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Interlocutori BATTISTA, FRANCESCO e MATTEO
ALBERTI
MATTEO. Se mai a me parse vero, quanto si dice che el
buono appetito rende la cena ottima, certo qui ora questo mi pare verissimo, e
così stimo affermeranno questi giovani, quali eccitorono ancora in me maggior
voglia di fare come loro con più alacrità e voluttà.
FRANCESCO. Contrario anzi,
la affabilità e lo eccitare l'uno l'altro a festività
ragionando sempre fu summo e ottimo condimento del
convito. Che ne dici tu, Battista?
BATTISTA. Pur come voi.
Alle cene quello che presta molta voluttà nel cibo si
è la fame. A' nostri animi in tutta la vita, come
dissero alcuni dotti, niuno instrumento,
niuna arte musica si trova suave quanto il ragionare
fatto insieme de' cari amici. E
vuolsi per satisfare al convito, prendere di ciò che
vi s'appone con voluttà, e recrearsi insieme con iocundità e pronta festività. E così loderò in ogni cosa secondo e' tempi, luogo e faccenda, che vi
s'adoperi quanto li conseguitin le forze.
MATTEO. Adunque aremo da non lodarti,
Battista.
BATTISTA. Duolmi; e questo perché?
MATTEO. Perché in questa
nostra cena facesti né l'uno né l'altro: quasi nulla cenasti,
e meno favellasti. E piacemi testé
con queste parole averti eccitato a riso e ilarità. E così fà; queste tue cure litterarie,
quali tengono te sempre occupato, repetira'le
altrove.
FRANCESCO. Come non ti
ricordassero e' costumi suoi! Battista
di sua natura raro se non provocato favella, e per uso lungo suole spesso intermettere ancora intero il dì senza gustar cibo.
La prima ragion della sanità consiste in conoscere e osservare quello che suole
o nuocere o giovare e indi moderarsi.
BATTISTA. Niuna di queste, niuna. Ma rimirando or l'uno or l'altro di questi
nostri nipoti, in me i' ne pigliava meco tacito gaudio e contentamento,
riconoscendo in loro e' liniamenti e movimenti e aria
dei nostri frategli, loro padri. Vedoli
di presenza e aspetto abili, non immodesti, e spero saranno in ogni laude
simili a' nostri maggiori, e degni vero appellarsi Alberti. Vuolsi rendere grazia a Dio e laude a loro. Certo e' nostri Alberti furono, - quale
sia la cagione non è forse a me bene nota quanto io vorrei, e forse qui ora non
è luogo da riferirla, - certo furono pregiati e amati persino da chi non li conoscea se non per nome, onde a noi altri ancora ne resta
buona commemorazione e grazia.
MATTEO. Anzi in prima, e
qui e in ogni presenza della nostra gioventù, sarà da investigare qualunche ragione l'adirizzi a satisfare di dì in dì più a pieno alle nostre espettazioni e desiderii, quando
per carità e debito noi siamo loro padri e moderatori; e così loro iranno quinci da te vero convitati, cioè pieni di ricordi e ammonimenti, atti a
bene reggersi in vita con felicità. E per non perdere questa occasione
attissima al nostro offizio,
mi pare di riferire qui a tutti insieme quello che a ciascuno appartiene
assiduo ricordarsi. Udite, giovani Alberti, udite da
noi quali fussero le cagioni onde e'
nostri passati furono amati e pregiati, e affermate in voi con ogni studio e
diligenza imitare ogni loro instituto e ragione di
tradursi a buona grazia e fama. Una delle cagioni fu el
numero degli uomini Alberti, la abundanza delle facultà, lo
assiduo acquistarsi, ben faccendo e giovando a molti,
gran numero d'amici. Queste cose, quali e quanto e come si trattino
e governino, assai lo mostrò più fa Battista ne' suo libri de Familia. Ma quello che molto mi
piaceva inne' nostri passati, e giudico che fussi ottimo aiuto a bene aversi, fu l'uso familiare e
assidua conversazione e concatenata fratellanza fra loro insieme piena di
carità e iusto offizio;
come veggo qui oggi Battista, dandoci essemplo di sé, pari vorrebbe vedere da noi. E così
faremo; imiteremo e' nostri maggiori, quali niuno dì
vacava che essi non convenissero insieme, conferivano delle cose oneste e delle
cose atte al bene della famiglia. Era fra loro el
nome Alberto pari a una loro repubblica; curavanla, correggevanla con ogni
vigilanza e circuspezione. L'uscio di qualunche di loro, l'animo, lo onore,
ogni cosa era fra loro commune e quasi proprio, sì ad
uso, sì a governo e mantenimento. Chi amava uno, sentiva sé accetto per questo
a tutti gli altri; chi forse offendeva qualunche etiam minimo fra loro, dispiaceva a tutti, e massime
a chi più sapeva e valeva. Pensate voi, o figliuoli
nostri; come può essere una famiglia in bene e non mal felice, dove questa
amorevolezza e ragione di conformarsi insieme non sia? Ove
potrà una famiglia essere urtata, quando questa volontà e consenso a tutti commune sarà in animo con opera e prontezza bene confirmata?
BATTISTA. Io spesso mi maraviglio, quando vidi in alcuna famiglia tanta, non dico
solo ignoranza, ma inetta ostinazione di gareggiare,
massime per acumulare a sé qualche parte di peculio e
levarlo da chi per molte ragioni questo doveva presso di lui essere commune; onde poi asseguìta la
impresa, trovorno perdita maggiore che vittoria.
Qualunque in ogni istoria mai volse conducere cosa alcuna degna in republica,
sempre in prima dede somma opera di multiplicarsi fautori e conspiratori.
La natura dede alle famiglie ottimo
fra loro e proprio vinculo, sopra tutti fermissimo:
questo fu la vera e dovuta consanguinità, onde fussero contro a' casi avversi
più muniti, e dalle ingiurie de' pessimi meno offesi.
Tu contenzioso preferisti uno piccolo transitorio
emolumento a tanta fermezza d'ogni tua fortuna e bene, e violasti la religione
e santità della innata fratellanza. Chi traprenderà
essere a te amico, quando tu ricusi essere amato da' tuoi, quali amerebbono te, se tu amassi loro? Quale sarà fra' cittadini sì infimo che stimi
te, e non pigli ardire a noiarti quando e' ti vegga recusato e negletto da'
tuoi? E' nati piccinini raffrenano e perturbano a' grandi l'ardente imprese contro
di te de' tuoi invidi e avversarii.
Questo perché? Certo perché essi intendono che la vera e natural
coniunzione fra quelli che sono d'uno
sangue e nome allevati insieme fa che quello che duole e muove l'uno, in tempo
ancora muove tutti gli altri; pàrli adonque cedere piuttosto che tirarsi adosso
ruina da tante parti. E così sono e'
ben collegati con vera benivolenza, non iniuria, temuti da' nimici, e
sono pari amati e seguiti da chi per loro spera migliorare e salvare suo stato.
FRANCESCO. Chi dubita che
questa counione e naturale confederazione sempre fu
utile e necessaria alle famiglie? Che più? Sola la
dimostrazione de essere d'uno animo tutti insieme e
d'uno volere, gli fa pregiare e riverire, quando bene fussero
discordi. Ma spesso interviene che bisogna non fare
poca stima delle sustanze sue, onde facile insurgono lite. E vedemmo qualche volta alle famiglie che
simulare fra loro dissidio in casi avversi ne salvò
parte.
BATTISTA. E' mi soviene, e parmi verissimo, tra' vicini, tra la moglie e 'l
marito, tra' frategli, mai
sarà dissensione, purché uno di loro sia savio. Le gravi e dannose discordie crescono quando ambo loro sono male consigliati. Le
contenzioni delle borse non hanno per sé forza di
contaminare gli animi moderati. Chi per cupidità e
gara le farà capitali e convertiralle in odio, sarà
stoltissimo. Consigliarei si chiamassero certi amici,
quali da voi intendessero e fra loro dicidessero la
causa, e voi omnino lungi fuggissi commutare insieme parole contenziose. Del
contendere surge gara, della gara ostinazione, della ostinazione ingiuria, della ingiuria iurgio e rissa e arme. E conoscesi che nello
uso civile sono due tempi varii, l'uno quando
alla famiglia si cerca nuova amplitudine e dignità,
l'altro quando ella si trova fra e' pochi ne' primi luoghi onorata. Forse sarà
non inutile fra 'l numero de'
maligni per imminuire invidia, mostrarsi in ogni cosa
meno potere e meno valere che tu non puoi. Ma se la città fia
retta da' buoni, e più poteranno le leggi che le
volontà, certo el bene fare tanto sarà più glorioso,
quanti più insieme concorreranno a fare pur bene.
MATTEO. O
Dio! che questo succedesse! Ma in quella terra se oggi
ne fusse alcuna simile a quelle antiche nominate, dove ogni cosa publica
più era venale che le private, ove da' primi anni e' cittadini quasi come in
una scola imparorono e continuo osservorono
essere varii, e in ogni cosa perseverorono
dar parole fuori contrarie alla volontà intima, e fare senza verecundia niuna delle cose promesse, quale omo sarà sì
stolto che non tema parere buono fra loro, o instituisca
essere dissimile dagli altri?
BATTISTA. Vedi, Matteo, io
sono certo che tu sempre volesti e vorrai essere più simile a' buoni che a' non buoni.
Felicissima, giocondissima commemorazione poter dire
a sé stessi: cognoscomi che
io sono buono. E se ad alcuni animali come al camello
non piace bere l'acqua se prima e' non la intorbida,
sappi costui che tempo l'aspetta, ove sofferirà molta
e lunga sete; ma come chi navica, mutati e' venti,
mutate le vele, e seguite altra dirittura se questo corso vi porta a porto,
cioè a quiete e onesto ozio: dove questo non segua, racogli
e statti summo e sicurissimo dove tu adirizzi e' tuoi concetti; fàtti
bene volere da' tuoi, da' cittadini e da tutti con buone arti e aprovata integrità. La umanità e
facilità e probità porgono scala e ale a superare in
cielo.
MATTEO. Udisti
voi giovani, udisti voi?
FRANCESCO. Dirò pure forse
più che non richiede questo luogo. Di molte cose si ragiona, e non si negano a
parole; quali se fussero infatto
meno dificili, ei! quanto
sarebbe la vita e condizione de' mortali ancora meno
misera. Fra' savii e pazzi,
fra' buoni e ' mali, fra'
ricchi e' bisognosi, fra i tiranni e' subietti non patisce la natura che benivolenza
vi sia stabile, se fra loro non è quello che li componga e tenga insieme. Bisógnavi qualche condizione per la quale minuendo all'uno
e acrescendo all'altro, fra loro seguiti parità; e se
a me non pessimo fia necessità
usare e contrattarmi con molti, dei quali tu conosci e' loro pensieri, vita e
fatti, bastaramm'egli quanto che tu dici? Che può uno buono mutare di sé, se non in peggio?
BATTISTA. Secondo il fine che tu proponi, almeno fia
mutabile la volontà, non da bene a male, ma da soffrire piuttosto incomodo che
turpitudine. Io persuasi a me già più tempo, che invero a' buoni nulla possa nuocere se
non tanto quanto diventassino meno buoni. Più ferma e
certa cosa ène la salvezza che porge Idio a' buoni,
che non sono gli odii fra quegli che tu racontavi. Ma torniamo onde
facemmo digressione. Dicesti, Matteo, che l'uso de' nostri familiari insieme
con carità fu gran cagione a fargli pregiare; così pare anche a noi, se già qui
Francesco non fussi in altra sentenza.
FRANCESCO. A me pare il simile, ma sopratutto e' buoni costumi acquistarono loro
molta grazia. Io posso affermare questo; mai fu famiglia in questa nostra città
più costumata, e forse per questo in prima fu ben voluta
e nominata.
MATTEO. Ben dici il vero,
ed è così, e dobbiancene gloriare e proporci d'essere simili a loro. Che direte?
Era per Italia ridutto in proverbio; quando voleano approvare in alcuno la molta umanità e prestanza de' lodatissimi costumi, diceano:
«costui è tale come se fussi nato e allevato fra gli Alberti».
BATTISTA. E merito. In prima furono e' nostri
osservantissimi della religione e reverentissimi a' loro maggiori.
FRANCESCO. Per confirmare el ditto
tuo, Altobianco mio padre spesso mi referiva che per darsi quanto e'
doveva simile a' sua maggiori, mai volle essere
veduto sedere in publico presente messer Antonio
cavaliere suo fratello e gli altri, dei quali uno è qui dottore e nel numero de' cherici con offizii publici in degnità non ultimo; mai presente, non dico alcuno padre e
capo di famiglia, ma più, presente Lionardo, o
Benedetto suo fratello consubrino per età maggiore,
mai fu veduto asedersi. E così noi tutti sempre
rendemmo reverenza a' maggiori come a' padri, e così
loro amorono sempre noi come figliuoli.
BATTISTA. Qualunque non inetto sia e bene allevato, senza dubio
conosce che questo gli è debito e somma laude. Chi rende onore ad altri,
acquista onestamento a sé, ecco la ragione. Quello
incorretto giovane non fece il debito suo con degna
reverenza verso el padre, quanto da lui richiedevano
gli altri cittadini. Quel biasimo di chi fu? Non di colui a
chi non fu renduto a dignità, ma tutto e solo di chi
non satisfece all'officio suo. Tu, contro,
contribuisti a chi meritava onore; fu pari tutto tuo, non d'altri, lo onestamento e lode. Ben sapevo
io che 'l mio rizzarmi, scoprirmi, ovviarli,
salutarli, non portava a que' miei alcuna cosa per
quale essi dovessino riferirmene merito, altroché rallegrarsi conoscendo che chi vedeva in me quella
osservanza e officiosità, mi riputava degno d'essere
amato; e mancando in me quello che mi si richiedeva, m'era dagli altri biasimo,
e da me stessi rimordimento.
FRANCESCO. Que' tuo Romani in ogni cosa mal corretti, oggi molto
errano in questo; stimano e' padri meno ch'e' suo
vicini, e quinci crescono con molta lascivia e vizii.
BATTISTA. Ben per questo
costituirono que' popoli, quali s'e' suoi minori sino
a certa età peccavano, e' magistrati punivano il
padre, gastigavano e' precettori che non li corressoro in tempo.
MATTEO. Questo
bisognerebbe oggi in questa nostra città; sarebbono
meno linguacciuti, più escogitati, meno insolenti, più moderati nelle voglie
loro; fuggirebbono l'assedio e corruttela de' viziosi,
da' quali depravati imparano essere ghiotti, inverecundi,
giucatori, e senza alcuna riverenza o timor del
biasimo. Ed ècci tanta copia
e sì pronta e petulante di questi seduttori, ministri e maestri di tutte l'arti
pessime e malificii, che per loro rari giovani
crescono senza turpitudine.
FRANCESCO. Ben dici el vero. Omini pestiferi, fraudolenti, impronti, importuni,
sfacciati, assediano la gioventù, e più nuoceno a
questi nominati uomini da bene che a' plebei e men fortunati, quanto presso di loro trovano
più che rapire.
BATTISTA. Io udiva questo
che tu di' fuori di qui; ora in presenza non vorrei
vederlo, troppo mi perturberebbe. Dura faccenda moderare la gioventù, vero, ma
io in ogni altra cosa sarei con loro facile e indulgente, purché fussero non sfrenati e simili a quelli che sdegnano e' maggiori, e ostinati credono solo a sé, e curano solo satisfare alle voglie sue. Non gli potrei riputare da bene,
sendo non buoni e costumati. Chi dirò io che sia da
bene? Colui che merita grazia, favore, aiuto, laude e
ogni bene. Chi merita ricever questo? Lo immodesto? petulco? lascivo? inonesto?
temerario? arrogante? temulente? scelerato?
Certo no. Quello che tu concederai a
uno putido gaglioffo, sarà scritto alla tua umanità
più che alla necessità di colui. Ma uno vizioso
indomito, quale solo oda, creda e diesi a quelli suoi
confederati seduttori, degni d'ogni suplicio, costui
non merita essere guardato dalla plebe, nonché riputato fra gli omini da bene.
E se vizio alcuno in qualunque età e stato si trova
dannoso, certo questo dagli antichi chiamato alea, come sono carte e dadi,
sempre fu perniziosissimo. Qual prudente non ricuserà
ne' suo traffichi uno giucatore?
Pel giuoco chi acquistò mai altro che nome di
fraudolente e fabricator d'inganni? Del giuoco viene niuno piacere, grave perdite, molestissime cure
e infestissima sollecitudine, assidue perturbazioni.
Tu, Francesco, alcuna volta ti dilettano mie simili
perquisizioni e invenzioni. Vedi, pregoti, quanto
facci a proposito. Fingo che qui sia uno giovane giucatore incorretto. Dimmi, figliuolo,
se sul nostro ponte fussi un furioso, quale commosso
ad ira graffiasse, mordesse chi se gli apressò, e io
dicessi: «spoglia e' panni tuoi e io e' miei, leghia'gli
insieme e stimularemo questo furioso; a cui di noi e'
farà peggio, costui torni nudo a' suoi, e restino e'
panni tutti al compagno», - pigliaresti questo
partito? Che, Matteo, se uno tale giovane qui fussi, che credi risponderebbe?
MATTEO. E' mi pare quasi
scorgere da lungi dove tu intenda capitare, e risponderotti per lui. Ma prima fammi
el partito compiuto. Se l'uno di noi ricevessi picchiate pari all'altro?
FRANCESCO. Ritorrebbe ciascuno e' suoi.
MATTEO. Ben dici. Adonque rispondo, non lo pigliarei.
BATTISTA. Perché no? E poi aresti e' miei e insieme aresti e' tuoi.
MATTEO. Anzi, tu aresti le tue picchiate e io le mie. E chi mi sicura che io
torni sanza perdita, nonché
con guadagno?
BATTISTA. Prudente
risposta, e se vi penseremo, troveremo che 'l giuoco,
simile a uno di quelle furie poetiche, ancora incende
furore in chi se gli dia. E parvi poco furore? Giuocano dove a caso soviene
loro, spesso su qualche desco sordido e puzzulente,
in luogo alioquin frequentato, né si
curano essere veduti e biasimati da molti. E' primi furono certi ribaldi:
concorsevi numero di vilissimi mercennarii:
questo nostro omo da bene, nato per essere ornamento della patria, ma per
corruttela degli scelerati disviato
e dedicato al giuoco, subito dimentica sé stessi, e vinto e tratto dalla
miseria sua, non si può contenere, mescolasi in quel fastidio: surgonvi altercazioni, vedesi da
lunge el tumulto, odonsi
voci e parole pazze, odiose, bruttissime: concorre la plebe e biasima chi più
erra, e sempre da' savii e da e' men
savii per più rispetti in quella colluvie sarà più
vituperato chi fia per el
nome de' suoi meno degno d'essere veduto in tale
errore fra loro. Aggiugni che dal ponte e dal furioso si partiranno subito che vederanno el suo male.
Questo giucatore mai si parte dal giuoco
se non ultimo superato, e partirassi forse dal ponte
colui coll'occhio enfiato e livido, colla bocca e
denti, colla gota e orecchi stracciata, col petto tutto percosso, cose, non
nego, dannose maisì al corpo; ma pel giuoco la parte
in noi più da curarla molto più patisce; perduta la recognizione
del debito suo, non cura sé stessi, sotterrasi nel vituperio, non vedendo quel
che ne seguiti a quella brutezza, ma tumido di cupidità, livido de invidia e concusso qui e qui da varie essagitazioni d'animo, ora per ricuperare quello che è perduto,
ora per acrescere la vincita, - che posso io dire
altro? - arabbia, e così come prima precipitò sé stessi in questo male, così doppo
la calamità senza niuno utile urta sé stessi con acerbissimo pentimento.
FRANCESCO. Rispondi Matteo,
tu che traprendesti farvi risposta. Pàrti che Battista dica el vero? Paionti diletti questi nel giuoco
da seguirli, o crucciamenti da fuggirli?
MATTEO. E
chi ne dubita? Essecrabili, da biastemarli.
Ma io potrei dire che molti in la sua gioventù pure
allettati parte da avarizia, parte dalle insidie e assedio de'
corruttori, cominciorono el
giuoco solo per piacere, e poi col tempo talora si ramendorono
e liberoronsi da quella servitù.
BATTISTA. Farannolo se in
loro poterà parte alcuna di ragione e vero conoscimento. A questi
bisogna solo diliberarlo, e fuggire luoghi e persone
e occasioni onde seguinti simili errori, e darsi ad
altri onesti spassi, o a quelli mestieri onde con più certezza e buona grazia e' satisfaccino alla cupidità, acumulandosi con onestà
giusto peculio. Del giuoco, fra tanto numero di
barattieri, non caverai uno o forse un altro, che non resti mendico pel giuoco
e invecchi svilito e nudo. Questo onde avvenga, non è
oscuro a discernerlo. Non riesce al giuoco la 'mpresa, parte per sua propria natura, parte per quello che doppo al giuoco ne seguita. Ecco, tutti noi qui useremo
convenire insieme a giuoco: trovansi questo dì fra noi
fiorini mille: ciascuno di noi propone e studia, quanto in sé sia, vincere.
Dimmi, onde persuadesti tu che a te più che a me seguiti vincita, se in te non
sarà qualche arte fraudolente e apparecchio atto a
ingannarmi? Potrò forse risistere alla fraude di questo uno, ma se due o
più faranno setta insieme contro me, che potrò io? Nulla. Ma e'
modi con che uno solo può rubarme al giuoco, chi mai
gli raconterebbe? Lasciamo adietro
gli altri giuochi in quali sono infinite decezioni e tradimenti (raro fu giucatore
non prono e pronto a essere traditore), ma diciam
solo de' dadi. In questi, circa la materia del dado,
questa parte d'osso e stucco grave, quest'altra
lieve, giunte insieme e poste con accuratissimo artificio; certi punti
posti due volte in uno dado, in un altro niuna; a questi una faccia aspra o
bene spianata e bene angulare, quest'altra
tersa, liscia, curva cogli angoli quasi tondi, onde bene posson
dire, come colui giucando: «el
tuo nonne el mio indugia a rivenire». Agiugni l'artificio della mano; scambiano e' dadi, rinfondano e scemano le
poste con prestezza di mano e coperto furto. Insomma tutto el
giuoco non ama altro che fraude,
tradimento e preda. Lodasi per questo quello di cui si
dice che diede al figliuolo suo per ogni altro modo inemendibile,
maestri espertissimi, da' quali esso imparassi e conoscessi questa arte che
tanto li delettava. Seguinne
che 'l giovane, aperto discernendo le infinite insidie
e' latenti lacci che s'adoperano giucando, revocò sé
stessi e corresse tanto errore e più non giucò. Tu,
giovane male esperto, per inconsiderazione credulo,
pur prometti a te stessi buona e perpetua fortuna contro tante
e sì artificiose falsità e tradimenti: portasti più somma tu solo che tutti gli
altri, e così desti in preda te stessi a' tuoi
insidiatori. Dirai, in questa cosa può la fortuna;
vincesi, perdesi, così passiamo tempo. Anzi perdete el tempo e voi stessi. Ma concedoti; pogniamo che tu
perdendo perdi poco, e vincendo vinci più. La perdita, se bene raconterai, sarà e molta e spessa; la vincita, contro,
rarissima. El mal tuo quale sussegue a poco a poco,
tanto più nuoce quanto tu meno lo senti. Ultimo te n'avedrai, quando ti troverrai sanza quella somma allora utile, ora necessaria a' bisogni tuoi, onde alienasti la
possessione e resti indebitato. Non comparirai in publico,
la casa tua ti sarà uno carcere, contristera'ti
in solitudine, gli amici e noti antichi ti rifuteranno
e aviliranno, e' nimici ne
saranno lieti e befferanti; tu da te stessi riceverai
tormenti intollerabili, repetendo in questa miseria
gli spassi, gli amici, lo onore e gli altri beni perduti per tua colpa e stoltizia, e forse per tedio di te stessi viverai errando per le selve, quasi come fiera per dolore
furiosa. O miserabile condizione! Che
vita sarà la tua? Chi comunicherà teco alcuna sua
amministrazione o traffico? Qual de' maggiori ti commetterà alcuna degna faccenda? Qual padre,
non dico ti darà per moglie la figliuola, ma quando
mai patirà che 'l figliuolo suo a te sia familiare? Certo miserabile
condizione, da eleggere la morte per fuggirla. Ma pogniamo
contro che ad alcuno di voi qualche volta la fortuna succeda in giuoco: vincesti. Furono subito le torme de' tuoi seguaci seduttori: dàcci vincita; spendi in quella e quell'altra
cosa superflua e lasciva. Vince domani quell'altro;
pur simile fanno a lui. Non compie l'anno che, dissipata tutta la somma comune,
indi a niuno resta un quattrino.
FRANCESCO. Non basterebbe
il dì a raccontare tutte le perversità e ruine che porge il gioco essecrabile! Uomini
vilissimi, abiettissimi i giucatori! Vuolsi odiare il giuoco
e lungi fuggire chi se gli dia.
MATTEO. Udite, figliuoli, udite e così fate voi. Siete d'indole e presenza
certo elegante, nobile, e in questo simili a' vostri maggiori; d'ingegno pronto, d'intelletto acuto e
da natura proni e parati a farvi amare e reputare. Donate a questa nostra età
questo espettatissimo da voi e massimo gaudio e
ultimo contentamento; eccitate voi stessi, dedicate
l'animo a virtù, amate i buoni, pigliate gloria in voi stessi dei buoni
costumi, imitate i vostri maggiori, da' quali avete
domestico essemplo per asseguire
pari fama e nome; intraprendete buoni essercizii,
seguite i degni studii, date opera di bene meritare
di voi stessi, della famiglia vostra, della patria, faccendo
come fecero i vostri maggiori, uomini religiosissimi, costumatissimi, ornatissimi di molta e singolare virtù.
BATTISTA. Così farete, figliuoli. I buoni costumi danno dolce grazia a' fanciulli,
molta laude a' giovani, ferma autorità agli uomini
maturi, onoratissima dignità a' più attempati. Ad
ogni età e stato i costumi buoni sono ornamento e
splendore di tutta la vita.
- FINE -
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