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| Leon Battista Alberti Ecatonfilea IntraText CT - Lettura del testo |
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-11-Così vedesti come conviensi eleggere uno solo amante quanto di sopra dissi virtuoso e modesto, di matura età e interi costumi, quale uno voglio vi disponiate tanto amare quanto da lui desiderate essere amate. Rammentami a questo proposito in quel mio primo amore più volte piangendo in grembo della mia carissima madre dolermi, ove a me non parea che il mio signore, quello uno, parte dell'anima mia, quello uno solo a cui io aveva tutta donata me stessi, fussi verso di me grato a ricambiare quanto da lui desiderava molto e apertissimo amore. E così troppo incesa d'amoroso desiderio, solo un conforto trovava al mio martire, quando potea con la mia madre piangendo raccontare i miei dolori, accusare quanto mi parea durezza del mio amatissimo signore. Se così poco a me giovava con lacrime e sospiri miei, svelti persino entro dal mio core, più volte pregarlo none sdegnassi né fuggissi me da cui vedesse manifesto sé essere amato, dipoi raccontavo le maturissime, quanto ora le conosco, ma in quella età acerbissime risposte quale a me facea il mio pietosissimo signore, con molta prudenza correggendo i miei errori. Io, che giovinetta e di troppe ardentissime fiamme incesa, tutto, qual fa chi ama, contra a me volgea sempre in piggiore parte, piangeva; e me stessi tutta ora stimolando ad amare più incendea, dolendomi amare e non essere amata. Quale una cocentissima cura fece che appresso di tutte le maghe e incantatrici rimase non erba, non versi, non unti, non cose alcune atte a immettere negli animi amorosi pensieri, quale io non raccogliessi per vincere ad amarmi quello uno per cui io periva amando. Ma di questo prima colla mia sapientissima madre con molte lagrime discoprendomi e consigliandomi, molto mi biasimò in simili parole: «Figliuola mia, gli occhi, figliuola mia, gli occhi sono guida dello amore. Niuna erba, niuno incanto, non quella Circes, non quel Merin, quali sé o altri corpi umani convertivano in vari mostri, tanto potrebbono a farsi amare con loro versi e incanti, quanto solo con mostrar d'amare. E chi vuole parere amante, ami, ami, figliuola mia, ami chi vuole parere amante. Niuno parrà musico se non suona o canta. Così niuno può parere vero amatore ove non ami. Vuolsi mostrare d'amare quanto più puoi, e ancora viepiù amare che tu non mostri; e così amando certo sarai amata. Mai fu amato che non amassi». Aggiugneva ella qui più molte cagioni, ma questa troppo a me sempre piacque. Disse: «Pruova in te, figliuola, che di niuno sarà a te riferito che ti biasimi o portiti odio, a cui tu subito non reponga pari entro a te animo inimico e odioso. Né dubitare che da natura più ciascuno s'inclina ad amare che a inimicare, però che l'amore in se tiene dolcezza, ove l'odio sta pieno d'acerbità. Pertanto, quanto dissi, niuno sentirà da te amatosi, a cui subito non stia necessità pari ad amarti. E lascia (disse la mia madre), lascia queste male arti a chi mal vive, e chi così vivendo merita odio non amore. Ama tu, e sarai amata. Porgiti lieta, gioconda, amorevole e tale che tu meriti essere amata, insieme e molto ama, così certo subito sentirai accese le fiamme amorose in chi tu ami. E reputa in buona parte, se chi tu desideri segue lento a discoprirsi amante, e giudica chi viene riposato ad amare, costui tardo in amare si stracca; e mai fu tardo amore non molto perpetuo ed eterno. Raro percuote o casca chi corre rattenuto, e qualunque arbore tardo cresce, tardi perisce». |
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