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AGILITTA.
Agilitta, fanciulla molto ornata
d'ogni costume e di gentile aspetto,
da molti chiesta e da molti amata,
solo uno amava, Archilago, e a dispetto
avea in sé soffrir fiamme amorose,
né so qual grave la premea
sospetto.
Dicea:
«Felice ninfe che nascose
fra lauri e mirti libere e solette
vivete liete sempre e motteggiose.
Costì non può Cupido e sue saette
turbar vostro ozio. Beate, beate,
se fra queste ombre Amor mai fiamma immette!
Misere noi, sole sfortunate,
che 'n mille modi Amor ci vince e prende!
Convienci amar che ci sentiamo
amate.
Misere noi! E quanto male offende
nostra quiete! Aimè,
qual morte
non sente el
cor in cui amor s'incende!
Sospetti e cure sono al petto
accorte,
triste memorie, ardente voglie e piene
di troppi sdegni a ragravar sua
sorte.
Furtivo avampa
quello ardor che tiene
in noi perpetuo dolor e tristezza,
onde palese pianger ne conviene.
Nostri concetti in noi non han fermezza;
nostre letizie brevi, rare e false;
nostri diletti mai son senza
asprezza.
Troppo felice se mai alcun valse
vincer sé stesso o ben reggersi amando!
Costui su in cielo fra que' divi
salse.
Io meschina pur seguo aspreggiando
me e chi m'ama, né so ch'io mi voglia:
amo ed ho in odio, e me vivo onteggiando.
I'
resto mai di rinovar mie doglia:
io dubïosa sempre stimo el peggio:
io fuggo ciò che dal mio mal mi stoglia.
Che furia è questa, se io stessa eleggio
quel che né so né in me posso soffrire?
Tutto conosco, e nel mio mal mi reggio.
Aimè! aimè! E che giova garrire
pur a me stessi, e pur qui
tormentarmi?
Breve rimedio può el mio mal
finire:
non dispettare
a chi me ama, e darmi
lieta e ioconda a quanto Amor
m'accede,
né fuggir cosa qual s'adatti aitarmi.
Che poss'io
altro che amore e fede?
Stolta me, troppo stolta! E che poss'io
cosa aspettar maggior qual mio duol chiede?
Costui me pregia, e sono a lui
suo idio:
questo me serve troppo, e io, doh,
il strazio.
Mie colpa, adonque, piango l'error
mio.
Iniurio,
e mai di vendicar mi sazio;
duolmi se fugge mie stranezze e
gare,
ove a seguirmi do mai lieto spazio.
Non vorrei sanza
amor vita, ed amare
quanto te amo, Archilago, mi duole:
duolmi esser vinta e convenir certare.
S'Archilago
men ama or che non suole,
e chi n'è altri ch'io cagion? Per
tanto,
stolta chi altri cerca ed ha ciò che vuole.
S'i' fo che viva per me in doglie
e pianto,
che util me ne viene, o qual merto?
Straziar chi me ama dà biasmoso
vanto.
Che dirai, Agilitta,
adunque? Certo
s'Archilogo
ama me, i' son superba
sdegnare quel ch'io bramo ed emmi
offerto.
Ma che non rest'io
omai essere acerba,
e sempre disputar contro a me stessi?
Se m'ama, e' s'ami; se [mi] serve, e' si serva.
E' piange, io piango anch'io. E s'io credessi
durar più giorni in questi miei tormenti,
non so qual morte io non mi eleggessi.
Agilitta,
che fai? Non ti ramenti
quanto ogni cruccio tuo in te sola
arda?
Tu stessa al tuo dolor sempre acconsenti.
E io mi n'abbia il danno, s'io
fui tarda
a ravedermi quale io sia suggetta
a quanto ogni mio sforzo aresta e
tarda.
Sia quell'ora
adunque maladetta
ch'i' mai ti vidi, Archilago. Tu
sei,
tu, tu quel se' che la mia morte
affretta.
O sfortunata me! Misera oimei!
A che son
io, a che son io condutta,
ch'i' nulla possa in me quanto vorrei?
Vorrei d'amore amando essere isdutta;
ma non so come in me ogni mia impresa
sol poi dolermi e pentirmi vi frutta.
S'io tengo a me me stessa d'ira incesa,
non però posso, Archilago, odiarti;
e duolmi ingiuriar chi non m'ha
offesa.
Ma come poss'io
mai non molto amarti?
Archilago, o tu sei un dio in
terra;
in te contende ogni laude ad ornarti.
Anzi, ora è il tempo uscir di
tanta guerra,
e gioverammi adoperar mio sdegno,
ora che cruccio Amor fra noi disserra.
Ah quanto, stolta! aspettar duol m'ingegno,
se io vinta arò poi a pentirmi
di mie parole e di mie lieve ingegno.
Un guardo, un riso dolce, un sol
gradirmi
che Archilago mi porga sì amoroso,
può me d'ogni odio ad amar convertirmi.
Io con mie ingiurie l'ho fatto
sdegnoso,
che già suo ingegno sempre fu quieto,
facile, umano verso me e piatoso.
E io che 'l provo troppo
mansueto,
sciocca mai resto, mai, d'ingiuriarlo;
ogni sua grazia a me stessa vieto.
Dovre'
io sì, s'egli ama me, amarlo.
Ma chi sa qui s'egli ama o e' mi fugge.
Anzi, me trista, che non so odiarlo.
Ma lascia pur, lasc'ir ch'amor lo strugge.
Amor ti strugge, Archilogo; amore
non men che me, ben veggo, ancor te strugge.
E che a me s'egli arde? E 'l suo dolore
liev'egli el
mio? Sì, leva e m'è conforto
s'altri con meco langue in questo
ardore.
Anzi me duol
veder quant'io ho el torto
con un mie sdegno tormentar lui e me.
Così più fiamme al mio seno apporto.
Poss'io
far, hen, ch'io non mi sdegni? Che,
contro d'Archilago? Sì, contro te, sì:
e s'tu non ami me, debb'io amar te?
Tutto vedo, tutto odo, ben ch'io
stia qui
sola, deserta. E che poss'io
pensare
di poi la notte ch'io te non vidi el dì?
Ed anche i'
ho chi me comincia a amare;
sì, e più d'uno, e begli sì bene.
Mai sì ch'io gli amo: e chi me 'l può vetare?
Agilitta,
Agilitta, e dove ène
in te la fede e intera fermezza?
Qual tu accusi in altri in te dov'ène?
Tu dubiti di lui, ma egli ha
certezza
di te palese che tu se' incostante.
Ed i' mi sia: io pur gli do
tristezza.
Né ancora sono le sue pene tante
quante le mie, né quanto io gli augurio;
e son le prece di chi ama sante.
Ma stolta, non vegg'io quant'io iniurio
chi m'ama e me. Resta, Agilitta,
omai
di più infuriar. Sì certo io infurio.
Un solo me sospetto tiene in
guai,
ch'Archilogo mi pare a troppe
grato.
Ma venne amor sanza sospetto mai?
Ma lui, ove se vede oltreggiato
da me, e scorge ch'io mi profferisco
a questo e a quello, vive adolorato.
E io ingrata che di nuovo ordisco
tutto il dì gare, poi troppo mi pento,
e piango quanto a vendicarmi ardisco.
Vivi, adunque,
in pianto e lamento,
infelice Agilitta,
poi che tu cresci a te stessa tormento.
Oimè,
che sdegno ed amor mi gitta
or su or giù fra mille onde d'errori,
né scorgo ove sie mai mia voglia addritta.
E tu, o Archilogo,
de' miei dolori,
ah, non ti vien pietate.
I' pur t'amo,
e per te sono in me questi mie'
ardori.
Noi imprudenti ambo e dui erramo,
poi che da troppo amor sospetto nacque,
che l'un troppo dell'altro ci sfidamo.
Dovev'io
stolta se in cosa mi spiacque
Archilogo mio, subito avisarlo:
che lui in pruova so sempre a me
piacque.
Né dovev'i',
ben ch'egli errasse, aizzarlo
con mie ingiurie e sdegno a vendicarsi,
ma con dolcezza a molto amarmi attrarlo.
Queste gare fra noi, questo
adirarsi
quanto e' ci nuoce, trista pur or sento,
poi che indarno mie' sospiri ho
sparsi.
Finiamo, adunque,
ogni cruccio e lamento,
Agilitta, o'
sol questo
non declinarmi ad amar m'è tormento.
Ama, Agilitta,
e quanto ha sempre chiesto
Archilogo, si sia
fede e amor fra noi lieto e onesto,
ché un dolce riso ogni tristezza
oblia».
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