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Leon Battista Alberti
Ecatonfilea

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  • Ecatonfilea.
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Pertanto, figliuole mie carissime, e voi così siate non superbe e altiere amando, ma facilissime e perdonatrici. E quale di voi amando non donassi a chi ella ama qual sia sua carissima cosa? Molto più dovete donarli e cederli una minima vostra oppinione e presa gara. E fate quale il mio pietosissimo signore nel mio primo amore a me insegnò così schifassi e diponessi tanta avversità. Piacemi, fanciulle leggiadrissime, in qualunque cosa io possa, lodarvi quello uno solo, quale io conosco in ogni virtù e buona arte e in questa una in prima essere unico e prestantissimo maestro; né a voi stimo sia fastidio, se io lodando quel mio primo signore, quale io tanto amai e sempre amerò, vi seguo scoprendo miei antichi errori, in quali voi forse o sete cadute per imprudenza, o potreste poco dotte amando cadervi. Io, figliuole mie vezzosissime, perché troppo, anzi troppo no, né si può troppo, no, amare chi v'ama, ma amava, giovinetta semplice, inesperta, altiera, per questo, trista a me, per ogni minima cosa sospettava e mi sdegnava. Era il mio signore bellissimo, eloquentissimo, virtuosissimo, da molte spesso chiesto e chiamato, lodato, amato. Ohimè, quali erano per questo i miei dolori! Ove io stimava qualunque lo mirasse subito se lo rapisse, mai era secura né di animo non pieno d'infinito sospetto se non quanto in mia presenza il vedea. E ivi ancora desiderava qualunque altra femmina più d'una volta il rimirassi, quella subito accecassi. Io mai me saziava molto fra me lodarlo, fiso tenendo sempre in lui miei occhi fermi e mente. Quando e' rivenia a salutarmi, niuna più di me essere potea lieta; quando sen giva salutatomi, niuna più di me stare potea mesta e dolente. Né so come la mia troppa verso di lui fede me a me stessa facea essere sfidata. Seguì il nostro amore più tempo, benché da vano sospetto spesso molestato, pur voluttuosissimo e dolcissimo, onde me per questo reputava, quanto io certo era, fra l'altre felicissima, godeva, e quanto poteva, a me prendeva sollazzo e giuoco. Secondoronmi così più giorni pur lietissimi e pieni di maraviglioso gaudio, persino che, nostro infortunio, non so quale io vidi, non però indegna d'essere amata, porgersi al mio signore troppo, come allora giudicai, familiare e con parole amica. Subito, oi, oi, trista a me, come da mortale colpo percossa, caddi in tanto pallore nel viso mio e in tanta tristezza nel mio fronte, e nel mio animo in tanto dolore, che 'l signor mio presente, quasi vinto da pietà, - savio che ben conosceva dove questa piaga al nostro amore fussi pericolosa e mortale, - lacrimò e partissi addolorato. Io rimasi dolendomi, e dove fu luogo, piangendo appresso della mia carissima madre, la quale per mostrarsi molto astuta e a' miei amori quanto era desta e operosa, subito mi confermò di tutto essersi avveduta, e maravigliarsi molto, mostrando meco prendere ad ingiuria que' tutti detti e motteggi, co' quali il mio signore, più per piacere a me che per sollazzare altrui, ivi a tutte sé avea porto grato e festivo. Stimai io questo ad ingiuria troppo grandissima, e in me ne presi odio occulto e maraviglioso sdegno, disponendomi al tutto nulla mai più voler amare, accusando me stessi che tanto fussi stata ad altri affettissima. E così me cominciai rinchiudere in solitudine con proposito di più mai mirare fronte a uomo. Erami in fastidio amore, in odio chi amava, e tedioso chi com'io non fussi addolorata e trista. Eh Iddio, sciocche noi amanti, sciocche femmine! E che non fec'io per durare in questo proposito? Diedimi a consumare ciascuno più e più ore appresso i sacerdoti, adorando e soprastando ne' tempi, rinovando ogni ora più voti a ciascun santo, che mi tollesse dell'animo quell'uno per cui io e dormendo e vegghiando sempre me stessi sollecitava. E per non ragionar co' vivi, dura e ostinata, mi bisbigliava con le dipinture. E volli dove fussi amore, ivi imporre a me religione, quasi come mi fussi licito superchiare e vincere quello che me avea già e tenea vinta e sommessa. Amore, figliuole mie, amore mi vietava sentire o ben servare alcuna durezza di religione. Così premuta da una molestia, aggiunsi sopra la seconda, credendo con quella levarmi la prima. Nondimeno in me amava, anzi ardea amando, e pure molto desiderava deponere lo 'ncarco amoroso. Né però volea perdere l'assiduo servire di chi mi piacea spesso rivederlo, ma tacevami e simulava o nulla dolere o essere a' miei dolori altra cagione. Fuggia in solitudine, richiudevami in oscuro e tenebroso, piangea e me stessi tormentava. All'ultimo, combattuta e da mie leggerezze vinta, usciva, e desiderava il mio signore sempre non altrove essere che in quelli usati luoghi ov'io solea con tanto contentamento mai saziarmi di molto riguardarlo. E quando io certo sapea ivi lui fussi, poco il degnava, e godeva, per darli pena, s'avedessi io il fuggiva, ove poi per veder pur lui io più volte e in più luoghi andava e ritornava. E se scontrandolo e' mi salutava, io poco mostrava pregiarlo. Se non mi si porgea quanto l'usato lieto e giocondo, io miserella adolorava, e così vivea a me stessa vie molto più che a lui grave e molesta. Né so onde tanta perturbazione me a me stessi tenea così orrida e austera. Mai il vedea che ogni mio spirito e sangue non si cambiasse e perturbassi. Spesso mi tremavano tutti e' nervi, impalidiva, e cadeva in palese dolore e tristezza, tale che il signor mio pietosissimo, più volte vedendomi così cambiata nel viso e mesta, sentendo sé verso di me in cosa niuna avere errato, con molte lagrime mi pregava, se in cosa alcuna me da lui sentissi offesa, gliele palesassi. Questo per non seguirmi dispiacendo, e per emendare ogni suo errore. E se verso d'altri era qui il mio cruccio inteso, pregava non adoperassi in lui quelle armi quali io con mia ira così arrotava per vendicarmi. E aggiugneva essere merito d'amorosa fede discoprire gli animi nostri a chi ci ama, esser licito comandare a chi te ami, e dovuto ubidire a chi ama, doversi in fra gli amanti niuno amoroso pensiero essere occulto. E così con molte altre persuasioni lungo me pregava gli perdonassi. Io, com'è nostra consuetudine, femmine, che mai ci sentiamo sazie d'ingiuriare non meno e di vendicarci, parte godeva a me il signor mio si sottomettessi, parte mi dolea a torto darli dolore, parte mi dilettava così per me vederlo in dolore e affanno. Arei voluto indovinassi il mio sospetto. E se ragionando vi s'abatteva, con molta fronte e giuri gliele negava, diceva di nulla seco essermi crucciata, altronde essere in me gravi i miei pensieri. Poi pure mostrava non lo degnare, non li accedere, non amarlo. E quasi non avrei voluto fra noi mancassi questa o altra simile gara per bene straziarlo e soprastarlo, tanto era lieta, bench'io ardessi, con ostinato sdegno vincere sue lacrime e preghiere. E così di fuori col fronte e viso altera, dentro vero in me vinta e suggetta ad amore, vampava, né meno me che lui tormentava. Esso però mai a tante da me ricevute ingiurie verso di me si porgea se non pazientissimo e fedelissimo. Dolevami non poterlo con miei oltraggi e sdegni provocarlo ad ira. Arei voluto vincerlo crucciato, e per più renderlo calamitoso, io parte simulai, parte m'indussi ad amare uno e uno altro giovinetto, e in presenza del signore mio godeva mostrarmi a questi nuovi amanti tale che mi stimassi alienata da lui e trasferitami ad amare altri. Qui el signore mio, quale niuna prima ingiuria avea potuto movere a non molto servirmi e gradirmi, oi, oimè, qui cominciò a meno amarmi, e con poco presentarmisi mostrarmi quanto la mia alterizia gli fussi discara. Questo mi fu l'ultima morte. Questo mi fu inestimabile dolore. Nulla mai dissi, nulla feci, nulla tentai, nulla pensai per dispiacerli di che ora insieme troppo non mi pentissi. E quello che più me adolorava era ch'io giudicava questo testé pentirmi nulla mai potermi giovare; aspettava infinite vendette, tante erano le mie verso di chi me amava a torto fatte ingiurie. Mille volte il bramava e chiamava la morte. Così durò il mio e suo infinito dolore, mia cagione, più e più tempo. Infelicissima me! Né potrei dirvi quante lacrime e tormenti così vivendo fussino i miei. Erano le mie notti lunghe troppo e straccate da mille volgimenti e pentimenti e varie dolorose memorie. Era il giorno a me oscuro, pieno di tenebre e solitudine. Era il petto mio al continuo carco di gravissime cure. Era l'animo, la mente mia tuttora agitata e compremuta, ora da dolore, ora da pentirmi, ora da sdegno, ora da amore, ora da pietà di me stessi, e di chi me amava: voleva, non voleva, accusava, piangeva, e mai fra me restava di recitare più mie passate istorie: dolevami aver perduti i dolci tempi, dolevami vivere in pianti, dolevami avere, mia cagione, perduto ogni speranza a più mai recuperarli, spasimava, né se non bene spesso me gittava in sul letto sospirando, piangendo, abbracciando e baciando chi meco non era. Oh miseria mia! Oh vita infelicissima! Oh ingegno mio duro e stranissimo! Che io di tanta calamità mia mi fussi cagione, potessi con brieve rimedio finirla, e pure ostinata per soprastare di sdegno me stessa e chi mi amava consumassi. Erano le nostre gote in altro tempo fresche, piene e vivide; allora per troppo continuo dolore pallide, stenuate e smorte, tale che chi noi vedea potea in sé aver pietate e molto muoversi a compassione. Né solo tanto a me fu nociva questa certo stolta mia impresa, fanciulle, quanto che dipoi sarebbe lungo recitare come molte volte mi sia con infinito dispiacere e pentimento doluto avere così per mia ingiuria perduto quel tempo quale a noi poteva essere stato pieno di maraviglioso piacere e certissimo contentamento, e io, stolta, il feci essere quanto udisti pieno di lamenti, sospiri e lacrime. Pur poi piacque alla mia sino allora iniquissima fortuna ch'io certo intesi la nostra durezza essere al tutto ingiusta e la mia suspizione essere falsa. Pertanto io subito me rendetti al mio pazientissimo signore facile e quanto dovea subietta. Lui, come vero era d'animo gentile, e gentilezza mai serba sdegno, subito mi si porse, quanto solea, lieto e pietosissimo. Scopersigli il mio passato errore, e manifesto gli confessai così doversi amando, quanto lui spesso m'avea ricordato, che subito nascendo il sospetto, giova apalesarlo, però che come, o prudentissimo signor mio, tu a me dicevi, l'animo e cuore di chi ama sta tenerissimo, ma poi entrovi inchiuso sospetto o sdegno, fa come l'uovo, quanto più lo scaldi, più indurisce; così l'amante sospettoso, quanto più lo 'incendi con amoroso servire, tanto più dentro a se raddura. E provai io questo in me, quanto più il mio signore mi si dava umile e subietto, tanto più a me pareva avere di mio sdegno ragione; onde intervenne che perseverando in isdegno, quando io poteva, non volli sodisfare alle mie amorose espettazioni; poi quando io e voleva e desiderava, non mi fu licito satisfarmi, però che 'l mio signore, ingiuria de' tempi, se trasferì a vivere lungi da me in istrani paesi. E così certo interviene, figliuole mie; ove possiamo, non vogliamo, e sempre vogliamo quello che ci è difficile potere. E segueci questo solo per prendere in noi sospetto, però che dal sospetto nasce lo sdegno, per li sdegni il vendicarsi, per vendicarsi le ingiurie, per le ingiurie il perdere i dolci spassi e sollazzi d'amore. Onde poi ci stanno all'animo infiniti dolori a noi e a chi noi amiamo, e il nostro dolce amore si converte in dolore e calamità, e i nostri risi in pianti, e nostri motteggi in bestemmie; cose odiosissime e da molto fuggirle, quali certo fuggiremo, se fuggiremo ogni sospetto.




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