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| Paulus PP. VI Paterna cum benevolentia IntraText CT - Lettura del testo |
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VI. ETICA E DINAMICA DELLA RICONCILIAZIONE.1. È, quindi, una necessità vitale che tutti nella chiesa, vescovi, sacerdoti, religiosi, laici, prendano parte attiva ad un comune sforzo di piena riconciliazione, perché in tutti e tra tutti sia ricomposta la pace " nutrice di amore e genitrice di unità ", Si manifesti, dunque, ciascuno sempre più docile discepolo del Signore, che fa della riconciliazione tra noi la condizione per essere perdonati dal Padre (cf. Mc 11,26), e della mutua carità la condizione per essere riconosciuti come discepoli suoi (cf. Gv 13,35). Chiunque, perciò, si senta in qualsiasi modo implicato in questo stato di divisione, ritorni ad ascoltare la sua voce che lo incalza irresistibile anche nel momento in cui sta per pregare: "Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello" (Mt 5,24). 2. Tutti in pari tempo, in misure e forme diverse secondo la posizione e lo stato di ciascuno, riconsiderando l’opera salvatrice di Dio nei nostri riguardi, siano impegnati a creare il clima adatto perché la riconciliazione diventi effettiva. Poiché noi siamo stati riconciliati con lui per esclusiva iniziativa del suo amore, sia il nostro comportamento improntato alla benevolenza e alla misericordia, perdonandoci a vicenda come Dio in Cristo ha perdonato noi (cf. Ef 4,31-32). E poiché la nostra riconciliazione deriva dal sacrificio di Cristo volontariamente morto per noi, sia la croce, posta come albero maestro nella chiesa per guidarla nella sua navigazione nel mondo, l’ispiratrice delle nostre reciproche relazioni, perché tutte siano veramente cristiane. Da nessuna di esse sia assente qualche rinuncia personale. Ne conseguirà una fraterna apertura agli altri, tale da far riconoscere volentieri le capacità di ciascuno, e da consentire a tutti di dare il proprio apporto all’arricchimento dell’unica comunione ecclesiale " così che tutto e le singole parti sono rafforzate, comunicando ognuna con le altre e concordemente operando per la pienezza ". In questo senso, si può consentire sul fatto che l’unità ben compresa permette a ciascuno di sviluppare la propria personalità. 3. Questa apertura agli altri, sorretta da volontà di comprensione e da capacità di rinuncia, renderà stabilmente e ordinatamente operante quell’atto di carità comandatoci dal Signore, che è la correzione fraterna (cf. Mt 18,15). Dato che questa può essere fatta da qualunque fedele ad ogni fratello nella fede, può essere il mezzo normale per risanare non pochi dissensi o per impedire che ne sorgano. A sua volta, essa spinge chi la compie a toglier la trave dal suo occhio (cf. Mt 7,5), perché non sia pervertito l’ordine della correzione. E quindi la pratica della medesima si risolve in principio di animazione verso la santità, che sola può dare alla riconciliazione la sua pienezza; la quale consiste non in una pacificazione opportunistica che maschererebbe la peggiore delle inimicizie, ma nella conversione interiore e nell’amore unificante in Cristo che ne deriva, quale si effettua principalmente nel sacramento della riconciliazione, che è la penitenza, mediante la quale i fedeli " ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato ", purché " questo,.. sacramento di salvezza... prenda radice in tutta la loro vita e li spinga ad un più fervente servizio di Dio e dei fratelli ". 4. Rimane tuttavia che " nella struttura del corpo di Cristo vige una diversità di membri e offici ", e che questa diversità provoca inevitabili tensioni. Esse sono riscontrabili anche nei santi, ma non tali da uccidere la concordia, non tali da distruggere la carità. Come impedire che esse degenerino in divisione? È da quella stessa diversità di persone e di funzioni che deriva il sicuro principio di coesione ecclesiale. Di quella diversità, infatti, sono componente primaria e insostituibile i pastori della chiesa, costituiti da Cristo suoi ambasciatori presso gli altri fedeli e dotati, per questo, di un’autorità che, trascendendo le posizioni ed opzioni dei singoli, tutte le unifica nell’integrità del vangelo, che è appunto la " parola della riconciliazione " (cf. 2Cor 5,18-20). L’autorità con la quale essi lo propongono è vincolante non per accettazione da parte degli uomini, ma per conferimento da parte di Cristo (cf. Mt 28,18; Mc 16,15-16; At 26,17s). Poiché, dunque, chi ascolta o disprezza loro ascolta o disprezza Cristo e colui che lo ha mandato (cf. Lc 10,16), il dovere d’obbedienza dei fedeli all’autorità dei pastori è esigenza ontologica dello stesso essere cristiano. 5. I pastori della chiesa, d’altra parte, formano costituzionalmente un unico corpo indiviso col successore di Pietro e in dipendenza da lui; perciò dal concorde adempimento e dalla fedele accettazione del loro ministero dipende l’unità di fede e di comunione di tutti i credenti, manifestazione al mondo della riconciliazione attuata da Dio nella sua chiesa. Che trovi, dunque, esaudimento la comune invocazione al Salvatore: " Assisti sempre il collegio dei vescovi col nostro Papa; e concedi ad essi i doni dell’unità, della carità e della pace ". Che i sacri pastori, come in modo eminente e visibile rappresentano Cristo stesso e ne fanno le veci, così imitino e trasfondano nel popolo di Dio l’amore con cui egli si è immolato: "ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ef 5,25). E sia questo loro rinnovato amore, esempio efficace per i fedeli, in primo luogo per i sacerdoti e i religiosi, che fossero venuti meno alle esigenze del proprio ministero e vocazione, di modo che tutti nella chiesa, " con un cuore solo e un’anima sola " (cf. At 4,32), tornino ad essere impegnati " a propagare il vangelo della pace " (Ef 6,15). 6. La madre chiesa guarda con armonizza all’abbandono di alcuni suoi figli insigniti del sacerdozio ministeriale o, con altro speciale titolo, consacrati al servizio di Dio e dei fratelli. Tuttavia trova sollievo e gioia nella generosa perseveranza di tutti quelli rimasti fedeli ai loro impegni con Cristo e con la chiesa; e, sorretta e confortata dai meriti di questa moltitudine, essa vuole convertire anche il dolore che le è stato arrecato in amore che tutto può comprendere e che tutto può in Cristo perdonare. 7. Noi, che in quanto successori di Pietro, non certo per nostro merito personale, ma in virtù del mandato apostolico a noi trasmesso, siamo, nella chiesa, visibile principio e fondamento di unità dei sacri pastori come pure della moltitudine dei fedeli, rivolgiamo il nostro appello al pieno ristabilimento del bene supremo della riconciliazione con Dio, dentro di noi e tra di noi, affinché la chiesa sia nel mondo segno efficace di unione con Dio e di unità tra tutte le sue creature. È questa un’esigenza della nostra fede nella chiesa stessa, " che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica ". Ad amarla, a seguirla, ad edificarla noi tutti pressantemente scongiuriamo, facendo nostre le parole di s. Agostino: " Amate questa chiesa, siate in tale chiesa, siate tale chiesa ". 8. È l’invito che rivolgiamo a tutti i nostri figli, specialmente a quanti hanno la responsabilità di guidare i fratelli, con questa esortazione. L’abbiamo voluta pastorale e piena di fiducia, dettata da uno spirito di pace. Forse, a qualcuno potrà sembrare severa. Ma essa è nata da uno sguardo gettato in profondità sulla situazione della chiesa, da una parte, e sulle esigenze irrinunciabili del vangelo, dall’altra. Ma è scaturita specialmente dal nostro cuore: Noi abbiamo il dovere di amare la chiesa con lo stesso spirito della allegoria del tralcio che dev’essere potato per portare maggiore frutto (cf. Gv 15,2). Questa esortazione, infine, è sorretta da una grande speranza, che il grave peso del nostro apostolico mandato non ha mai alterata. Noi siamo grati alla fedeltà di Dio. Noi speriamo che lo Spirito santo susciterà un’irresistibile eco alle nostre parole: egli è già presente e operante nel segreto del cuore di ciascun fedele, e tutti condurrà, nell’umiltà e nella pace, sulle vie della verità e dell’amore. È lui la nostra forza. Sappiamo che l’immensa maggioranza dei figli della chiesa attendeva un tale richiamo, ed è preparata ad accoglierlo con frutto. Auspichiamo che l’intero popolo di Dio - è il nostro voto ardente - si metta con noi al passo, come nel biblico cammino con noi intraprenda le tappe di santificazione del giubileo, e sia con noi una cosa sola, affinché il mondo cresca; e si lasci guidare dalla grazia del signore nostro Gesù Cristo, dall’amore di Dio Padre, dalla comunione dello Spirito santo. 9. Affidiamo questi voti all’intercessione della Vergine immacolata "che rifulge come modello di virtù a tutta la comunità degli eletti..." e per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce in qualche modo e riverbera in sé i massimi dati della fede; e confortiamo la comune volontà di santificazione e di riconciliazione con l’impartire di cuore la nostra benedizione apostolica. Roma, presso San Pietro, nella solennità dell’immacolata concezione della b. v. Maria, 8 dicembre 1974, anno dodicesimo del nostro pontificato. |
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