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Leon Battista Alberti
Epistola consolatoria

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Ma delibero non mi estendere in provar cose a te, omo litteratissimo, notissime. Tanto ti ramento essere tuo debito ripensare a te stesso, e riconoscerti omo nato per sofferire quello sofferano gli altri posti in questa vita de' mortali; stimarti né di più merito che quale si sia uno di quelli io raccontai, né meno omo che qualunque altro nato e atto a sofferire quello che già soffersero gli altri più giusti e più di te religiosi. Può, adunque, con ricordarti di questi e di loro avversità insieme e colla ragione asseguire quello asseguirebbe el tempo; ché se non domani, l'altro, o poi un altro si dimenticherebbe ogni tuo ostinato dolore. Tu con tua virtù, ponendo modo a te stessi, usurpa a te questa lode d'avere acquietato in te l'animo tuo, ed espurgatone ogni perturbazione. Gioveratti insieme redurti a memoria le cose contrarie al dolore, ripensare a quante grazie e doni a te fece Dio. Traducesti tua gioventù sana, lieta, formosa, amata; fra' tuoi, non in essilio; non in povertà, non in servitù; non odiato da' tuoi; non escluso, non afflitto da tante miserie e continui dolori. E queste tribulazioni, quali tu testé sofferi, gioverà con pazienza meritarne grazie e premio da Dio, più tosto che con indegnazione accrescerne a te stessi molestia; ché sai lo indegnarsi e attediarsi nulla minuisce el male, anzi ogni calamità quanto tu meno la sofferi, più ti nuoce.




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