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| Leon Battista Alberti De amore IntraText CT - Lettura del testo |
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-4-Cerchiamo adunque quali in amore si truovino diletti, e poi investigheremo se chi tu ami da te meriti tanta servitù. Potrebbesi qui disputare se alcuni sono piaceri propri all'animo, e alcuni si sentano ricevuti dal corpo nostro; e se que' dell'animo sono oppositi contro a' dispiaceri, come uscire di cura e di dolore, finire paura, sperare ed espettare sanza sollecitudine cose felici, e poi così con modo e ragione godere onesto, ove l'abbi ottenute; e se quelli del corpo parte nascono ivi subito che 'l dispiacere scema, come sedare la sete, freddo, fame, doglie e simile cose moleste al corpo, parte surgano da' nostri sensi, odorando, gustando cose a noi soave e dolci. Forse ancora sarebbe chi dicessi alcuni altri piaceri essere insieme e all'animo e al corpo gratissimi, come udire da ottimi musici e poeti cantare in presenza le laude tue e di chi tu ami, vedere onorar te insieme e i tuoi pregiati e lieti. E in questi simili spazi di filosofia assai potrei lungo disputando stendermi, ma cognosco te non meno di me tutti questi cognoscere; tale che volendo essere, quanto mi sforzerò, non prolisso teco né inetto, bisogna preterirli. Solo qui te, Paulo, appello: tu stessi essamina fra te e riconosci quale sia il corso di ciascuno tuo dì così amando, e annovera se di tutte le perturbazioni quali si dice possono all'animo avvenire, alcuna mai a te qualche ora dia luogo o riposo. Credo per certo, se tu arai l'animo diligente a ricognoscere la tua calamità, troverai le perturbazioni quasi tutte insieme combattere ciascuna in te per essere quella che più te amando affligga e consumi. Troverai in te non mai essere vero alcuno o ben fermo piacere, se già non riputassi piacere la notte uscire al sereno, a' venti, a' freddi, e così poco consigliato irne te stesso consumando, e poi quelle ore, in quali tu più riposato nel tuo letto dovevi dolce giacere e senza molestia libero dormire, ivi fuora allora sederti in su' marmi, e indi fuggire or questo lume, or questi, or quegli altri, da' quali ti duole essere ivi sopragiunto o conosciuto; ora combattere con sassi contro a' cani quali a te pur corrano abbaiando. Non dico degli altri pericoli, mille sospetti, infinite paure, innumerabili avolgimenti di pensieri per l'animo tuo: ora tendere l'orecchie e gli occhi in qua a questa finestra, in là a quello uscio, su e giù a que' razzi di que' lumi. E poi che tu pur bene spesso arai veduto te assai essere stato ad aspettare, e il sonno e stracchezza ti ricacci a casa, tu così bizzarro t'avii sdrucciolando in questa pozza di fango, percuoti in quel sasso. Alla fine pur ti truovi in casa sanza lume, sanza fuoco, molto più tardo che mezza notte. Ciascuno si riposa: tu solo ne vai a letto maladicendo e fabricando vendette, e bene che tu arda di cruccio, non però ivi resti di tremare per freddo, né puoi finire il lungo tuo rammarichio. Così passa intera la notte sanza punto chiudere l'occhio; e se pur lasso in sul dì qualche poco t'addormenti, ancora vegghia il tuo animo molestato e tormentato da quelle commosse furie, e così ti desti sognando cose terribili, e male riposato e con nuova ragione di dolerti, leviti palido, estenuato e debile, torni a circuire il tuo assedio, onde a casa ti riduci tardi e con nuova trama di sospetto; e per questo perdi non poca parte di quanto dovevi prendere cibo e ristoro. Ancora, indi subito dai tuoi quasi fuggi come se avessi in odio la casa tua, e fuori cerchi ogni luogo per trovare e gratificare a chi te in tanta miseria in pruova e volentieri tiene. Non ardisci domandarne per non palesarti, credo come che pur ti vergogni tanto essere a una vile femmina subietto; e giunto ov'ella siede poco stimandoti e meno mostrando averti accetto, misero te, vedi ivi nuove torme di vari teco concorrenti amanti; cresce sospetto di questo, credi di quello altro, parti più essere certo di quello già udisti o teco non poco dubitavi, né puoi non persuadere a te stesso quello guardo e quello riso così con arte e a tempo sia sanza vizio: pàrtiti solo piangendo e te premendo tutto in dolore e acerbissimi lamenti. O maravigliosi piaceri! Quale inimico tanto a te serà in odio, a cui solo così dieci molestissimi dì paresseno a te picciola vendetta? E miseri amanti, chi di voi non soffera tanto e maggiore ancora tormento mesi, mesi e anni? Concederotti sì, ché cognosco la tua modestia, non essere te così punto e concitato da questi venenati stimoli d'amore, tanto che tu in buona parte tua volontà e appetiti amatori non raffreni e con ragione e modo ritenga. Quale cosa se così fusse in te, molto mi piacerebbe, ché sarebbe a me certo segno ancora in te avere l'amore non in tutto suo intero imperio e signoria; e però ti conforto, quanto puoi presto, in tempo ti stolga da tanta quanta te opprimerà ruina, se pur seguiti non repugnare e lungi fuggire ogni trama amatoria, però che tardi poi forse vorrai, non potendo, ritrarti. |
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