’impartire di cuore la
nostra benedizione apostolica.
Roma, presso San Pietro, nella solennità dell’immacolata
concezione della b. v. Maria, 8 dicembre 1974, anno dodicesimo del nostro
pontificato.
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