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E se io pensassi pur qui
bisognasse a te, uomo intendentissimo e dottissimo, più diffuso e aperto
mostrare l'amore venereo, come teco in mie lettere disputai, così essere
inutile e dannoso a ogni studioso e a te simile ottimo ingegno, inimico
dell'ozio e pace, inimico della fama, dignità e autorità e d'ogni onesto
pensiero, replicherei in queste que' tutti nell'altre mie compresi argumenti.
Ma in quelle non fui oscuro a farmi intendere, né breve a non adducere ed
esplicare ciascuna argumentazione ed essemplo, quanto a quella materia mi parve
acconvenirsi. E in queste credo non bisognerà estendermi a convincer quello
quale tu né sai né puoi negarmi: che inamorato mai alcuno tanto si truova
povero o sì tegnente e misero, al quale molto oro non paressi poco per in tempo
ricomperare la sua libertate, dolendosi subietto al duro imperio, quale in sé
pruova iniquo tiene l'amore. Dannoso adunque amore, se per satisfare a una
piccola espettazione fa ciascuno massaio e assegnato animo sanza lode esser
prodigo gittatore. E più, quanto a qualunque onesto e laudato essercizio sia
l'amore nocivo e grave, tu meco non raro piangendo, sai, lo confessasti, e
dolestiti. Pertanto solo qui, se io non erro, te in questa calamità forse
contiene che tu pur giudichi a te in premio stiano qualche diletti e grata
voluttà; o forse a te stesso persuadi così doversi verso chi tu credi te pur
ami, per lei soffrire miserie e tormenti all'animo tuo infiniti e molestissimi.
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