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E debbi certo assentire quanto
abbiamo insieme veduto, che in trama con femmine alcuno mai si truova piacere
degno o certo diletto; disagi sì molti e troppo grandissimi, tormento sì
assiduo e inestimabile, dispetti sì, e onte all'animo tuo sanza fine e sanza
numero. Che certo ben quando le nostre di sopra verissime trascorse ragioni non
confirmassono così essere gli animi femminili ingiusti, iniqui, ingrati, pieni
di falsità e fellonie, pure non doveresti tu, Paulo mio, qualche volta
conoscerti uomo, e avederti di tanto errore, che tu, uomo d'animo altrove erto
e prestantissimo, nobile, litterato, virtuoso, quale recuseresti in te
qualunque fussi altro più degno imperio e signoria, ora così perseveri in non
fuggire d'essere suggetto a una femmina, quale te poco pregi e goda straziarti?
E quand'ella bene te sanza misura amassi, quand'ella te con ogni sua opera,
industria e arte volesse essere amplissimo, che potrebbe ella agiugnere alla
fortuna, alla fama, alla autorità, alla dignità, alla virtù tua? Nulla, certo,
nulla se non biasimo e singulare infamia e capitale inimicizia con tutti e'
suoi, come nell'altre mie lettere disputammo. E che potrebbe ella mai darti
piacere, quale a una minima parte de' tuoi per lei sofferti danni e affanni
satisfacesse? Che diletto, che sollazzo, non pieno di molta inezia e levità,
non carico di sospetto, assediato di paure, rotto da mille infortuni, al tutto
e brevissimo? Eh sì, potrebbe questo sì darti: copia di suoi leziosi guardi e
lascivi sorrisi e scilinguate risposte. Hui! cose utilissime a bene e beato
vivere; cose preziosissime certo e da tenerle care! Parti poco, dopo tanta da
te sofferta miseria, irtene a letto con un guardo più che ieri, quale a te
porse una vana e falsa femmina? E potrebbe ancora, non ti niego, farti più
beato, rinchiuderti in qualche luogo mal netto e peggio odorato, e ivi
lasciarti assetato tanto pure che ella deliberassi ridendo e beffandoti solo
dirti: «Abbi pazienza».
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