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| Leon Battista Alberti De amore IntraText CT - Lettura del testo |
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-2-Così me parse avere provato a te quanto chi era servo dell'amore, costui niente potea cosa alcuna degna o atta a uno ingegno libero e virile. Ora, se in quelle mie lettere te, quanto per le tue veggo, poco aiutai, se tu non però bene resti essere non tuo e inimico a te stesso, posso io non dolermi del nostro infortunio? Paulo mio, chi incolperemo noi? Me forse, che già te, da te stessi e dalla tua singulare prudenza caduto e abandonato, ove bisognava, con molto studio, cura e diligenza mia non bene eccitai e ripresi. Che poi diremo noi, te meritare nulla di biasimo, se tanto non ti spiace averti vinto e colligato con Cupidine, che né possi sanza stomaco udire me, ove te revochi da tanta e sì iniqua servitù, né a te ben volendo truovi luogo da tradurti e mantenerti in libertà e signoria di te stesso? Chi adunque me non incolpassi, ove io vegga con mio dire potere prestarti qualche benché minimo utile, ivi non pronto e presto mi dia a satisfare alla tua necessità, ove ben teco bisognasse non se non turbato contendere? E voglio me, quale tu in tutte mie altre lettere e in ogni vita sempre trovasti e riputasti modesto e verecondo non meno che amicissimo a te e cupido d'ogni tuo bene e onore, qui ora così giudichi me, mosso da offizio e vera benivolenza, non da cupidità di biasimare alcuno, in queste lettere solo avere seguito quanto m'è occorso accomodato per levarti da questa tua miseria, da quale non potrei dire quanto mi doglia non averti già più mesi distratto, e confirmato libero de' tuoi usati e magnifici studi. |
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