ATTO
QUINTO.
Oh sventurato, oh misero Peréo!
Troppo verace amante!... Ah! s'io più ratto
al giunger era, il crudo acciaro forse
tu non vibravi entro al tuo petto. – Oh cielo!
che dirà l'orbo padre? ei lo attendeva
sposo, e felice; ed or di propria mano
estinto, esangue corpo, innanzi agli occhi
ei recar sel vedrà. – Ma, sono io padre
men di lui forse addolorato? è vita
quella, a cui resta, infra sue furie atroci,
la disperata Mirra? è vita quella,
a cui l'orrido suo stato noi lascia? –
Ma, udirla voglio: e già di ferreo usbergo
armato ho il core. Ella ben merta (e il vede)
il mio sdegno; ed in prova, al venir lenta
mostrasi: eppur, dal terzo messo ella ode
già il paterno comando. – Orribil certo,
e rilevante arcano havvi nascoso
in questi suoi travagli. O il vero udirne
dal di lei labro io voglio, o mai non voglio,
mai più, vederla al mio cospetto innante...
Ma, (oh ciel!) se forza di destino, ed ira
di offesi Numi a un lagrimar perenne
la condanna innocente, aggiunger deggio
l'ira d'un padre a sue tante sventure?
E abbandonata, e disperata, a lunga
morte lasciarla?... Ah! mi si spezza il core...
Pure, il mio immenso affetto, in parte almeno,
ora è mestier, ch'io per la prova estrema,
le asconda. In suon di sdegno ella finora
mai non mi udia parlarle: il cor sì saldo,
no, donzella non ha, che incontro basti
al non usato minacciar del padre. –
Eccola al fine. – Oimè! come si avanza
a tardi passi, e sforzati! Par, ch'ella
al mio cospetto a morire sen venga.
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