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Vittorio Alfieri
La virtù sconosciuta

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  • Fine del dialogo.
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Fine del dialogo.

 

Posto avea di mia vita assai gran parte
Nella soave tua schietta amistade;
E mi sei tolto in assai verde etade,
Mentr'io credei per pochi dì lasciarte!
Dalla tua propria man vergate carte
Mi fean vivere in tutta securtade;
Quando, improvviso, come il fulmin cade,
Giunge la nuova che lo cor mi parte.
Chi pensato l'avrebbe? in dirti addio,
Era l'estremo! e rivederti io mai
Più non doveva in questo mondo rio!
Ma, sugli occhi pur troppo ognor mi stai;
E vie più caldo accendi in me il desio
Delle virtù, che in te solo trovai.
Oh più assai che Fenice amico raro,
Che amavi me, nulla da me volendo;
Che di vita tempravi a me l'amaro
Meco i miei studj e i pianti dividendo;
Deh, sapess'io laudarti in stil sì chiaro,
Che dal sepolcro il tuo nome traendo,
Io nel mandassi riverito e caro
All'altre età, cui di piacer più intendo!
Ciò per te stesso far potuto avresti
Meglio assai ch'io, se avversi i tempi e il loco
Non t'eran, dove occulti dì vivesti.
Ben d'ingiusta fortuna è crudo il giuoco;
Voler che il fango vile in luce resti,
E ignoto e muto il più sublime fuoco.
Oltre all'ottavo lustro un anno appena
Varcando iva lo amico del mio cuore,
Quando il fratello suo morendo il mena
Seco in tomba, sì grave ei n'ha dolore.
Eppur l'infermo, che duo dì premuore,
Doppio aver lascia e libertade piena
Al mio, che esemplo di fraterno amore,
Perde a sì fera vista e polso e lena.
Né già gli è tolto nel german l'amico;
Ancor ch'ottimi entrambi, eran dispari
D'alma, d'ingegno, d'indole, e di brama.
Pietà fu sola (e in ver, del tempo antico)
Che orbato ha Siena, e me, d'uno dei rari,
Ch'ebber alte virtudi, ed umil fama.
Era l'amico, che il destin mi fura,
Picciol di corpo, e di leggiadre forme;
Brune chiome, occhi ardenti, atto conforme;
E scritto in viso: Io son d'alta natura.
Liberissimo spirto in prigion dura
Nato, ei vi stava qual leon che dorme;
Ma il viver nostro fetido e difforme
Ben conoscea quell'alma ardita e pura.
Null'uom quasi apprezzando, (a dritto forse)
Nullo pur ne odïava; e a tutti umano,
Sol ben oprando ei stesso, i rei rimorse.
Troppa era ei macchia al guasto mondo insano:
Invidia, credo, i lividi occhi torse,
E a Morte cruda lo accennò con mano.
Deh! Torna spesso entro a' miei sogni, o solo
Vero amico ch'io avessi al mondo mai:
Deh! dal tuo avello torna a udir mie' guai;
Che il pianger teco a me pur scema il duolo.
Fuor del carcer terren seguìto a volo
Ti avrei quel dì, che a forza io mi strappai
Dall'amata; quel dì, ch'io invan chiamai
Te, cui già muto racchiudeva il suolo:
Ma colei che dell'uom sempre s'indonna,
Speme, vuol ch'io sorviva, e aspetti l'ora,
Che riunir dovrammi alla mia donna.
Fra noi ti alberga, ombra adorata, allora.
Calda memoria in noi mai non assonna;
Che, te vivo, in tre corpi un'alma fora.




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