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A questi dì in villa per
raffermarmi fiacco da quelle febbri, in quali alquanti dì prima era giaciuto,
me essercitava saettando, ove tu, Nerozzo mio dolcissimo, fra gli altri quali
io amo, mi venisti a mente, e ricorda'mi quanto cavalcando e in ogni virile
destrezza teco me solea giovenetto molto essercitare. Desiderava per qualche
pochi dì poterti storre da questi tuoi amori quali te, credo, tengono pur certo
occupato. So io che ogni animo gentile amando tanto ama quanto e' può. Ma poi ch'io
mi ravidi ogni cosa potere l'amante salvo che durare sanza spesso rivedere chi
egli ama, diliberai per satisfare a' piaceri miei non volerti essere grave. Ma
per potere in altro tempo qui e altrove goder l'amicizia nostra tutta lieta e
libera, presi questo ozio a descriverti donde sieno in amare tutti quali vi si
truovano dolori e mali, acciò che tu e chi forse tu ami leggendo sappiate e
schifiate quello che possa nuocervi. Non che io dubitassi in te non sia ingegno
e intelletto a ogni prudenza attissimo, ma parsemi che chi quanto tu ama,
occupato da vari pensieri amorosi, possa non raro errare, e interviene che chi
suda a mezzo il polverìo nel campo non bene scorge el sole. Tu adunque con ozio
e attenzione udirai la nostra Ecatonfilea non meno eloquente che pratica
maestra delle cose amatorie, la quale tutto reciterà. Piacerammi Francesco mio,
quale quanto me stesso amo, teco insieme la emendi, che sapete di queste simili
cose io son troppo negligente scrittore, e pure emendata meno dispiacerà a chi la
legga. Vale.
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